Una fonte vitale per la sopravvivenza nell’era dell’incertezza è sempre più chiaramente rappresentata dall’internet economy, ossia l’insieme di operazioni economiche condotte attraverso mercati la cui infrastruttura è basata sul World-Wide-Web, che di esso sfrutta la velocità d’interazione su scala mondiale, i bassissimi costi di comunicazione e perfino la partecipazione attiva degli ‘utenti finali’ che contribuiscono alla diffusione di un concetto o di un prodotto facendolo rimbalzare da un blog all’altro.

Secondo un recente studio del Boston Consulting Group (BCG), il valore della internet economy delle nazioni del G-20 è destinato a raggiungere il valore di 4,2 trilioni (milioni di milioni) di dollari US entro il 2016, una cifra doppia rispetto al 2010. L’esponenziale aumento di utilizzatori del web, che passeranno da 1,3 miliardi del 2010 ai 3 miliardi entro il 2016, pari al 45% della popolazione mondiale attuale, è la variabile guida dell’enorme accrescimento di valore previsto da BCG, principalmente proveniente dai nuovi mercati emergenti dei paesi in via di sviluppo, che nel 2010 contribuivano per meno di un quarto della suddetta cifra e che per il 2016 contribuiranno per oltre un terzo del totale. Cifra seguita dal sempre maggiore numero di possessori di smartphones e utilizzatori di social networks.

Sebbene sia chiaro che il settore manifatturiero anche per i Paesi sviluppati sia tuttora la chiave per l’innovazione produttiva industriale, non è possibile non tener conto dei massicci cambiamenti nella disposizione del mercato lavorativo, che stava già da tempo virando verso la delocalizzazione degli impianti produttivi, spostati nelle nazioni con costi e diritti del lavoro drammaticamente inferiori ai livelli occidentali, e che oggi punta alla loro ‘dematerializzazione’. Un esempio perfetto viene dal settore dell’elettronica degli Usa, che sebbene abbia registrato un aumento del 363% nell’ultimo decennio ha subito un drastico calo dell’occupazione, mantenendo in patria solamente le porzioni della supply chain a maggiore valore aggiunto, delocalizzando e dematerializzando tutto il resto.

Due considerazioni fondamentali possono essere fatte volgendo lo sguardo a questi dati: la prima è che l’utilizzo e la diffusione di internet devono essere incentivati ancora oggi, soprattutto nelle nazioni produttivamente ‘obsolete’ e restie alla trasformazione online. Questo passaggio è necessario specialmente dove i prodotti forniscano un unicum a livello globale, per fama e qualità, come nel caso dei prodotti made in Italy, in tutti i settori, dal cibo al tessile al design, puntando sul valore aggiunto fornito dall’unicità del bene sui mercati internazionali. La seconda è che dalle nazioni già sviluppate si vedrà un sempre maggiore spostamento della forza produttiva verso i Paesi in via di sviluppo, che andrà ad affossare la domanda di lavoro nei già martoriati settori tradizionali. Ma da questa seconda considerazione emerge anche la via da percorrere per raggiungere la soluzione del problema, o una sua parte: il pilastro fondante delle capacità produttive future, che nella maggior parte dei settori manterranno in patria solamente i posti di lavoro ad elevato valore aggiunto, sarà la specializzazione delle conoscenze di alto livello, che non saranno disponibili a costo minore altrove.

Non è una speranza da poco, per i milioni di giovani laureati che cercano oggi il proprio posto nella società senza trovarlo, a patto che nel frattempo non diveniamo noi stessi i Paesi in via di sviluppo.

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