Luigi Einaudi (1874-1961) è il primo Presidente eletto della Repubblica Italiana, grande economista e grande liberale. La sua estrema chiarezza e la sua non comune e sottile umiltà non facevano altro che potenziare il suo carattere forte e determinato, volto a risolvere i problemi concreti della gente. “Non so dove sia la verità – affermava – la sto cercando e la cerco, discutendo e proponendo soluzioni”. Una grande lezione di liberalismo, racchiusa in due righe, lapidarie e indelebili, dalle quali traspare la sua famosa definizione di “punto critico”, espressione che Einaudi attribuisce a un concetto fondamentale: il liberalismo come “dottrina di limiti” che, mettendo in pratica la capacità di contemperare necessità opposte o semplicemente diverse, ha per fine “l’elevazione della persona umana”.

Mai eccessivo nelle polemiche e mai compiacente, Einaudi critica il suo allievo Gobetti al quale rimprovera l’estremo e rivoluzionario liberal-socialismo, che gli appare, oltretutto, pieno di contraddizioni. Polemizza con Giolitti che non ama, perché lo considera un uomo del compromesso, compiacente con il trasformismo. E’ un europeista convinto, una vocazione che fa intravedere già in uno scritto del 1897. Molti lo rimproverano per essere stato un Presidente della Repubblica ‘notaio’, poco visibile, dietro le quinte. In buona parte è un giudizio che corrisponde alla realtà ma la ragione più forte di questo suo comportamento risiedeva nel suo alto senso delle istituzioni. Come capo dello Stato interveniva costantemente senza spettacolari azioni, con la discrezione e l’eleganza intellettuale che lo contraddistinguevano. Il suo duplice obiettivo era contrastare le ingiustizie e assicurare il rispetto della legge.

Il pensiero politico-ideologico di Einaudi è particolarmente critico nei confronti dello statalismo, grande ostacolo all’affermazione e alla promozione del singolo e barriera che impedisce il reale sviluppo di ciascuno. Il liberismo dello statista cuneese non ignora quindi gli argomenti non direttamente legati alla libera iniziativa economica e al laissez faire, ma sottolinea l’importanza degli aspetti etici correlati. Questo pensiero lo porta a sospettare, fin dal principio, dell’ascesa del movimento fascista con le sue istanze corporativistiche e il suo odio per il liberalismo storico. Einaudi, che era diventato senatore del Regno nel 1919, assiste ai trionfi dapprima popolari e poi elettorali di Mussolini e nel 1925, quando la dittatura è ormai al potere, è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto dall’amico Benedetto Croce. Per Einaudi non esiste liberalismo senza liberismo economico. A prima vista il suo sembra un discorso puramente economico ma, scavando a fondo, nel suo pensiero l’economia collima con l’etica. Un’etica fortemente legata all’individuo che, premiato secondo il suo merito, porta avanti con le proprie forze un progetto.

Egli vede nel liberalismo l’affermarsi di un sistema economico in grado di premiare l’individuo, difendendone la libertà; a tale proposito, riferendosi alle affermazioni del suo amico Benedetto Croce, afferma: “Si prova un vero restringimento al cuore nell’apprendere da tanto pensatore che protezionismo, comunismo, regolamentarismo e razionalizzamento economico possano a loro volta, secondo le contingenze storiche, diventare mezzi usati dal politico allo scopo di elevamento morale e di libera spontanea creatività umana”. Per Einaudi lo statalismo è inevitabilmente liberticida e fonte di malcostume, per cui il ‘favoritismo’ viene sostituito al merito e alla libera scelta dell’individuo. In questo contesto la libertà impresa, come emancipazione o, meglio, come autorealizzazione dell’uomo, esprime la vera libertà liberale, costantemente alimentata, sul piano etico, da un forte senso di responsabilità e da una retta coscienza del proprio dovere. Per Einaudi combattendo l’economia di mercato e denunciando come furto la proprietà privata vengono messe a repentaglio sia l’efficienza economica sia la democrazia politica. Il liberalismo non è solo una teoria economica o politica ma, come sottolinea Norberto Bobbio, corrisponde per Einaudi ad una vera e propria “visione del mondo”, secondo cui la fede nella libertà è l’indispensabile precondizione anche della libertà economica che si attualizza pienamente in uno Stato di diritto, il quale non può esistere senza economia di mercato.

