La vittoria di Vladimir Putin alle Presidenziali russe del 4 marzo scorso è un dato acquisito. A distanza di qualche giorno dall’evento è possibile udire sommessi rumori di fondo difficili da percepire tra le deflagrazioni giornalistiche a ridosso della tornata. Un’analisi della geografia del voto mostra, per cominciare, che la dinamica elettorale non ha avuto pressoché nulla in comune con quanto osservato in occasione delle elezioni parlamentari di dicembre. Lo zar e il suo partito-monstre sono due fenomeni complementari, ma sostanzialmente distinti. Russia Unita è Putin, ma Putin non è Russia Unita. Non è solo lo scarto in termini di voti a rendere evidente la discrasia, per quanto anche il dato numerico meriti un’attenta osservazione.

Alle elezioni di dicembre RU è rimasta, infatti, sotto la soglia del 50% a livello aggregato, ottenendo risultati quantomeno opachi in diversi soggetti federali. Nell’oblast’ di Jaroslavl’ ricevette appena il 29%, poco meno di quanto ottenuto mediamente in tutto lo strategico Distretto federale nord-occidentale. Spesso il partito è stato raggiunto numericamente dai competitor più rilevanti, segnatamente il KPRF e Spravedlivaja Rossija. A distanza di tre mesi, il dato è stato stravolto. A Jaroslavl’ Putin ha ricevuto il 25% in più rispetto alla performance fatta registrare in precedenza dal suo partito. Sempre sul 20% gli incrementi nel già citato distretto. Dinamica sostanzialmente simile negli altri territori, con diverse circoscrizioni elettorali (non soltanto nel tormentato Caucaso) che hanno premiato Putin con oltre l’80% dei consensi. Gli oppositori, cui i media occidentali hanno fornito una valida cassa di risonanza, hanno focalizzato la loro attenzione sulla mancata maggioranza assoluta nella città di Mosca (46,95%). Hanno omesso però di sottolineare come il secondo classificato nella capitale, l’oligarca Prohorov (che ha superato di una incollatura il nazionalcomunista Zjuganov), si sia fermato a meno della metà dei voti ricevuti da Putin. Altro dato rilevante riguarda la città di San Pietroburgo, termometro dei fermenti ideologici del Paese e città tradizionalmente ‘di fronda’. Qui, il 35,3% di RU alle elezioni di dicembre (23,66% per Spravedlivaja; 11,58% per Jabloko, 15,33% per il KPRF) si è tramutato in un 58,77% di consensi accordati a Vladimir Putin (15,52% per Mihail Prohorov).

E’ pur sempre vero che, tirate le somme, RU non ha brillato nelle due città più importanti del Paese – che messe insieme contano oltre 16,5 milioni di abitanti. E’ però altrettanto vero che, nonostante la loro indubbia centralità politico-economica, queste città non sono la Russia. Sono due delle dodici città che contano più di un milione di abitanti, parte di un Paese popolato da 143 milioni di persone che ha fusi orari che spaziano da +3 a +12. Nonostante la crisi demografica attraversata dalle regioni orientali della Federazione, la distanza fra il centro della popolazione e il centro geografico del Paese si è andata restringendo nel corso dei decenni (1740 km nel 2002 rispetto ai 2400 km nel 1897), segno evidente di un riequilibrio della popolazione che va nel segno di una maggiore importanza delle zone più distanti dal centro politico-decisionale.

E’ quindi proprio nei territori periferici della Federazione che il dato quantitativo analizzato lascia spazio a considerazioni di natura qualitativa. Laddove in campagna elettorale è stata proposta la reintroduzione di un sistema di passaporti interno, nutrendo gli etnicamente russi con slogan pseudo-nazionalistici come “basta sfamare il Caucaso” e arrivando persino a prospettare offuscate forme di indipendenza etnico-religiosa (con tanto di reintroduzione della Sharia nelle zone a maggioranza musulmana), l’appello ‘panrusso’ di Putin sembra aver risposto meglio alle inquietudini del corpo elettorale disseminato all’interno del Paese. Il candidato presidente non ha lasciato spazio al nazionalismo etnico professato più o meno velatamente da alcuni dei suoi sfidanti, che sotto l’apparenza identitaria e unificatrice avrebbe minato alle fondamenta il concetto stesso di Federazione. Dall’entropia della forma statuale non sarebbe sgorgato alcun cambiamento costruttivo.

