L’attacco terroristico del 24 Gennaio all’aeroporto Domodedovo di Mosca ha riportato d’attualità sulla stampa interna ed estera l’(in)effettività delle misure antiterrorismo (tra cui l’importante legge del marzo 2006) varate dal governo russo nell’ultimo decennio. Per comprendere le logiche soggiacenti l’intervento politico sulla materia, è necessario compiere alcuni passi indietro.

A seguito della recrudescenza del conflitto ceceno, divampato nuovamente nel 1999, la Ciscaucasia è divenuta luogo di instabilità permanente all’interno dello spazio geopolitico russo, tanto da esser unilateralmente proclamata Emirato del Caucaso da parte di Dokka Umarov nel 2007. I terakti (azioni terroristiche) compiuti contro il teatro Dubrovka nel 2002 e contro la scuola № 1 di Beslan nel 2004 testimoniarono un micidiale “salto di qualità” nella pianificazione ed esecuzione di tali azioni da parte dei guerriglieri separatisti, ma non ne furono affatto il “canto del cigno”. Tralasciando le lunghe diatribe complottiste su eventuali complicità esterne, si mette in luce un dato di fatto incontrovertibile: gli attacchi terroristici in Russia non accennano a diminuire, come dimostrato dall’azione suicida nella Metro di Mosca del marzo 2010 (40 morti), dal deragliamento del treno veloce Nevskiy Ekspress Mosca – San Pietroburgo del novembre 2009 (29 morti) e dalla bomba sull’autobus a Togliatti, nell’agosto 2007 (8 morti).

Tutte queste azioni hanno in comune una matrice islamico-separatista direttamente correlata allo stato di guerra latente nel Caucaso settentrionale. Il governo russo ha adottato contrastanti linee di condotta in materia, risultanti alfine nella situazione di empasse strategica dei nostri giorni; si è passati dalle azioni militari in grande stile all’inizio degli anni 2000, alle attività di intelligence più sofisticate, alle eliminazioni mirate ed alle strategie di “normalizzazione” basate su governi autocratico-collaborazionisti implementate nella seconda parte della presidenza Putin, di cui la legge antiterrorismo del 2006 rappresenta chiave di volta e summa concettuale.

Ad un livello più approfondito di analisi, possiamo osservare come la sostanziale ondivaga inefficacia di queste risposte sia stata fronteggiata dalle istituzioni russe sostanzialmente “derubricando” il terrorismo da emergenza nazionale e sfida esistenziale per la Patria (come era percepito dall’opinione pubblica nei primi anni 2000) a mero rischio di sicurezza interna. Numerosi sondaggi dimostrano come la popolazione russa sia ormai rassegnata a convivere con questo pericolo, la cui soluzione sembra esser passata in secondo piano rispetto ad altre issue, quali le strategie per uno sviluppo economico più accelerato.

Quello che a noi interessa rilevare è che la sfida del terrorismo non può esser vinta semplicemente manu militari. Sarebbe necessaria una intensa focalizzazione su attività solo apparentemente soft, quali un maggior rispetto per i diritti umani o una più inclusiva partecipazione politica delle popolazioni caucasiche. Il governo russo, tuttavia, preferisce non risalire alle cause profonde della sua inadeguatezza nel rispondere alle problematiche socio-economiche caratterizzanti alcune regioni periferiche, facilmente rintracciabili in corruzione, nepotismo, sclerotizzazione burocratica.

Viceversa, le politiche implementate evitano accuratamente la possibilità di aperture realmente “democratiche” ed inclusive, preferendo puntare all’acquiescenza dell’opinione pubblica tramite una predeterminata manipolazione delle criticità da essa percepite come prioritarie e tramite la marginalizzazione nell’agenda politica delle istanze sollevate dai territori del Caucaso del nord.

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