Riprendendo una vecchia polemica con Benedetto Croce e condannando ogni forma di comunismo, nel 1948, sul Corriere della Sera, Einaudi elogia la “libertà dell’uomo comune”, ribadendo che la libertà politica debba essere accompagnata dalla libertà economica: “A che serve la libertà politica a chi dipende da altri per soddisfare i bisogni elementari della vita? Fa d’uopo dare all’uomo la sicurezza della vita materiale, dargli la libertà dal bisogno, perché egli sia veramente libero nella vita civile e politica […] La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica”.

Einaudi aggiunge che “vi sono due estremi nei quali sembra difficile l’esercizio effettivo, pratico della libertà: all’un estremo tutta la ricchezza, essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; all’altro estremo dalla collettività. I due estremi si chiamano comunemente monopolismo e collettivismo: e ambedue sono fatali alla libertà. Queste due posizioni tendono “a uniformizzare e conformizzare le azioni, le deliberazioni, il pensiero degli uomini, a distruggere la gioia di vivere, che è gioia di creare, che è sensazione di aver compiuto un dovere, che è anelito verso la libertà, che è desiderio di vivere in una società di uomini ugualmente liberi di compiere la propria missione”.

Due profili profondamente diversi, Einaudi e Croce, il primo estraneo all’idealismo filosofico, ispiratore di un pensiero liberale fondato sul rispetto concreto della dignità dell’uomo e il ripudio di ogni forma di sottomissione; per Croce, invece, la libertà sopravvive anche nelle carceri: il sistema politico ed economico più costrittivo non può impedire all’uomo la libertà del suo pensiero, per cui l’uomo è libero anche davanti al dittatore e al tiranno; per Croce la libertà è libertà dello Spirito. Ben diverso il pensiero di Luigi Einaudi, attento al problema delle condizioni concrete in cui possa dispiegarsi la libertà, e per il quale ogni atto di supremazia e di abuso di potere offende la dignità dell’uomo, sottomettendo la libertà all’immoralità. E’ proprio in questo snodo che il pensiero economico di Luigi Einaudi rivela la sua anima etica e liberale, convinto che il liberismo sia “la traduzione empirica, applicata ai problemi concreti economici, di una concezione più vasta ed etica, che è quella del liberalismo”. Non sta all’economista fare una graduatoria dei fini della vita sociale e in quest’ottica afferma: “Croce ha su questo punto parole scultorie. Chi deve decidere non può accettare che beni siano soltanto quelli che soddisfano il libido individuale, e ricchezza solo l’accumulamento dei mezzi a tal fine; e, più esattamente, non può accettare addirittura, che questi siano beni e ricchezza, se tutti non si pieghino a strumenti di elevazione umana”.

Nel 1931, sulla rivista La Riforma Sociale, Einaudi spiega qual è il compito della scienza economica, ossia “la ricerca della soluzione economicamente più conveniente per raggiungere un dato fine”; critica inoltre un lassaiz-faire senza regole e sostiene che, di fronte alla necessità di risolvere problemi concreti, “l’economista non può essere mai né liberista né interventista, né socialista”. Diversi anni dopo, su Argomenti del dicembre 1941, nel saggio ‘Liberismo e comunismo’ sottolinea che il liberismo non è “il lasciar fare” e sostiene un’economia di mercato in cui lo Stato definisca i limiti entro i quali il privato può agire, rimuovendo gli ostacoli che impediscono la libera concorrenza. Aggiunge, inoltre, che “l’intervento dello Stato limitato a rimuovere quegli ostacoli che impediscono il funzionamento della libera concorrenza non è perciò tanto limitato come pare. Esso si distingue in due grandi specie: rivolta la prima a rimuovere gli ostacoli creati dallo Stato medesimo, e l’altra intesa a porre limiti a quelle forze, chiamiamole naturali, le quali per virtù propria ostacolerebbero l’operare pieno della libera concorrenza”. Nel secondo caso ciò che distingue l’interventista dal liberista “non sta nella ‘quantità’ dell’intervento, bensì nel ‘tipo’ di esso”. In pratica, un legislatore liberista sostiene: “Io non ti dirò affatto, o uomo, quel che devi fare; ma fisserò i limiti entro i quali potrai a tuo rischio muoverti”. Largo spazio all’iniziativa individuale quindi, che si carica del ‘rischio’ delle proprie azioni, guidata da un arguto senso di responsabilità economica ed etica, nel rispetto delle leggi.

