Il libro di Mush, di Antonia Arslan (2012; Skira; pp. 136; € 15,00) – Recensione della versione on-line del quotidiano Il Foglio: “Com’è che un libro può essere così importante da sacrificare la vita per salvarlo? Questa è la storia di cinque poveracci, scampati al massacro delle truppe ottomane nella valle di Mush in Anatolia nel 1915, che ritrovano fortunosamente nel monastero in fiamme dei Santi Apostoli un meraviglioso manoscritto miniato del 1202, un libro di preghiere, di salmi, di angeli che soccorrono e guidano il popolo armeno e insieme ne raccontano la storia. Tutto è stato distrutto della loro civiltà, le ‘chiese di cristallo’, le monumentali croci di pietra, i palazzi, l’unica testimonianza che resta sono alcuni manoscritti di incredibile bellezza. Se non fossero stati trafugati e salvati non sapremmo nulla di questo popolo. Colpisce che a salvare il libro di Mush non siano stati sacerdoti o sapienti, ma povera gente che l’aveva ammirato da lontano durante le cerimonie religiose, che ne recitava e cantava i versi, ma che non sapeva neanche leggerne gli elaborati caratteri”.

La casa sopra i portici, di Carlo Verdone, curato da Francesco Maiello (2012; Bompiani; pp. 282; € 18,00) – “Una biografia in cui il vero protagonista non è l’artista romano, ma l’appartamento sul Lungotevere dei Vallati, dove Verdone è nato ed ha vissuto per anni”. Ne scrive il sito internet del quotidiano Paese Sera. “(…) come ama definirlo lo stesso Verdone, è il ‘film più importante’ della sua lunga carriera. Il motivo è semplice: “E’ un’occasione per guardarsi dentro’, rivela l’autore. Un modo per svelare il suo dark side, un lato nascosto dove il Verdone in ombra e quello visibile, più conosciuto, sono complementari tra loro. Da questa casa color vinaccia, ‘con odori di altri tempi’, si scoprono le due radici che confluiscono nelle sue opere: quella popolare e il cinema d’autore. Questo libro in realtà sarebbe dovuto essere un excursus sulla genesi dei suoi film ma, in breve tempo, si trasforma nel ricordo di una casa perduta (tornata dopo anni nelle disponibilità del suo vecchio proprietario: il Vaticano). E’ uno scritto dedicato alla sua famiglia, a chi ha vissuto tra quelle pareti e che ha sempre ‘educato allo stupore e alla meraviglia’, rivela Verdone”.

La linea di minor resistenza, di Carlo Fruttero (2012; Gallucci; pp. 32; € 10,00) – “Che cosa fosse veramente quella ‘linea di minor resistenza’ che aveva in mente da anni, Carlo Fruttero l’ha capito solo negli ultimi tempi”. E’ la recensione de Il Corriere della Sera. “Ce lo aveva raccontato due estati fa, nell’ultima intervista, sotto il portico della sua casa nella pineta di Roccamare. «Molti anni fa mi era venuta l’idea di questo titolo. Mi piaceva molto, avevo anche buttato giù tre o quattro versi, poi non seppi più che cosa volevo dire. Improvvisamente, un mese fa, senza ricordarmi più niente di allora, l’ho scritta. Insomma, ho capito che cos’è ‘la linea di minor resistenza’. Credo, a questo punto, che rimarrà il mio ultimo scritto». E così è stato. Dettato d’un fiato alla figlia Carlotta, «in quaranta minuti» una mattina di maggio, il poemetto sulla vita e sulla morte di Carlo Fruttero” parla di quella “marcia che «dura da gran tempo», che ci vede «stanchi ormai, ingobbiti e tuttavia grati, nell’insieme» è la marcia dell’umanità, ma è soprattutto la sua, una lunga vita di battaglie, abbandoni, piaceri seguendo una direzione che spesso spariva, si perdeva (…)”.

Tutta la bellezza deve morire, di Luigi Pingitore (2011; Hacca; pp. 300; € 14,00) – Dall’articolo del sito Luminol: “I protagonisti (…) sono sei: Pier, Dario, Silvia, Luca, Liv e Francesca. Hanno diciannove, vent’anni. Hanno il mondo in mano e fanno quello che vogliono. Hanno un mare-grembo che li riprende e li fa rinascere ogni qual volta ne sentano il bisogno. Hanno un sole che prosciuga e stordisce e li ama. Vogliono essere liberi ma sono terrorizzati dall’idea di scegliere e di crescere. Hanno il mondo in mano ma sono come il coniglio che salta in mezzo alla carreggiata e rimane accecato dalla luce (…) L’autore è sceneggiatore e regista e ciò che scrive e descrive è cesellato chiaramente. Inquadra ture, scorci, scenari, personaggi: uno stile molto visivo, ricco di dettagli e immagini precise («Il padre versa il vino a due uomini che si intrattengono con lui e gli poggiano la mano sulla spalla. I due uomini alzano il bicchiere prima di bere. Anche il padre alza il suo, ma lo fa controvoglia, poi butta giù molto velocemente. Chiede agli uomini se ne vogliono ancora ma loro rifiutano.») Lo stile di Pingitore riesce a ricreare, con la cadenza delle frasi e il peso delle singole parole («I grilli bombardano le orecchie. E non c’è altro. Ma questa non è pace. E’ qualcosa di più, di più denso e misterioso e molle e complicato»), l’atmosfera nebulosa dei pomeriggi estivi in cui il solleone attutisce ogni cosa e non permette di pensare chiaramente. Il suo romanzo procede per cerchi concentrici fino ad arrivare al punto: le vite di questi ragazzi si restringono man mano che i loro pensieri accennati, un po’ informi, oscillanti tra lo stato di sensazioni e quello di realtà, si rapprendono fino alla solidità della scelta irreversibile”.

