Bruxelles – Lunedì potrebbe essere il giorno decisivo per la Grecia e il via libera al secondo piano di aiuti. La decisione dei ministri delle finanze della zona euro, che doveva originariamente essere presa il 15 febbraio, è stata, infatti, rimandata a lunedì prossimo, causa una serie di inadempimenti rispetto alle richieste avanzate dallo stesso Eurogruppo al Premier geco Papademos.

Nella riunione, svoltasi giovedì 9 febbraio, i Ministri delle finanze della zona euro avevano, infatti, deciso di condizionare il nullaosta al secondo piano di aiuti da 130-145 miliardi di euro, a nuove condizioni: l’approvazione da parte del Parlamento greco di un’ulteriore manovra correttiva entro domenica 10 febbraio, altri tagli per il valore 320 milioni di euro nel 2012 e la sottoscrizione da parte dei partiti greci di una dichiarazione politica che impegni chiunque vincerà le elezioni politiche, che si terranno ad aprile 2012, a dar seguito agli impegni sottoscritti.

All’alba del 15 febbraio scorso, data dell’Eurogruppo straordinario, soltanto la prima delle condizioni richieste era però stata soddisfatta, mancava ancora l’accordo tra i partiti e vi erano incertezze riguardo i nuovi tagli. Nella teleconferenza svoltasi mercoledì al posto della riunione faccia a faccia, i Ministri delle finanze hanno dunque affrontato i nodi ancora da sciogliere.

Nel comunicato stampa seguito alla conferenza si legge che i Ministri hanno ricevuto l’assicurazione da parte dei leader politici greci per quanto riguarda l’implementazione dei programmi e che vi è stato un avanzamento delle discussioni tecniche tra la Grecia e la troika sull’identificazione di ulteriori requisiti di consolidamento che si quantificano in circa 325 milioni di euro. Sulla base di queste dichiarazioni, spiega il comunicato, il presidente dell’eurogruppo Junker si dice molto fiducioso sul via libera agli aiuti.

Approvazione del piano rinviata dunque, tuttavia il problema ormai non è soltanto se e quando il piano di aiuti verrà approvato, ma ci si inizia a domandare se funzionerà. La risposta dipende da molti fattori.

Per prima cosa è doveroso sottolineare che la Grecia non ha implementato tutte le misure incluse nelle manovre varate negli ultimi 18 mesi concordate con la troika. Molti dei provvedimenti sono, infatti, rimasti sulla carta: i tagli nel settore pubblico che pesa tantissimo sul debito greco, non hanno raggiunto i livelli inclusi negli accordi e il programma delle privatizzazioni da attuare entro il 2015 è stato abbassato da 50 miliardi a 15. Inoltre la corruzione e l’evasione fiscale sono ancora alle stelle e di certo aggravano la situazione rendendo i continui programmi di austerity sempre meno sostenibili.

Dall’altra parte, vi è stata una gestione della crisi non soddisfacente. Come ha commentato il vice direttore del Financial Times, Wolfgang Munchau, i policymakers europei “non solo mancavano dell’esperienza necessaria per gestire la crisi, ma non hanno neanche consultato chi una crisi simile l’aveva gestita precedentemente. Armati di arroganza e ignoranza hanno ripetuto gli stessi errori dei loro predecessori”. Dunque mentre le politiche di solo rigore stanno fallendo e stanno gettando la Grecia in una spirale recessiva, l’ipotesi di un fallimento “disordinato” della Grecia inizia a non sembrare più un lontano scenario apocalittico.

Anche se i politici greci sono convinti che il programma di aiuti funzionerà, tra gli ufficiali europei inizia a serpeggiare la consapevolezza di un inevitabile fallimento del paese ellenico con conseguente fuoriuscita dall’euro e dall’Europa. Da una parte i costi che i paesi dell’Eurozona dovranno sostenere nel caso di uscita della Grecia dall’euro sono meno pesanti di prima. Dall’altra, Italia e Spagna hanno fatto grandi passi in avanti, anche se non sono ancora sulla via del totale recupero e dunque la periferia geografica ma oggi anche economica dell’Europa – in altre parole Grecia e Portogallo – è sempre più isolata e con lei la possibilità di un contagio.

