Benedetto Croce (1866-1952) è il padre del liberalismo italiano del Novecento insieme a Luigi Einaudi, con il quale porta avanti una storica polemica intellettuale intorno al tema cruciale dei rapporti tra liberalismo politico e liberalismo economico o liberismo. È inoltre un esponente del neoidealismo italiano insieme a Giovanni Gentile, al quale è legato da una profonda amicizia (sentimento definito da Croce un “istituto morale”) destinata a frantumarsi sotto la scure del fascismo.

L’uomo Croce mantiene sempre una posizione indipendente, lontano dalle istituzioni, in particolare da quelle accademiche. Si concede solo qualche parentesi di natura politica: Senatore nel 1910; Ministro della Pubblica Istruzione nel 1920-21; dopo la caduta del fascismo, presidente del Partito Liberale e membro dell’Assemblea Costituente. Per il resto vive tra i libri, maturando però un’alta coscienza civile che dimostra soprattutto di fronte al regime fascista, essendo tra i pochi intellettuali che si oppongono alla dittatura per propugnare il valore della libertà, combattendo la sua battaglia fino alla fine, anche con evidenti rischi personali.

Croce considera il liberalismo un ideale etico e l’idea di libertà è per lui immanente alla realtà. Rifiuta ogni spiegazione trascendente, ogni schematismo imposto dall’esterno, rigetta qualsiasi forma di autoritarismo e di omologazione. In quest’ottica, l’etica della libertà, perennemente combattente, è il frutto di una percezione della Storia intesa come progressivo sviluppo dello Spirito e instancabile perfezionamento morale. Considera invece il liberismo un principio economico al quale il liberalismo non può essere sacrificato. Da qui il dibattito con Einaudi anche se, scavando a fondo, il liberalismo metapolitico ed etico di Croce non è poi così agli antipodi rispetto al liberalismo meta-economico, e ancora etico, di Luigi Einaudi. In un saggio del 1927, La concezione liberale come concezione della vita – che pubblicherà nella raccolta Etica e politica (1931) – Croce descrive la “disposizione pratica liberale” come “di fiducia e favore verso la varietà delle tendenze, alle quali si vuole piuttosto offrire un campo aperto perché gareggino e si provino tra loro e cooperino in concorde discordia, che non porre limiti e freni, e sottoporle a restringimenti e compressioni”. Ma già nel 1920 Einaudi aveva scritto che “il bello, il perfetto non è l’uniformità, non è l’unità, ma la varietà ed il contrasto”, aggiungendo che “un’idea, un modo di vita, che tutti accolgono, non val più nulla”. Pur non accettando “la tesi che la libertà possa affermarsi qualunque sia l’ordinamento economico”, Einaudi  accetta invece –  nel 1928  su La Riforma Sociale – la tesi di Croce, secondo il quale il liberismo è un concetto inferiore e subordinato a quello più ampio di liberalismo, e l’economista afferma che il primo “fu la traduzione empirica, applicata ai problemi concreti economici, di una concezione più vasta ed etica, che è quella del liberalismo”.

Ciò che accomuna i due grandi padri del liberalismo italiano del Novecento è comunque il rispetto per l’individuo e per la sua libertà. Per entrambi la libertà rappresenta il ‘principio etico’ di cui l’uomo dovrebbe essere portatore. Lo storico Croce, in particolare, rivendica un’idea di Storia il cui oggetto privilegiato è l’indagine dell’episodio individuale, unico e mai generalizzabile. Sul piano economico Einaudi difende, invece, l’individuo che lotta per realizzare un’impresa con le proprie forze e viene premiato secondo il suo merito.

Nel manifesto degli intellettuali antifascisti (1° maggio 1925), o meglio ‘il contromanifesto’ – scritto in risposta al manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile, diffuso il 25 aprile del 1925 – Croce contrasta energicamente la fede fascistica nello Stato etico con la fede nella libertà delle soggettività e delle coscienze moralmente costituite, “con quella fede che da due secoli e mezzo è stata l’anima dell’Italia che risorgeva, dell’Italia moderna; quella fede che si compone di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l’educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento”. Il liberalismo crociano diventa così la componente essenziale di ogni forma di  antifascismo in Italia. Opponendosi all’oppressione dominante egli difende la dialettica delle posizioni e nega, nel contempo, il carattere assoluto della Storia e dello Stato.

Il pensiero di Croce è noto per essere quello di un grande intellettuale avverso al fascismo ma occorre ricordare che negli anni del primo dopoguerra, di fronte alla crisi della società italiana e dello Stato liberale, Croce vede nel fascismo un moto di ordine capace di restaurare l’autorità dello Stato contro tutte le forze “sovversive” che minacciano di sgretolarlo. Egli appoggia così i primi governi Mussolini, sia con il voto in Senato sia con dichiarazioni favorevoli pubblicate sui giornali conservatori. Solo dopo il colpo di Stato del 3 gennaio 1925 – con il quale il governo fascista, abolendo le garanzie dello Statuto, avvia la costituzione del ‘regime’ totalitario – Croce passa definitivamente sui banchi dell’opposizione. È da questo momento in poi che inizia la sua vera battaglia a difesa del supremo ideale morale della libertà, segnata dalla rottura con Giovanni Gentile, profonda al pari della loro precedente amicizia. L’opposizione politica al fascismo conduce Croce anche a una revisione teoretica del proprio pensiero: egli salda la teoria alla pratica, il pensiero all’azione. Da questa revisione scaturisce la concezione della sua “disposizione pratica liberale” che oppone, simultaneamente, al fascismo e al socialismo. In questo contesto sostiene che l’unico ideale politico capace di tradurre in pratica lo storicismo assoluto (da lui difeso in sede filosofica:  “La vita e la realtà è Storia e nient’altro che Storia”) è, per l’appunto, quello liberale. In questa fase il liberalismo crociano si presenta come “religione della libertà”, ossia come elevazione categorica della libertà a ideale e norma di vita, a regola morale assoluta e immortale di tutte le lotte politiche. Il carattere immanentemente religioso del liberalismo di Croce rappresenta la principale ragione del fascino che esso esercita, in particolare durante il regime fascista.

