Piero Gobetti (1901-1926), allievo di Luigi Einaudi, del quale lo colpiscono la riservatezza e il buon senso, è una voce essenziale nella storia della cultura liberale del Novecento italiano. Definisce il fascismo “movimento plebeo e liberticida”, l’antifascismo “nobiltà dello spirito”, l’Italia un Paese senza un vero Risorgimento, una Riforma protestante, una Rivoluzione liberale. A suo parere tutto quello che si muove va verso il liberalismo. A venti anni pubblica la sua seconda rivista di cultura politica, ‘La Rivoluzione Liberale’ (dopo ‘Energie Nove’, fondata nel 1918), bersaglio di continui sequestri da parte delle squadre fasciste.

Gobetti lotta, fino alla morte, contro la mancanza di libertà prodotta dalla dittatura fascista. Segue con interesse le idee di Gaetano Salvemini, e al dilemma rappresentato dal profondo divario tra il paese legale e il paese reale risponde con la pubblicazione del volume ‘La rivoluzione liberale’. Saggio sulla lotta politica in Italia: a suo parere occorre riempire di ‘liberalità’ le istituzioni create con l’Unità d’Italia. Condivide anche l’individualismo metodologico di Salvemini e si oppone a qualsiasi forma di approccio olistico. Critica Mazzini, a suo parere troppo legato al pensiero politico inglese e si ispira al pensiero di Giambattista Vico, Alfieri e Cattaneo. Sul piano epistemologico è contrario al dogmatismo nel pensiero politico e crede nella necessità dell’applicazione di quest’ultimo nei processi reali. Secondo Gobetti applicando i comportamenti e le azioni individuali ai progetti politici si deducono i processi storici.

Gobetti è un autore spesso sconosciuto e alcuni studiosi ne hanno messo in discussione anche la personalità liberale, mentre occorre sottolineare che, nonostante la sua concezione originale (rivoluzionaria ed estremamente radicale) del liberalismo, è un liberale a tutti gli effetti. In particolare è tra i padri del liberal-socialismo e sulle sue idee si è basato Carlo Rosselli per la fondazione del movimento ‘Giustizia e Libertà’ nel 1929. Anticonformista, coraggioso, dal carattere difficile, Norberto Bobbio ha definito Gobetti “una lava incandescente”.

In un articolo dal titolo La lotta politica in Italia, comparso su ‘La Rivoluzione Liberale’ nel 1924, Gobetti coglie nel segno la desolazione politica dell’Italia del dopoguerra, dominata da una borghesia e un proletariato entrambi alla ricerca di protezioni e sussidi statali, pronti quindi ad abbandonarsi totalmente al fascismo come sbocco quasi inevitabile per le loro poco nobili aspirazioni: “Mentre falliva prima di nascere il liberalismo dei conservatori che poteva avere la sua sede storica nell’economia del Mezzogiorno, le avanguardie del Nord erano tratte dall’immaturità della lotta politica e dei costumi nazionali a rinnegare il loro programma naturale di individualismo e di liberismo. Tra industria e liberalismo veniva a scavarsi un abisso”.

Gobetti sostiene che il liberalismo non si esaurisce nel liberismo, tuttavia lo comprende e lo presuppone. Sottolinea così l’inutilità di una politica protezionistica e rivendica, nel contempo, la dignità dell’iniziativa individuale: “La nuova economia italiana nel Nord sorgeva come industria protetta rinnegando ogni senso di dignità. In trent’anni di polemica i nostri liberisti hanno avuto tempo e possibilità di dimostrare con calcoli e cifre tutti i danni economici del protezionismo doganale […] Ma è ora di affrontare gli argomenti protezionisti nel loro stesso campo prediletto, dimostrando i danni politici del loro sistema, che ha inaugurato in Italia un’epoca di corruzione e di decadenza nei costumi del proletariato e della borghesia”.

Gobetti lamenta inoltre la necessità di creare dei bacini dai quali attingere “i combattenti” per “un partito liberale d’avanguardia che tendesse a rinnovare la vita politica facendovi affluire continuamente nuove correnti libertarie disciplinate intorno a una morale di autonomia”. Egli individua negli operai e nella borghesia i due nuclei essenziali di reclutamento; difende, in particolare, “l’elevazione morale” degli operai, negata dall’umiliazione di dover limitare propositi e ideali intorno al problema della disoccupazione. La parola d’ordine delle classi inferiori diventa così la ricerca di un sussidio.

Gobetti si appassiona quindi alle lotte operaie e della piccola borghesia. Nel 1919 è animatore del gruppo torinese degli unitari da cui nasce la ‘Lega democratica per il rinnovamento della politica nazionale’. Sostiene che “la nuova critica liberale deve differenziare i metodi, negare che il liberismo rappresenti gli interessi generali, identificarlo con la lotta per la conquista della libertà, e con l’azione storica dei ceti che vi sono interessati”. Riconosce inoltre, al pari di Gaetano Salvemini, che in Italia – dove le condizioni economiche e politiche sono singolarmente immature – le classi e gli uomini interessati a una “pratica liberale” devono accontentarsi di essere una minoranza ma non devono desistere dal preparare al Paese un avvenire migliore con “un’opposizione organizzata e combattiva”. “Bisogna  convincersi – afferma – che non erano e non potevano essere, come non sono, liberali i nazionalisti e i siderurgici, interessati al parassitismo dei padroni, né i riformisti che combattevano per il parassitismo dei servi, né gli agricoltori latifondisti che vogliono il dazio sul grano per speculare su una cultura estensiva di rapina, né i socialisti pronti a sacrificare la libertà di opporsi alle classi dominanti per un sussidio dato alle loro cooperative. Poiché il liberalismo non è indifferenza né astensione ci aspettiamo che per il futuro i liberali, individuati i loro nemici eterni, si apprestino a combatterli implacabilmente”.

