Arrivano dall’Inghilterra, dalla Spagna, dalla Germania, dalla Francia, dall’Italia, ma anche dal Medioriente. Molti hanno una certa età, nella stragrande maggioranza sono eterosessuali, sposati e padri di famiglia. Uomini che sembrano ordinari, che sembrano, ma non lo sono.

Dicono di cercare il calore del sole, il sapore del tè alla menta e il profumo delle spezie, ma è un tipo di evasione completamente diverso quello che cercano realmente questi ‘pedo-criminali’ venuti da fuori. Qualcuno arriva a dire di essere innamorato del Marocco delle Mille e una Notte, dei suoi paesaggi meravigliosi, del suo calore umano, della sua storia, innamorato a tal punto che decide di farne la sua seconda casa, un rifugio dove passare la vecchiaia. Ma dietro a queste immagini rassicuranti, si nascondono dei pervertiti gravemente malati, dei mostri spregevoli e senza scrupoli. Vengono a cercare ciò che c’è di più innocente, tenero e docile, ma anche di più fragile: bambini e bambine messi con le spalle al muro dalla fame e dalla miseria e costretti a vendere i loro piccoli corpi in cambio di un pugno di euro o di un pasto caldo. Dei bambini sfruttati da ‘reti’ di malavitosi o, più spesso, da prosseneti che cercano di fare ‘affari’ in modo facile, con l’approvazione, a volte – ma neanche tanto di rado – di famiglie ignoranti, poverissime o semplicemente avide.

Le grandi città turistiche come Marrakech, Agadir o Tangeri pullulano di ‘protettori’ che propongono al miglior offerente ragazzine e soprattutto ragazzini. Dallo Tsunami del 2004 poi, gli scandali a sfondo pedo-pornografico, che coinvolgono stranieri, turisti o residenti, si sono moltiplicati in modo esponenziale. Se la prostituzione dei minori esisteva in Marocco molto prima del cataclisma asiatico, ciò non toglie che questa catastrofe naturale abbia costituito una sorta di catalizzatore per il turismo sessuale dirottando i pedo-criminali europei e americani, clienti abituali dei bordelli tailandesi, sui Paesi africani. Purtroppo il fenomeno non si limita al Marocco turistico. Nelle piccole città della costa, più appartate e discrete, ogni anno vengono arrestati pedofili stranieri, spesso pensionati che si istallano nei quartieri più popolari e modesti, sicuri di trovare pane per i loro denti. Un vecchio spagnolo è riuscito a violentare e abusare per ben cinque anni, decine di minori nella regione del Gharb, in cambio di false promesse di matrimonio per le adolescenti e di dolci e balocchi per i più piccoli. Quanti bambini hanno osato parlare? Quante famiglie erano al corrente? Qual è la loro parte di responsabilità in questa storia? Perché se è vero che i pedofili devono essere severamente giudicati per i loro crimini, anche l’ambiente che li circonda ha la sua parte di colpa e di responsabilità.  I genitori tacciono con la scusa dei divieti socio-religiosi, la scuola è completamente sconnessa dalla realtà con la quale si confrontano tutti i giorni le future generazioni, la stampa locale non affronta ancora con l’impegno necessario questa vera piaga sociale, le autorità sono in difetto, per il loro chiudere troppo spesso e troppo facilmente ‘un occhio’ sugli scandali, i poteri pubblici. Infine, malgrado gli sforzi lodevoli fatti in materia di legislazione (anche se ancora oggi non si parla di crimini perpetrati da pedofili ma di ‘attentati al pudore’), non si mostrano sufficientemente intransigenti nelle pene inflitte ai maniaci, soprattutto quando questi sono cittadini di ‘Paesi amici’.

E’ impressionante sentire i racconti di chi ha visto metropoli come Casablanca cambiare totalmente aspetto al calar delle tenebre, diventando la scena di una vita sotterranea che dà i brividi. Bambini ‘fatti’ di colla (o meglio drogati con un additivo per pittura, molto tossico) errano, sporchi e completamente persi, per le strade nere della città bianca. Vengono chiamati chamkers, gli abbandonati, i dimenticati della città. Quelli che ne escono ‘meglio’ vendono gomme da masticare ai semafori, qualcuno mendica o rovista tra la spazzatura, i più accettano di salire sulla prima macchina che passa per un pugno di dirham. Molti di loro non sono orfani, qualcuno torna a casa ogni tanto, si fa una doccia, mangia, dorme un po’ per poi tornare alla notte e ai fumi di colla. Spesso hanno un ‘referente’ più grande,  un inetto che gli vende quella droga ‘artigianale’ e che, come in Oliver Twist, regna su di un piccolo gruppo di bambini persi che hanno avuto la sfortuna di incontrarlo sulla loro strada. Gente senza scrupoli che profitta della disperazione, della miseria e della povertà per utilizzare donne e ragazzini per mostruosi fini commerciali. Le ‘reti’ di prostituzione minorile non esistono solo nelle città turistiche per una clientela agiata in cerca del gusto del proibito, ma anche in città come Casablanca, per una clientela locale, che non naviga certamente nell’opulenza. Lo sfruttamento sessuale non è certamente un fenomeno nuovo, soprattutto nella cultura arabo-musulmana nella quale il sentimento di vergogna è molto presente, motivo per il quale parlarne è stato finora molto difficile.

Oggi sono diverse le organizzazioni che si battono per i diritti dei minori. L’ONG “Touche pas à mon enfant”, creata nel 2004, l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani, l’Osservatorio Nazionale dei Diritti dei Bambini, sono solo alcune di esse. Si sono costituite parti civili in diversi processi contro pedofili, riuscendo qualche volta a farli condannare al massimo della pena, ossia trent’anni di reclusione. Troppo spesso però gli imputati sono tornati in libertà per mancanza di prove riguardanti le accuse più gravi: la pedofilia. Nonostante le difficoltà, le loro incessanti campagne di sensibilizzazione hanno senz’altro segnato la nascita di un’era di battaglia senza pietà contro la pedofilia sul suolo marocchino. E se la “Primavera Araba” è nata come rivolta per riconquistare la dignità, in nome di questa si spera che vengano denunciate sempre più spesso pratiche rimaste per troppo tempo impunite.

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