La storia umana è sempre “storia della libertà” nonostante le eclissi subite dalla libertà nella vita politica degli stati. Croce presuppone una sorta d’immanente razionalità – o di laica provvidenzialità – dello sviluppo storico per cui oltre al conoscere storico c’è l’agire storico, che si svolge attraverso conflitti e drammi. Liberale è inoltre “chiunque accetti l’idea dello Stato liberale: conservatore, moderato, democratico” e il suo liberalismo si concentra sull’armonizzazione e la convivenza delle singole individualità (schiacciate dalle azioni massificanti del fascismo) che acquistano una forma politica nella rappresentanza democratica. Per Croce il liberalismo non deve essere mai scisso dalla democrazia in quanto “non bisogna dimenticare che il liberalismo disgiunto dalla democrazia inclina sensibilmente verso il conservatorismo e che la democrazia, smarrendo la severità dell’idea liberale, trapassa nella demagogia e, di là, nella dittatura”. Per Gentile, invece, di fronte al grande avvento delle masse sollevate dalla forza autoritaria dell’azione fascista, il problema primario è creare uno Stato inteso come comunità vivente, fondato sull’idea del sacrificio e del dovere. In Croce emerge la dimensione fondamentale del diritto (per Croce il diritto, al pari della politica, fa parte dell’insieme delle attività umane rivolte al successo pratico, all’efficacia tecnica) per cui lo Stato deve preservare la libertà dei singoli, mentre lo Stato-comunità di Gentile si basa sulla fusione delle individualità che genera le ‘masse’.

Un’operazione estremamente forte e totalizzante quella di Croce contro il fascismo: egli si rivela l’ispiratore della resistenza all’oppressione dell’uomo sull’uomo. In una società omologata dalla fede fascistica, la sua voce di dissenso favorisce, soprattutto tra i giovani, l’elaborazione d’istanze critiche, lo sviluppo dialettico delle posizioni che cerca di contrastare la massificazione dilagante, negazione delle individualità e della libertà, l’assenza di alternative e di cooperazione.

Su queste basi, pur rimanendo un realista politico, ancorato al senso dinamico e relativo della Storia, Croce sviluppa la sua concezione del liberalismo come “religione della libertà”, definendola “religione” riferendosi “all’essenziale e intrinseco di ogni religione, che risiede sempre in una concezione della realtà e in un’etica conforme”, prescindendo da qualsiasi elemento mitologico. La libertà crociana non corrisponde, quindi, né a un dato economico né a un elemento mitologico ma è un ideale morale (il più alto ideale morale) da alimentare e perfezionare nel corso della Storia; come insegna la brutalità storica del fascismo, inoltre, la libertà non è mai scontata e quindi occorre combattere per difenderla. In questa prospettiva, in Teoria e storia della storiografia (1927), Croce definisce il concetto di “storia etico-politica”, la quale “s’indirizza agli uomini di coscienza, intenti al loro perfezionamento morale, che è inseparabile dal perfezionamento dell’umanità”. A suo avviso solo l’educazione alla libertà è in grado di formare i presupposti intellettuali e morali per l’attuazione di una reale politica ed economia liberale. Di certo occorre che la libertà si traduca in disposizioni costituzionali, in norme giuridiche, in provvedimenti di politica economica, in risposte concrete; occorre però ammettere che la libertà corrisponde, a monte, a un atteggiamento culturale, a una disposizione dell’animo, alla volontà di misurarsi con le difficoltà contingenti cercando di superarle e ricercando, in ogni situazione storica, le soluzioni rispettose della propria libertà individuale, così come della libertà di ogni altro essere umano. Per Benedetto Croce, inoltre, esiste solo ‘una’ libertà al singolare che contiene in sé la pluralità di tutte le libertà possibili e, a tale proposito, ammonisce affermando: “La libertà al singolare esiste soltanto nelle libertà al plurale”.

Il vero dovere, la vera regola è ‘la’ libertà: essa “supera la teoria formale della politica e, in un certo senso, anche quella formale dell’etica, e coincide con la concezione formale del mondo e della realtà. […] in essa si rispecchia tutta la filosofia e la religione dell’età moderna, incentrata nell’idea della dialettica ossia dello svolgimento, che, mercé la diversità e l’opposizione delle forze spirituali, accresce e nobilita di continuo la vita e le conferisce il suo unico e intero significato”.

La libertà nobilita l’uomo ed è un pragmatico principio morale che si concretizza nel divenire storico. Non può essere irreggimentata in categorie dogmatiche e ideologiche e sfugge a chi vuole costringerla in una cornice intellettuale, perché coincide con il continuo e cangiante svolgimento dell’attività umana. La libertà è Storia. Non può essere confinata nemmeno in una dottrina economica (liberismo) perché risiede nello Spirito dell’uomo, il vero, ma non assoluto e sempre mutevole, in quanto contingente, motore della Storia.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Davvero un ottimo articolo che riassume l’uomo Croce. Sarebbe stato l’ideale se egli avesse accettato di divenire il Presidente dell’Assemblea Costituente così come chiedevano tutti quanti, ma la sua idiosincrasia per le cariche ci privò dell’uomo più valido che avevamo in quel momento, De Nicola era un galantuomo ma certo non aveva lo stesso carisma.

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