Il federalismo, il principio di sussidiarietà, gli aiuti strutturali e una valuta comune, modellata sul marco tedesco, hanno rappresentato i principi fondamentali del funzionamento del modello europeo dell’ultimo decennio, un’idea di Europa in cui Berlino si rispecchiava pienamente, a cui ha saputo dare un enorme contributo, dal punto di vista ideologico e pratico, con un massiccio ritorno in termini di esportazioni intra-europee e con il consolidamento di una posizione economica dominante nell’eurogruppo continentale.

Ma se l’errore iniziale dell’Europa aveva sede nelle origini della sua stessa formazione, che non prendeva nemmeno in considerazione l’ipotesi di default di uno Stato membro (un po’ come un matrimonio in cui non si contino malattia e povertà, nel quale è legittimo che il coniuge, alla prima influenza dell’altro, cerchi di stare il più lontano possibile per evitare il contagio), oggi si sta commettendo un altro errore, che prende il nome di austerity e che nasce sostanzialmente dall’incapacità tedesca di comprendere la dinamica dei rapporti di reciproca dipendenza tra le economie europee.

Un errore gravissimo, soprattutto considerando che è originato proprio dai principi economici del maggior esportatore europeo (25% del Pil tedesco), che si rivolge per una quota pari al 60% delle proprio esportazioni ai mercati interni all’eurozona.

La teoria dell’austerità espansiva, cui si rifanno le recenti riforme economiche, non ultima quella italiana, si appoggia ai successi ottenuti negli anni ’80 da alcune Nazioni europee (Olanda, Danimarca e Svezia) che riuscirono a tagliare la spesa pubblica senza rallentare la crescita. Ma erano altri tempi, l’Europa era in piena corsa economica e la leva della svalutazione monetaria era presente e sovente utilizzata.

Oggi l’evidenza empirica ha già più volte dimostrato che la riduzione degli investimenti e della spesa pubblica non creano una spinta da parte del settore privato, sia perché le banche sono invischiate in un meccanismo di sfiducia del credito, sia perché non esiste, nella depressione generale, una controparte privata che compensi i tagli nel settore pubblico.

Il risultato di questo errore è sotto gli occhi di tutti: un lento declino economico che sta portando al ben più rischioso declino del modello di Stato sociale che da sempre costituisce uno dei pilastri fondanti del sistema europeo.

La soluzione al problema è scritta nero su bianco dal 1986, quando nel Single European Act si dichiaravano la coesione sociale ed economica degli Stati membri, valori oggi sempre più accantonati nel caos della crisi, ma che, sotto la forma di un Bond unico europeo, potrebbero riportare – sia psicologicamente che economicamente – fiducia e stabilità in tutta Europa, un po’ come fece Roosvelt con il New Deal negli anni ’30, che pur partiva da uno stock di debito immensamente superiore a quello attuale europeo.

Sebbene siano molti gli interrogativi tecnici che rimangono insoluti, dal “chi dovrebbe emetterli” al “a quali vincoli ed a quali garanzie dovrebbero essere sottoposti”, non si può non ricordare che se i nostri governanti avessero cominciato a porsi le domande giuste due anni fa, buona parte di tali interrogativi avrebbero oggi una risposta concreta.

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2 COMMENTI

  1. L’analisi del modello europeo ispirato dalla Germania é esatta, ma non vi é alcuna ragione per criticarlo. Non dimentichiamo che questo modello sarebbe stato vincente senza la crisi del 2008, nata negli Stati Uniti. E quanto ad oggi, chi vorrebbe una politica “espansiva” a forza di immissione di denaro pubblico, prsumibilmente per un’audace rete di infrastrutture, dece rispondere alla domanda n.1: dove prendere il denaro? Stampare euro senza controllo? Ricorrere agli eurobonds? Ma gli eurobonds significano prestiti che andrebbero ad aumentare il giiá pesante pubblico dell’eurozona e aggiungere un’ulteriore e grave ombra sull’euro. . In economia non ci sono scappatoie facili e indolori alle crisi. Se ci fossero, sarebbero di uso generalizzato. E non citiamo Roosecelt, che operava in un contesto divers, in un’economia diversa e in tempi diversi e non dimentichiamo che i suoi rimedi non furono tanto miracolosi giacché occorse la guerra per dare all’economia americana il colpo di frusta di cui nevessitava.

    • La ringrazio per il commento e mi permetto di cogliere l’occasione per chiarire il mio pensiero a riguardo.
      Innanzitutto non era mia intenzione criticare il modello europeo in quanto tale, anzi, la sovrapposizione dei principi ha indubbiamente portato benefici ad entrambi. La critica era semmai rivolta all’attuale incapacita’ di adattarsi ai cambiamenti imposti dalla situazione esterna, indipendentemente da dove essa abbia avuto origine.
      Per quanto riguarda il discorso Eurobonds, le ipotesi e le teorie, come sapra’, sono molteplici e profondamente diverse tra loro, ma in ogni caso non si tratterebbe di aggiungere debito al debito, ma di convertire i debiti nazionali in debiti collettivi. Se questo fosse stato fatto agli albori della crisi europea, quando ancora coinvolgeva un numero limitato di stati con economie di dimensioni ridotte (portogallo, irlanda, grecia), il debito cumulato sarebbe stato (e soprattutto sarebbe parso ai mercati) decisamente ridotto rispetto alla potenza economica europea come insieme.
      Infine, la veloce citazione di Roosevelt intendeva porre un parallelismo non tanto in termini pratici, perche’ come Lei giustamente ha ricordato il contesto era completamente diverso da oggi, quanto in termini teorici, allo scopo di risaltare la necessita’ di un nuovo compromesso tra gli attori europei, che agiscono con tempi troppo lunghi rispetto ai mercati e con azioni palliative a breve termine, che puntualmente si dimostrano inefficaci per contrastare la sempre maggiore mancanza di fiducia nei confronti dell’eurozona.

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