All’alba di mercoledì 20 febbraio i Ministri delle finanze della zona euro, riunitisi a Bruxelles, hanno dato il via libera all’approvazione di un secondo pacchetto di salvataggio per la Grecia del valore di 130 miliardi di euro. La montagna di denaro che gli Stati membri e l’FMI (Fondo monetario internazionale) sono disposti a sborsare è però condizionata.

Alla Grecia sono state chieste: ulteriori misure di austerity, in parte concordate nei vertici scorsi, il raggiungimento di ambiziosi ma – stando all’Eurogruppo – realistici obiettivi di consolidamento di bilancio per tornare a un surplus primario a partire dal 2013 e un programma di privatizzazioni e riforme strutturali nel campo del mercato del lavoro, in quello dei servizi e dei prodotti. L’obiettivo è quello di assicurare la sostenibilità del debito e garantire maggior competitività; si sta tentando di riportare l’economia e la finanza pubblica della Grecia su un percorso sostenibile, salvaguardando la sua stabilità finanziaria e di conseguenza quella di tutta la zona euro.

I Ministri hanno poi apprezzato due misure, relative ai meccanismi di pagamento del debito che la Grecia ha messo sul tavolo delle trattative. La prima è l’introduzione, a livello costituzionale, di una norma che assicuri la priorità assoluta del pagamento del debito su ogni altro tipo di spesa pubblica, in secondo luogo la Grecia si è detta disponibile a creare un meccanismo che permetta di tracciare e monitorare l’utilizzo dei fondi ottenuti e dei fondi interni destinati a servire il debito, attraverso la costituzione di un conto a ciò destinato (conto bloccato).

I sedici Paesi membri della zona euro hanno, come detto, concordato su un prestito finale di 130 miliardi, che verranno attivati attraverso il Fondo salva Stati EFSF, ma non solo. Si sono, infatti, impegnati a ‘girare’ alla Grecia fino al 2020 ogni futuro ricavo proveniente dai titoli di Stato ellenici detenuti dalle rispettive banche centrali con un conseguente taglio sul debito pubblico greco, sempre al 2020, dell’1,8% e un risparmio di circa 1,8 miliardi di euro in termini di finanziamento. Inoltre è stata data la facoltà agli Stati membri di reindirizzare alla Grecia parte dei proventi derivanti alla Bce dalla detenzione dei titoli di Stato greci (a seguito delle sue operazioni di acquisto sul mercato secondario) attraverso le banche centrali nazionali dell’Eurosystem (BCE e Banche centrali nazionali). Altro aiuto verrà dai creditori privati che accetteranno di scambiare in perdita i titoli di Stato greci con un taglio sul valore nominale del 53,5% con un ‘sacrificio’ stimabile intorno ai 107 miliardi di euro.

Tutte queste misure di aiuto hanno avuto, oltre l’austerity fino a questo momento attuata da Atene, anche un prezzo in termini di democrazia. Tra gli accordi, infatti, i Ministri hanno deciso di rinforzare la presenza della Commissione in Grecia costituendo una task force ad hoc, chiamata a cooperare con il Governo greco e ad assistere la troika nella valutazione della conformità con il programma concordato delle misure che il Governo greco adotterà, garantendone la tempestiva e piena implementazione.

Il commissariamento di Atene e in particolare del suo ministero delle finanze è la conseguenza che salta agli occhi di tutti ed è l’elemento che più si presta a essere utilizzato da chi vuole cavalcare l’antieuropeismo. In realtà i problemi sono ben altri. Prima di tutto, per dirla con il Presidente Monti, la Grecia ha negli anni messo in pratica il decalogo delle politiche da non perseguire, in secondo luogo non ha avviato nemmeno una riforma strutturale finalizzata alla correzione di quelle sacche di inefficienza prodotte dal malgoverno.

Appurata la responsabilità della Grecia, torniamo al punto che vedrebbe l’Europa espropriare il Parlamento greco della sua legittimazione democratica. Da un lato è corretto dire che la sovranità sulla politica economica di Atene è stata ridotta all’osso, dall’altro è necessario ricordare che pur sotto le pressioni europee e internazionali è stato il Parlamento greco regolarmente eletto ad approvare le misure di austerity, sapendo perfettamente che i circa 240 miliardi totali non sarebbero arrivati senza un prezzo. Non è d’altra parte la banca che concede il mutuo a dettare le condizioni? Non ci si deve dunque stupire se poi, data la fiducia riposta nelle istituzioni greche, l’Europa voglia monitorare ogni passo che esse compiono per verificare che i soldi dei sedici Paesi della zona euro, dell’FMI e dei creditori privati non siano stati stanziati invano.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI