Galeotto fu il collier, di Andrea Vitali (2012; Garzanti; pp. 394; € 17,60) – Un “quintetto” di protagonisti e “un travolgente coro di comprimari”. Di questo romanzo scrive la sezione-cultura del sito Playboy. “(…) Tra piccoli e grandi misteri, piccoli e grandi segreti, in un vortice di amori e tradimenti, Andrea Vitali costruisce un’imprevedibile caccia al tesoro, per uno dei suoi romanzi più divertenti”.

Dizionario delle cose perdute, di Francesco Guccini (2012; Mondadori; pp. 140; € 10,00) – Da un articolo scritto dall’autore stesso, sul quotidiano la Repubblica e riproposto dalla sezione-libri di Kataweb: “Ho scoperto che ci sono anche i collezionisti di pennini ma perché stupirsi, in fondo ci sono collezionisti di tutto, dalle bustine di zucchero ai sottobicchieri per birra, per dirne solo due. La domanda invece è: li fabbricano ancora, oppure sono reperti preziosi (per il collezionista, naturalmente) rintracciabili solo da vecchi rigattieri o scoperti come tesoro fra dimenticate riserve del nonno? Chi ha avuto la ventura di adoperarli a scuola li ha in mente con una certa nostalgia, ma forse non li collezionerebbe, ricordando a volte le titaniche lotte, spesso perse, che col pennino venivano condotte (…) Ora, in epoca di e-mail e sms, i pochi che scrivono ancora lo fanno col computer o col telefonino. Solo qualche anziano aristocratico o giovane fighetto usa la stilografica. In ogni casa ci sono circa dieci biro, di cui solo due funzionanti, e male. A volte si volatilizzano, è fenomeno fisico accertato che una biro, lasciata incustodita anche solo per alcuni secondi, sparisca e non si trovi più. Si usano comunque per firmare la ricevuta di un pacco postale o per fare la lista della spesa. A volte, pescandola da una capace borsetta femminile, per scrivere le sempre più rare cartoline che si inviano in occasione di un viaggio, con calligrafie incerte e firme quasi sempre illeggibili. E il pennino, il glorioso pennino, è diventato materia da collezionisti”.

In città zero gradi, di Daniel Glattauer (2011; Feltrinelli; pp. 211; € 16,00) – Recensione del sito Qlibri: “Max detesta il Natale e quest’anno, per la prima volta in vita sua, è fermamente intenzionato a lasciarselo alle spalle e a fuggire in un paradiso esotico (…) Dopo lo straordinario successo di Le ho mai raccontato del vento del Nord e La settima onda, Daniel Glattauer ci regala una nuova e intensa storia d’amore, con il giusto mix di leggerezza e serietà e due indimenticabili protagonisti. Anzi, tre: fare i conti senza Kurt è davvero impossibile”.

Il paradiso non è un granché. Storia di un motivetto orecchiabile, di Arisa (2012; Mondadori; pp. 171; € 16,00) – “è (…) una sorta di docu-fiction: nel senso che i riferimenti all’industria musicale, e più in generale alla professione dell’autrice, e del personaggio di Marisa che in qualche modo lo adombra, sono credibili benché non propriamente veritieri (e comunque corrispondono, ma non sono sovrapponibili, a esperienze realmente vissute da Arisa)”. Lo scrive il sito Rockol. “Però, appunto, il libro è un romanzo, perché è ben lontano dall’essere un’autobiografia (…) linguaggio colloquiale e quotidiano ma non privo di qualità lessicali e di qualche raffinatezza linguistica; poi sa coinvolgere il lettore e farlo appassionare alla narrazione; infine è ben costruito, con il suo gioco di rimandi e i diversi piani di lettura (…)”.

Il vangelo dell’assassina, di Amanda Lind (2012; Longanesi; pp. 432; € 17,60) – Recensione della rivista on-line Diario di pensieri persi: “Francy è una moglie, una madre e una manager. E tenere assieme i tre ruoli non è per niente facile. Soprattutto quando sei incinta di otto mesi, hai un figlio in piena crisi adolescenziale che è molto più affezionato alla babysitter che a te (e la cosa più dura da accettare è che anche tuo marito sembra preferirti la babysitter… ). E poi c’è da mandare avanti l’azienda di famiglia, che attraversa un momento di crisi. Qualcuno ha tradito, e bisogna scovarlo a tutti i costi (…) Le oltre quattrocento pagine del romanzo scorrono in un lampo, rapide quanto i cambiamenti d’umore della volubile protagonista. Una come tante, verrebbe da dire. Donna in carriera, costantemente divisa tra pappe e pannolini con una vita coniugale insoddisfacente e a dir poco rilassata. Se non fosse, per il fatto che il lavoro di Francy, ereditato dal padre, proprio comune non è (…) La visione caleidoscopica dell’autrice si riflette nella molteplicità di voci e prospettive che permettono al lettore, grazie a una poliedrica narrazione in terza persona, di calarsi nelle vite degli svariati personaggi che movimentano la scena. Tutti coinvolti nel gioco cui dovranno cercare di sopravvivere Francy e la sua banda, minacciata da inquietanti indizi che, come vuole tradizione, si manifestano in teste mozzate impacchettate e recapitate sul pianerottolo di casa. Un gioco tragicomico in cui, volutamente, si fa fatica a comprendere chi sia l’inseguito e chi l’inseguitore (…)”.

Terra di uomini liberi, di Liliana Lazar (2011; Tropea; pp. 174; € 14,50) – “(…) intrigante romanzo di Liliana Lazar – scrive il sito Wuz – che mescola realismo e folklore, religione e superstizione, storia e leggenda in un genere che non è affatto il realismo magico di matrice latino-americana ma che abbiamo imparato a riconoscere come caratteristicamente rumeno (…) non è di facile interpretazione, anzi offre molteplici punti di discussione secondo i vari punti di vista. Victor è un assassino, eppure padre Ilie lo assolve, dandogli come penitenza il compito di ricopiare a mano i testi religiosi che sono diventati proibiti sotto il regime di Ceausescu”.

Il Sabba. Ricordi di una giovinezza burrascosa, di Maurice Sachs (2011; Adelphi; pp. 332; € 22,00) – “Amico di Cocteau, di Gide e della migliore intelligenza francese del primo dopoguerra, Sachs è stato un cronista arguto e sarcastico, dalla scrittura fantastica, della gay Paris di quegli anni: un Oscar Wilde redivivo che narra la sua ‘giovinezza scandalosa’ con un rimpianto che prescinde da ogni senso di colpa, tranne la semplice ammissione di ‘aver lasciato incresciosi ricordi nella memoria di molti’. L’articolo è del sito internet dell’Ansa. “Ena Marchi parla di Sachs usando l’espressione ‘candore dell’infamia’ ed ha ragione: nella vita di questo uomo/scandalo vivente c’è una coscienza distratta, non c’è né immoralità né amoralità, solo una sua (presunta e rivendicata) ‘innocenza’ che, a suo dire, l’assolverebbe. Sul suo essere ebreo – per di più in tempo di antisemitismo nazista e di Shoah – la questione proprio non si pone: non c’è il caratteristico ‘odio di sé’ che ha segnato altri, c’è piuttosto semplicemente ‘una dimenticanza’. Così candida – ma imperdonabile – da fargli guardare al suo popolo massacrato solo perché ‘l’uomo e pazzo e crudele’ e gli ‘ebrei non lo sono da meno’. Detto questo, basta leggere Sabba per restare stupefatti da una scrittura scintillante e assoluta, come è quella del suo secondo libro più famoso, La chasse a courre che ben presto Adelphi manderà in stampa”.

Il libro nero dell’umanità. La cronaca e i numeri delle cento peggiori atrocità della storia, di Matthew White (2011; Ponte alle Grazie; pp. 867; € 23,50) – Recensione del Corriere della Sera: “Matthew White è un bibliotecario americano con la passione per le statistiche. Mostra una rassicurante pinguedine, una comunissima calvizie e una altrettanto anonima barbetta imbiancata. Un guardiano di scartoffie come tanti altri. Sennonché il signor White si è messo in testa di compilare un elenco ragionato – e raccontato – dei cento più rimarchevoli orrori della storia umana. E c’è riuscito nel migliore dei modi, perché non soltanto in un volumone (…) egli fa parlare le cifre, ma perché riesce a dare a esse quel contenuto umano che rende appassionante la storia, anche nei suoi aspetti più assurdi e feroci”.

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