Perfino chi non è stato un ‘sorcino’ incallito riuscirebbe a canticchiare il motivetto di Renato Zero che santificava ‘Mamma Rai’ agli inizi degli anni Ottanta. Due strofe del cantautore romano della Montagnola ci tornano più che mai utili oggi: “…viva la Rai, quanti geni lavorano solo per noi, viva la Rai con il suo impero, dice la Rai soltanto il vero…”, e last but not least, “…  viva la Rai, quante battaglie nei corridoi, poveri noi se non si mettessero d’accordo alla Rai, paghiamo allora questo abbonamento per mantenerli in salute e in sentimento… ”.

Scontato come la sigaretta dopo il caffè, con l’inizio dell’anno è arrivato il monito dal civico 14 di viale Mazzini: “Ricordatevi di pagare il canone Rai”. Abituati alla consueta gimkana fra tasse, imposte e gabelle, gli italiani è un po’ che se ne fregano della Rai Tv, tanto che l’evasione per l’abbonamento ha raggiunto le soglie del 43%. Casse vuote, dunque, da via Teulada a Saxa Rubra, e via con il solito pianto alla corte dell’Esecutivo per racimolare un po’ di soldi. Tempo fa girava la leggenda metropolitana che l’odiosa imposta sarebbe finita tra le ‘voci’ spesa della bolletta elettrica. Non è mai successo. Centododici euro l’anno per chi possiede un televisore, prendere o lasciare.

Piccola escursione in ambito legislativo: “Il canone Rai è un’imposta sulla detenzione di apparecchi atti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni televisive nel territorio italiano, indipendente dalla reale fruizione o dalla volontà di fruire dei programmi trasmessi dai vari operatori televisivi”. L’imposta si basa su quanto disposto dal Regio Decreto Legge 21 febbraio 1938, n. 246, “Chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta le norme di cui al presente decreto”.

Non ci piove sul fatto che pagare sia un obbligo (peraltro confermato da Cassazione e Corte Costituzionale), tuttavia sottostare a una legge monarchica (che andrebbe quantomeno rivista) risulta di difficile comprensione. Parte delle entrate dello Stato derivanti da questa imposta sono devolute direttamente alla società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo italiano, cioè la Rai Radiotelevisione Italiana Spa. In questo tortuoso meccanismo burocratico è risaputo che l’Erario deve restituire somme ingenti alla Rai (milioni di euro) semplicemente perché se le è tenute nel forziere. Cifre mostruose, se si pensa che solo di abbonamento la Rai intasca (dopo la riscossione dell’Agenzia delle Entrate attraverso i bollettini che successivamente il Tesoro ‘gira’ a viale Mazzini) circa un miliardo e mezzo di euro. Altro piccolo inciso: di pubblicità, le entrate sono pari quasi a 950 milioni di euro.

L’ultima trovata, svanita nell’arco di ventiquattrore con evidenti imbarazzi, è stata quella di voler far pagare l’imposta anche ai possessori di smartphone, tablet e personal computer in quanto apparecchi in grado di riprodurre i canali televisivi in chiaro. In una parola: tutti. In sostanza, l’Ufficio Abbonamenti interpreta per estensione la legge secondo il suo indice di gradimento, chiede un parere all’Agenzia delle Entrate che ne è ben contenta e al Ministero competente ma quest’ultimo sceglie il mutismo. Chi tace acconsente, e via con le richieste di pagamento (sostituendosi, oltretutto, a chi ha l’attribuzione di “interpretare” la legge). Poi la Rai arrossisce, ingrana la retromarcia, e garantisce chiarezza (si fa per dire): il canone speciale è dovuto solo da imprese, società ed enti nel caso in cui i pc siano utilizzati come televisori (digital signage) e solo se l’impresa, la società o l’ente non abbiano già provveduto al pagamento per il possesso di uno o più televisori. Insomma, la Rai sta alla canna del gas, che poi uno potrebbe pure darle ragione da un certo punto di vista: ci sono quattordici canali sul digitale terrestre, quindi gli introiti del canone troverebbero una giustificazione.

No, non basta. A parte Rai News, alcune trasmissioni curate dalla Tgs (Testata Giornalistica Sportiva o Rai Sport che dir si voglia), Rai Edu (che una volta era il Dipartimento Scuola Educazione) insieme all’offerta sul web che risulta la migliore tra i vari broadcast, i palinsesti degli altri canali sono da rivedere in toto. Senza contare che avrebbe dovuto costituire un enorme vantaggio, un asso nella manica, occupare i primi tre canali. Per non parlare di quel tesoro inestimabile custodito nelle teche Rai, un archivio sfruttato poco.

Per spiegare come mai questa imposta sia tanto odiata, non basterebbero cento articoli. Di certo i telespettatori sono cresciuti e vogliono poter scegliere, anzi già lo fanno visto il crescente aumento di abbonamenti pay per view. Imbolsita da decenni di lottizzazioni e incapace di un radicale rinnovamento, nei contenuti (quindi negli autori), la Rai è vecchia come il monoscopio che sanciva la fine delle trasmissioni con il suo rassicurante sibilo, obsoleta come la grafica del Televideo, in perenne ostaggio dell’audience. Intimorita, anche, se restare dov’è o se guardare realmente al futuro, preferisce affidarsi agli anziani invece di puntare sui volti nuovi (come fanno da anni a Sky e La7 per esempio), è un’eterna casa di riposo dove si rivangano i bei tempi andati. Sarà per questo che la gente rimane incollata a guardare “Da Da Da” per un duetto Mina-Battisti, un monologo di Walter Chiari o una gag qualsiasi di Raimondo Vianello ed Ugo Tognazzi, ma cambia canale se trova trasmissioni-pacco?

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