I più fortunati lavorano, ma quelli che ancora non hanno perso il posto guadagnano poco, pochissimo. In Italia gli stipendi sono fra i più bassi d’Europa, bella scoperta. Lo sapevamo già, ma ci deve essere un retrogusto vagamente cinico nel farcelo sapere con l’aggiunta di scrupolosi dettagli che forse sarebbe stato meglio non conoscere, al fine di conservare un minimo di buonumore.

Tra i Paesi del Vecchio Continente figuriamo al dodicesimo posto nella speciale classifica delle retribuzioni. Secondo il rapporto Labour market statistics di Eurostat (dati del 2009), il Belpaese risulta fra quelli con gli stipendi lordi annui più bassi. Fanno meglio di noi anche la Grecia, l’Irlanda e la Spagna, un terzetto che come noi fa parte dei cosiddetti Piigs. Olandesi, lussemburghesi, per non parlare di tedeschi e francesi, prendono il doppio in busta paga. La nostra media (si prende come riferimento un lavoratore di un’azienda dell’industria o dei servizi con almeno dieci dipendenti) è di 23.406 euro lordi l’anno.

Stiamo davanti al Portogallo, a Malta, alla Slovenia, e non c’è da stare allegri vista la compagnia alquanto traballante, economicamente parlando. Paghiamo (in tutti i sensi) l’atavico scotto del cuneo fiscale che ‘succhia’ dallo stipendio più o meno il 45%, molto più che altrove. Con retribuzioni ferme al palo da anni, anche il potere d’acquisto è stato maltrattato a dovere. Difficile spendere se si hanno pochi soldi e i prezzi aumentano, si rimanda. Il bilanciamento euro-lira è ancora di là da venire applicato, insomma.

Si aggiunge a tutto questo un clima di sfiducia all’interno delle famiglie. Infatti, mentre all’Estero il lavoro del Premier ha portato fieno in cascina in termini di fiducia nei confronti dell’Italia, all’interno viviamo una situazione inversa. Laddove si è investito si è guadagnato anche in competitività e di conseguenza la distribuzione della ricchezza è andata avanti di pari passo. In una parola: i salari sono cresciuti. Le politiche di sviluppo unite alla riforma del lavoro (in cantiere con il ministro Fornero in prima linea) devono essere una priorità.

Da rivedere anche il ruolo dei sindacati, che per un aumento di 50 euro in busta paga sono pronti a brindare a champagne con i fedelissimi iscritti. Poi abbiamo un altro vizio, guardiamo sempre chi ci sta dietro e pensiamo che tutto sommato è filata liscia un’altra volta. Osserviamo il gap che c’è con la Grecia, ad esempio, ma quand’è che guarderemo avanti per emulare Paesi più virtuosi come Inghilterra e Germania? Non arriva anche per noi il tempo di primeggiare?

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