Nei giorni in cui è scoppiata la polemica intorno alla ‘monotonia’ del posto fisso e al tabù della riforma dell’articolo 18, i dati descrivono amaramente le difficoltà della condizione giovanile: più del 30% dei ragazzi fra i 15 e i 24 anni non studiano né lavorano. E ancora, il 47% dei giovani fino a 25 anni hanno forme di contratto atipiche contro l’8% degli over 35.

Alcune domande sorgono spontanee: qual è il costo sociale del posto fisso? Il precariato di alcuni deriva dall’eccessiva ‘protezione’ di altri? E’ pensabile mantenere costantemente un’occupazione sicura ed elevata per l’intera forza lavoro attraverso l’impossibilità di licenziare, se non per giusta causa (ditemi voi se la crisi aziendale non è una ‘giusta causa’ per tagliare il capitale umano che eccede le necessità produttive)? Il costo per ogni singolo lavoratore è facile da descrivere: la protezione offerta dall’articolo 18 comporta una retribuzione. L’imprenditore, infatti, privato della possibilità di licenziare qualora il posto diventasse in futuro improduttivo, sopporta un costo potenziale aggiuntivo che ‘scarica’ sul collaboratore.

A rigor di logica, ciò farebbe ritenere che i lavoratori assunti con contratti a tempo determinato o contratti atipici, rinunciando alla sicurezza del posto fisso, godano di una retribuzione maggiore. Ma allora perché in Italia le cose non vanno così? Perché i lavoratori protetti, ossia i dipendenti pubblici e quelli nelle aziende sopra i quindici dipendenti, sono difesi dai sindacati a differenza dei precari (giovani e non).

Infine, bisogna considerare i costi collettivi che derivano dal tentativo di garantire il posto fisso a tutti. In un sistema incentrato sul posto fisso, è la famiglia a fare il welfare. Mentre lo Stato non offre assicurazione sociale se non con le pensioni e con la certezza del posto fisso per un membro della famiglia. Impostare l’analisi dal solo punto di vista dell’offerta di lavoro sarebbe un errore. Bisogna, infatti, tenere presente anche il demand side, le esigenze delle imprese. Ovviamente, non basterà cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori per avere imprenditori capaci di assumere o investitori esteri pronti a creare nuove imprese.

Nel ridisegnare l’offerta del lavoro, sarà quindi necessario tenere presente come cambia la domanda in Italia e nel mondo.

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