Passando a un livello di analisi più elevato, si può affermare in sostanza che il germe rivoluzionario non ha attecchito. Rectius, non è mai esistito nei termini in cui è stato dipinto dai media dell’Ovest. La rivoluzione colorata appartiene più all’armamentario ideologico e alle aspettative geopolitiche occidentali che alle opzioni politiche percorribili in Russia. L’affluenza alle urne è stata, infatti, bassa, poco sopra il 65%, evidente segnale di un Paese stanco e, come dimostrato dai sondaggi, sostanzialmente deluso dalla sua classe dirigente.

Tuttavia, lo zar rappresenta ancora – e di gran lunga – il ‘male minore’ per l’opinione pubblica russa. La cittadinanza, seppur rassegnata allo scarto ontologico esistente fra le promesse della campagna elettorale e i risultati che verranno raggiunti, ritiene ancora che Putin sia l’unico candidato che possa portare a compimento quanto prestabilito. E’ questo un leitmotiv che ha accompagnato la Federazione negli ultimi anni, di cui si sono infine accorti anche gli organizzatori delle varie manifestazioni ‘decabriste’ assurte a fenomeno mediatico in tutto il mondo.

Costoro si son ritrovati improvvisamente con le armi spuntate. Le elezioni sono state, infatti, čestnye (corrette), come da richiesta della ‘società civile’ e delle diverse ONG che a vario titolo e con vari scopi si sono occupate delle tornate elettorali ravvicinate. Per questi motivi, venuto meno l’oggetto in discussione, non è stato nemmeno necessario confinare il rally di sabato 10 marzo a Mosca in vialoni periferici. La striminzita partecipazione popolare non ha fatto altro che accelerare l’emersione delle contraddizioni che il movimento di protesta conteneva in nuce sin dalle sue prime uscite pubbliche. Mancanza di una piattaforma programmatica condivisa, in grado di indirizzare l’azione verso fini costruttivi e non meramente oppositivi. Strumentalità della ‘santa alleanza’ fra nazional-bolscevichi e liberal-filoatlantici, fra ortodossi e ateisti, che è implosa una volta esauritesi le ragioni (contingenti) per cui si era formata: la richiesta, per l’appunto, di elezioni più corrette. Le rivendicazioni ‘calde’ del movimento di protesta (annullamento della tornata di dicembre) non sono nemmeno mai state prese in seria considerazione dal Cremlino, e adesso che la cifra delle adunate sembra esser definitivamente traslata verso l’’antiputinismo’ il fenomeno sembra avviato sul viale del tramonto.

La Russia dei prossimi anni esperirà un reale cambiamento nell’agone politico? Può darsi. Ma le poche migliaia di oppositori defluiti stancamente da Novyj Arbat e il 63,6% di voti per Putin ci dicono che saranno i Russi in prima persona a scegliere se e come scindere il patto di fiducia che li lega allo zar.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI

1 COMMENTO

  1. Complimenti per un’analisi straordinariamente precisa e convincente, che non ho trovato in nessuno dei grandi quotidiani, ahimé abituati alla superficialità e all’impressionismo. Aggiungerei che, conoscendo un poco la Russia, mi pare che la vittoria di Putin sia, anche per l’Occidente, se non l’ideale, almeno il male minore, di fronte ai rigurgiti comunisti o al nazionalismo spinto. Berlusconi, che in tante cose si è sbagliato e ci ha ingannati, almeno in questa ha avuto fiuto.

Comments are closed.