Esponente della sinistra liberale progressista, collegata con l’intellettuale meridionalista Gaetano Salvemini, estimatore di Antonio Gramsci e del giornale socialista e poi comunista ‘Ordine Nuovo’, Gobetti si avvicina al proletariato torinese, dimostrandosi un attivo antifascista. La classe operaia, in particolare quella torinese dei consigli di fabbrica che frequenta insieme ai socialisti di ‘Ordine nuovo’, diventa per lui la leva che innoverà il mondo: non verso il socialismo ma verso “elementi di concorrenza”.

A ventitré anni, nell’aprile 1924, Gobetti raccoglie, rielaborandoli, dei suoi articoli apparsi sulla rivista ‘La Rivoluzione Liberale’ e pubblica il volume ‘La rivoluzione liberale’. Saggio sulla lotta politica in Italia. Fin dalla prima pagina del libro Gobetti fa una dichiarazione fulminante e valida più che mai oggi: “Il contrasto vero dei tempi nuovi come delle vecchie tradizioni non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità”. Considera Cavour l’autore di una grande rivoluzione liberale rimasta incompiuta, e il Risorgimento è per lui non una “rivoluzione mancata” (come l’aveva etichettato Gramsci) ma un’operazione anch’essa rimasta incompiuta. Rivaluta il Piemonte settecentesco e ottocentesco contraddistinto dall’assenteismo dell’aristocrazia, dallo spezzettamento della grande proprietà agraria e dalla diffusione degli affittuari, dalla laicità dello Stato e dalla presenza di una singolare cultura moderna “in questo vecchio Stato nemico della cultura”. Gobetti riconosce inoltre il valore della fabbrica che “educa al senso della dipendenza e della coordinazione sociale, ma non spegne le forze di ribellione, anzi le cementa in una volontà organica di libertà”; sottolinea inoltre il valore positivo della città moderna, “organismo sorto per lo sforzo autonomo di migliaia d’individui”.

Gobetti individua il carattere arretrato e illiberale della borghesia italiana, che incrementa il favoritismo e sostiene una politica protezionista; in pratica una non-borghesia, se confrontata con i ceti dirigenti conservatori di altri Paesi. Riconosce che in Italia ci sono due borghesie, ma quella weberiana resta in minoranza, mentre domina il “ceto dirigente contento di sé”. Sul crinale dell’insorgenza intellettuale di massa a ridosso della Grande guerra, il pensiero di Gobetti si rivela estremamente acuto, innervato da analisi di straordinaria attualità. Prima di tutto lamenta il ricambio profondo di classi dirigenti. Il vecchio e oppressivo ceto liberale aveva unificato il Paese dall’alto, escludendo i ceti subalterni dallo Stato e dal recinto della società civile, cristallizzando privilegi corporativi e territoriali, ineguaglianze di classe, assetti di una civiltà pre-capitalista. Il bisturi di Gobetti scava proprio tra queste piaghe, delineando, ancora una volta sulla scia di Salvemini, il quadro del “patto scellerato” (come lo definisce Gramsci) tra la nuova borghesia industrialista del Nord, protetta dallo Stato, e le antiquate classi parassitarie del Sud che hanno accettato (acquiescenti) un progetto di unificazione nazionale che ha trasformato il Mezzogiorno in un mercato passivo di manufatti e in un serbatoio di manodopera.

Nella denuncia di Gobetti giustizia e libertà sono valori complementari: giustizia come direttrice per una società migliore e libertà nella pratica di ogni giorno, nelle istituzioni, nelle regole del vivere civile e politico. Libertà significa anche eguaglianza di fronte alle leggi, negazione di ogni favore e privilegio, negazione del familismo in tutti i suoi aspetti. Senza l’appoggio e la convinzione di un grande movimento politico popolare, in grado di ‘educare’ le coscienze, la libertà non diventa però patrimonio comune, struttura fondamentale di un riformato sistema di regole della vita civile e politica.

Gobetti intuisce che i lavoratori e gli imprenditori non speculatori e non protezionisti hanno interessi comuni: l’equità fiscale, innanzi tutto, che è un problema di eguaglianza ma è anche un aspetto del libero mercato; e la lotta alla corruzione e alle clientele politico-affaristiche, che è un problema di giustizia. Nessuno di questi grandi obiettivi potrà essere raggiunto se la libertà sarà ancora vista come una condizione già acquisita. Per Gobetti la libertà è, al contrario, perennemente combattente ed è la precondizione di ogni forma di eguaglianza. La rivoluzione liberale, infine, dev’essere una rivoluzione di giustizia fondata su una profonda educazione etica e animata da un’azione politica di grandi obiettivi.

Per Gobetti il liberalismo non è un sistema, un modello da applicare in maniera meccanicistica, ma va costruito giorno per giorno in una prospettiva attivistica e reazionaria. Il liberalismo non si definisce in astratto ma attraverso una dialettica del pensiero che si confronta continuamente con l’altro da sé, integrandolo o separandosi da esso generando un processo che non ha mai fine. Gobetti è, in definitiva, un liberale rivoluzionario che ha un’idea positiva dell’antagonismo e del conflitto regolato; in quest’ottica, identifica la democrazia liberale non con l’assenza di classi dirigenti ma con la competizione e il continuo ricambio fra loro.

© Rivoluzione Liberale

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