Per Einaudi il regime liberistico non presuppone l’assenza di regole ma si fonda su un sistema di leggi che magistrati indipendenti mirano a far rispettare per permettere ai singoli e alle imprese di lavorare nel rispetto degli altri operatori economici, i quali sono, prima di tutto, degli individui con una propria dignità, detentori della loro personale libertà. Einaudi sottolinea inoltre la necessità, per tutti gli uomini, di fare un lavoro di formazione su se stessi, ossia “educarsi da sé e rendersi moralmente capaci di prendere decisioni sotto la propria responsabilità”, perché ciò rafforza la propria libertà personale.

Egli sostiene una libertà personale che ha, necessariamente, dei risvolti sul piano pratico. Non persegue l’ideale della libertà, conservandolo nella sua coscienza di uomo liberale. Ed è proprio sulla funzionalità del supremo principio etico della libertà che Croce ed Einaudi strutturano le loro storiche vicissitudini, attorno al binomio liberalismo/liberismo: l’uno considera la libertà un valore etico al di sopra della pratica politico-economica; l’altro invece – come si può capire anche dai titoli dei suoi numerosi scritti- nella sua opera di studioso e di governo sostiene pedissequamente l’‘applicazione’ del liberalismo, e quindi del valore della libertà del singolo ai problemi contingenti come le leggi tributarie, la burocrazia, gli scioperi, la scuola, l’unità europea, la disoccupazione, la libertà di stampa. Einaudi ha fissa davanti a sé la necessità di strutturare un sistema politico-economico che sia in grado di ‘attualizzare’ la libertà: la libertà è pragmatica (non solo economica ma anche morale e politica) ed è quindi fondamentale la relazione che intercorre tra il suo significato e l’uso, o meglio gli usi, che da essa non possono prescindere.

Per Einaudi la fede nella libertà dell’individuo si trasforma in una ‘predica inutile’ qualora non viene garantita da istituzioni che ne permettono l’effettivo esercizio nei vari settori della società: lavoro, scuola, giustizia, economia, politica, associazionismo, informazione. La libertà non coincide, quindi, con la concezione ‘formale’ del mondo e della realtà, come affermava Croce, ma con la realtà stessa: la libertà è la realtà contingente e rispecchia i problemi degli uomini. Su un punto fondamentale Croce ed Einaudi sono comunque d’accordo, sul fatto che la libertà sia incentrata sull’azione, sulla dialettica dello svolgimento che, al di là delle differenze tra gli individui, nobilita la vita dell’uomo conferendogli il suo vero significato. L’individuo ha quindi il diritto e il dovere di accrescere e innalzare questa vita attraverso la libera iniziativa e l’inventiva individuale. Ciò che però nel pensiero di Croce è un ‘metodo’ di libera iniziativa o un’‘idea’ di dialettica e di svolgimento, in Einaudi si trasforma, necessariamente, in azioni concrete perché la libertà non può rimanere una ‘religione’ inattiva nello Spirito degli uomini. Luigi Einaudi, con una complementarietà perfetta, traduce quindi nella quotidiana realtà dei fatti ciò che per il filosofo partenopeo è, sul piano della suprema idealità, la ‘religione’ della libertà.

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