Primeggia al box-office il suo nuovo film, Posti in piedi in paradiso, godibile commedia di situazione imperniata su un brioso trio di romani doc, Ulisse, Fulvio e Domenico, professionisti nel lavoro, ma scapestrati nella vita, ognuno con le proprie manie e i propri vizi, le proprie paure e le proprie mogli.

E’ un Carlo Verdone, quello che trapela dal corso della trama, più ottimista ma eternamente malinconico, sovente solingo, sognatore, comunque, ad occhi aperti. Il Carlo di sempre, seppur lontano dagli eccelsi exploit attoriali in veste di caratterista e di assimilatore della Roma e della romanità del primo ventennio della sua carriera (fatta eccezione per l’esperimento amarcord di Grande, grosso e Verdone), quando, da attento osservatore della realtà e dei tipi che ne facevano parte, sulla nobile scia del miglior Sordi, cristallizzava sullo schermo spaccati comico-grotteschi della nostra ‘Italietta’.

Pensiamo a Un sacco bello, primo lungometraggio di Carlo, e al successivo Bianco, rosso e Verdone, prodotto dal grande Sergio Leone, e ci troveremo di fronte a tutto il suo splendido e variegato inventario di personaggi, che aveva già proposto durante i molteplici cabaret televisivi ai quali partecipava alla fine degli anni ’70.

Ed ecco Enzo e la sua sindrome di Peter Pan, trentenne ramingo e scansafatiche, eterno compagnone, ma senza veri amici, fabbricatore di progetti impossibili, alternato a Leo, fregnone, immaturo trasteverino, ragazzone ingenuo e goffo, innamorato della splendida Marisol, e all’hippie Ruggero con Fiorenza il maschiaccio e il padre di lei, l’inimitabile Mario Brega. Che nell’episodio del bambinone sempliciotto Mimmo e dell’abbondante Sora Lella, incarna l’indimenticabile ruolo del camionista dalla mano che “po’ esse’ fero o po’ esse’ piuma”, possente ma dal cuore grande, gigante buono.

E come non rimembrare il pedante e logorroico Furio in compagnia della rassegnata Magda in Bianco, rosso e Verdone e le turbe maniaco-ossessive di Raniero alle prese con la povera Fosca di Viaggio di Nozze? Ma è sicuramente il personaggio del coatto romano che il nostro Carlo nazionale ha più degli altri saputo far suo in maniera aderente e realistica, caricaturandone splendidamente i tratti fisici e psicologici. Come quando il cafone Ivano affianco alla sua ‘dolce’ metà Jessica, intento a far colazione sull’attico di uno splendido hotel di Firenze dal quale si può ammirare l’intero panorama della città, si alza per cercare qualcosa che non è il campanile di Giotto, non è la Basilica di Santa Maria del Fiore, ma è, chiaramente, lo Stadio ‘Artemio Franchi’.

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