Il quarantaseienne Mihail Prohorov, uno degli uomini più ricchi al mondo con un patrimonio personale valutato 18 miliardi di dollari nel 2011, è il candidato indipendente alle elezioni presidenziali del 4 marzo. Il suo retroterra accademico è prestigioso. Ha terminato l’Università Finanziaria moscovita (una delle cinque migliori del Paese) con il massimo dei voti, intraprendendo poi una carriera dirigenziale di alto livello. Dal 2001 al 2008 è stato amministratore delegato di Norilsk Nickel, prima società al mondo per produzione di nichel e palladio. Ha creato nel 2007 l’Onexim Group, un fondo d’investimento privato che ha partecipazioni azionarie in alcune delle più importanti società di Russia (fra cui la rilevante impresa mineraria Plyus Gold e UC Rusal, il maggior produttore mondiale di alluminio).

La sua carriera politica è iniziata nel giugno 2011 al congresso straordinario del partito Giusta Causa, durante il quale è stato nominato presidente per un mandato quadriennale. L’idillio è stato tuttavia di breve durata. Ad appena tre mesi dal conferimento dell’incarico e in vista del congresso del partito (previsto per metà settembre), rumor giornalistici avevano già riferito di malumori della ‘base’ verso il tycoon. Avvisaglie dell’allontanamento di Prohorov dal partito che lo aveva lanciato nel firmamento politico russo. Motivazione ufficiale per la sua estromissione è stata la decisione di cooptare nel partito Evgenij Rojzman, ideatore del fondo Gorod Bez Narkotikov (Città senza droghe) – personaggio dalle visioni politiche non esattamente moderate. Tuttavia, Prohorov ha giustificato la sua defenestrazione con il celebre discorso sulla presa di distanza dal “partito fantoccio” guidato dal Cremlino, scomparendo poi per tre mesi dalla scena politica.

E’ riapparso in grande stile il 12 dicembre 2011, annunciando la sua intenzione di concorrere alle Presidenziali. Dopo aver definito questa decisione come “la più gravosa” della sua vita, ha delineato il suo potenziale elettorato: la “classe media nel senso più ampio del termine”. E’ riuscito nell’impresa di raccogliere oltre due milioni di firme, necessarie per l’ammissione fra i candidati. A gennaio è stato pubblicato il suo programma elettorale, una dozzina di pagine dal forte impatto scenico, dedicate al presente (Putin) e al futuro (egli stesso). Le proposte chiave dal punto di vista politico sono la limitazione a due mandati per il presidente e per i governatori, l’inasprimento della responsabilità penale per le violazioni delle procedure elettorali. Sotto il profilo economico, una maggiore integrazione con l’Europa occidentale ed i Paesi democratici, l’abolizione del regime dei visti con gli Stati europei, l’intensificazione della lotta alla corruzione e il varo di una (controversa) amnistia finanziaria. Una delle poche iniziative concrete apparse nel programma di Prohorov riguarda un ambizioso piano infrastrutturale per la realizzazione di ferrovie, strade e aeroporti anche tramite IDE.

Piano cardine è poi l’undbuilding (la revisione) della rete energetica, necessario a garantire, secondo le parole del candidato, “parità di accesso ai gasdotti per tutti i produttori”. Il disegno implicherebbe uno spacchettamento di Gazprom in diverse aziende concorrenti, oltre che la dismissione delle attività non strategiche dell’azienda pubblica. Altro punto sul programma del magnate (in controtendenza rispetto ai maggiori candidati presidenziali) è uno snellimento dell’esercito russo, da ottenersi anche tramite l’abolizione della coscrizione obbligatoria.

Sotto un profilo più generale, le linee guida dell’azione ‘prohoroviana’ enfatizzano la funzione della proprietà privata, vista quale strumento di impulso per un pieno sviluppo della Federazione. Rileva tuttavia osservare come, nonostante il programma elettorale faccia della lotta alla corruzione un punto di principio, appaia stridente il contrasto fra questo enunciato e i metodi (manifesti) con cui Prohorov ha accumulato ricchezza nel corso degli anni. Il magnate ha dapprima utilizzato fondi pubblici per finanziare progetti d’investimento privati, ed ha poi seguito lo schema approntato dall’oligarca Vladimir Potanin, suo collega nonché amico personale. Costui ha attivato durante la ristrutturazione dell’economia sovietica un sistema di prestiti al governo, garantiti da pacchetti azionari delle imprese pubbliche in via di privatizzazione. Essendo le autorità drammaticamente a corto di liquidità, la quale è insufficiente persino a soddisfare le esigenze basilari della Nazione (stipendi dei militari, assistenza sanitaria), le quote azionarie finivano per rimanere in mano ai ‘cleptocrati’ al momento del mancato ripianamento dei debiti in scadenza. In questo modo alcuni uomini d’affari russi sono riusciti a prendere il controllo di complessi industriali di dimensioni colossali a prezzi realmente ‘di saldo’.

Le interpretazioni sull’estemporanea decisione di Prohorov di ‘scendere in campo’ abbondano. Alcuni analisti ritengono sia l’ennesima operazione false flag del Cremlino, altri credono che non si debba ossessivamente ricondurre la comparsa di formazioni o candidati alternativi alla presidenza a campagne orchestrate dal duo Putin-Medvedev. Lo stesso Prohorov ha negato (avrebbe potuto fare altrimenti?) che la sua corsa elettorale sia finalizzata a distogliere voti dagli altri candidati in corsa. Al di là delle contingenze che hanno determinato il suo ingresso nell’agone politico, va rilevato come la ‘pancia’ del Paese sia ancora profondamente sospettosa verso quei businessman che negli anni ’90 hanno accumulato ricchezze spaventose mentre la cittadinanza piombava in condizioni di indigenza. Prohorov rappresenta la quintessenza dell’oligarca, e il suo consenso stabile al 6% è lì a dimostrarlo.

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