Tuttavia se il 20 febbraio prossimo, come probabile, verrà dato il via libera al secondo piano di aiuti, l’Europa si starà comprando un po’ di tempo in modo da isolare ancora di più le possibilità di un contagio. Infatti, la montagna di miliardi non sarà molto probabilmente la soluzione al problema. Per cercare una via d’uscita concreta si dovrebbero, come sostiene il FMI, porre in essere oltre a tagli della spesa pubblica, anche riforme strutturali e privatizzazioni fin qui lasciate incompiute. Purtroppo i problemi strutturali non sono solo della Grecia, ma anche dell’Europa, come ha recentemente fatto notare Martin Wolf, editorialista di punta del Financial Times: “il motivo per cui la piccola Grecia ha causato tutti questi problemi è che le sue debolezze e il suo malgoverno sono estreme, ma non uniche. Le sventure di Atene mostrano che l’Europa è ancora alla ricerca di una combinazione efficacie tra flessibilità, disciplina e solidarietà”.

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Vivo e lavoro in Grecia dal 2009. Dal 2009 vedo che i Greci non affrontano i problemi strutturali del paese: una macchina burocratica statale elefantiaca e parassitaria, un sistema pensionistico insostenibile (ebbene si: in questo paese si va ancor adesso in pensione a 49 anni!), e una evasione fiscale senza pudore. Purtroppo i Greci si stanno focalizzando sugli aspetti esterni di questa crisi (molti pensano che sia colpa delle banche, delle finanza, dalla Germania, degli USA, dell’Euro) e non riescono a vedere i problemi reali.

    In questo scenario il paese potrebbe:
    1) fallire e restare nell’Euro: il fallimento non implica automaticamente l’uscita dall’euro. In questo caso lo stato dovrebbe ulteriormente tagliare la spesa e aumentare le tasse. La crisi si avviterebbe in una spirale deflattiva.
    2) passare alla dracma e non fallire: passando alla dracma, si avrebbe una svalutazione del 60% quasi immediata, con un conseguente aumento dei prezzi dei prodotti di importazione (quasi tutto in questo paese…). Non solo: i bond in scadenza sarebbero ripagati in dracme fresche di zecca. In questo scenario, prevedere una inflazione a tre cifre non e’ esagerato.
    3) passare alla dracma e fallire: si avrebbe in questo caso la spirale inflattiva, seguita dal isolamento finanziario internazionale.

    Lo scenario peggiore e’ il terzo, ma purtroppo e’ il più probabile. Il prossimo parlamento sara’, secondo i sondaggi, composto da comunisti, ultra socialisti e anti-europeisti che nei dibattiti pubblici contrastano le misure di austerità.

    Insomma: sembra che stia per vedere la luce una nuova “Cuba in Europa”: povera, comunista e isolata.

    Cordialmente

    • Caro lettore,

      prima di tutto mi fa piacere avere una “testimonianza diretta” dalla Grecia e alcune indiscrezioni sugli scenari politici futuri.

      In secondo luogo concordo con la sua analisi riguardo alle responsabilità individuali della Grecia che sono la principale fonte dei problemi ed è da li che è necessario partire per cercare di salvare la situazione. Però è da considerare anche il fatto che il malgoverno greco si è inserito in un contesto europeo e di moneta unica con parecchie defezioni (ruolo della BCE, mancata unione fiscale ad esempio) che sicuramente non hanno aiutato la situazione.

      Infine una considerazione puramente tecnica che potrebbe complicare l’uscita della Grecia dall’euro e il suo ritorno alla dracma: allo stato attuale dei Trattati infatti se un paese esce dall’euro deve uscire anche dall’Europa.

      Cordialmente

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