Porzûs. Violenza e resistenza sul confine orientale, saggi di Tommaso Piffer, Elena Aga Rossi, Orietta Moscarda, Patrick Karisen e  Raoul Pupo (2012; Il Mulino; pp. 160; € 15,00) – (…) una serie di saggi a cura di Tommaso Piffer, ricercatore all’Università di Milano e visiting scholar ad Harvard”, scrive on-line Il Messaggero Veneto. “(…) Esistono, nelle vicende storiche, degli snodi vissuti come stigmi, tratti connotativi da assumere o rifiutare, e destinati per questo a non trovare mai un’interpretazione concorde e priva di polemiche. E’ il caso anche della strage alle malghe di Porzûs, dove nel febbraio del ’45 venti partigiani osovani vennero trucidati da una formazione gappista al cui fianco combattevano. Una cellula minima della violenza che sconvolse l’Europa, un cespuglio arso nell’incendio della foresta, assurto però a epitome e segno di divisione (…) Problematico dunque uscire dagli schemi oleografici e ideologicamente funzionali per approdare a una memoria condivisa (…) Il tentativo, più che di narrare una storia più volte scritta, è quello di contestualizzarla, considerando i rapporti interni alla Resistenza italiana, la politica del Pci, e anche l’azione dei comunisti sloveni e della X Mas, come afferma la Aga-Rossi, che, confutando Giorgio Bocca, nega che Porzûs rappresenti «una faccenda italiana» (…)”.

L’istinto del predatore, di James Patterson (2012; Longanesi; pp. 320; € 16,40) – “Giallisti della domenica fate largo: sta per arrivare (o meglio, tornare) il carro armato James Patterson, il Paperon de’ Paperoni della letteratura mondiale (…) atteso thriller targato Longanesi”. Lo scrive la sezione on-line di Panorama. “Si tratta della quattordicesima puntata del ciclo di Alex Cross, lo psicologo cacciatore di serial killer reso celebre sul grande schermo da Morgan Freeman. Inedito in Italia, il romanzo è stato pubblicato per la prima volta negli USA nel 2008, con il titolo originale Cross Country. Lì, nonostante gli innumerevoli progetti paralleli di Patterson (vedi Maximum Ride, Michael Bennett o Daniel X), la saga è ormai giunta al suo diciottesimo capitolo. E la cifra piena è dietro l’angolo: sono già pronti Merry Christmas Alex Cross (19) e Free Alex Cross (20). Insomma, una miniera inesauribile, forse anche grazie al lavoro dei vari co-autori cui Patterson si affida (…)”.

La banda degli invisibili, di Fabio Bartolomei (2012; E/O; pp. 202; € 16,00) – Recensione del quotidiano la Repubblica: “(…) Si parte da una foto contemporanea: quattro amici ammazzano l’ozio nel centro anziani di un quartiere romano di periferia, facendo continuamente i conti con le ristrettezze imposte dal minimo della pensione. E si ribellano, inventano un’azione dimostrativa eclatante, addirittura  progettano di rapire il premier, Silvio Berlusconi. Vogliono che si scusi per la vita grama a cui sono costretti  tutti ‘gli invisibili’ del Paese (…) ‘l’amicizia, la voglia di riscatto e l’umanità che emerge dalla debolezza – dice l’autore nell’intervista concessa al quotidiano la Repubblica – non sono temi che si esauriscono con un libro solo. Potrebbero interessare l’intera opera di uno scrittore (…) Per me l’ironia è uno strumento indispensabile e non per il puro piacere di sdrammatizzare o di strappare una risata’ (…) Raccontare che i protagonisti, ormai pronti all’azione, devono fare i conti con un problema di incontinenza non è solo una chiave per generare battute ed episodi divertenti, è un accorgimento per esplorare il disagio della terza età nella sua interezza, senza pietismi (…)”.

Romanzo per signora, di Piersandro Pallavicini (2012; Feltrinelli; pp. 267; € 17,00) – Da un articolo del sito Il primo amore scopriamo che temi di questo romanzo sono “la vecchiaia, la malattia. Prima che il lettore si faccia prendere dallo sconforto, aggiungo che nel ‘tema’ rientra anche il come affrontarle serenamente, con quali armi: gli affetti famigliari, l’amicizia, il buon vivere, il senso dell’umorismo. Tanto che alla fine ne è uscito un libro allegro e felice. «E questa felicità e allegria le sentivo così tanto, nello scriverlo, che, facendo perno sulla vicenda del protagonista – Cesare, che è stato direttore di collana in ‘casa editrice’ – mi sono divertito ad arricchire il romanzo di omaggi a una delle cose più belle che sia concesso avvicinare a poca spesa: il libro (…) è popolato dalle mie passioni letterarie – dice l’autore – che compaiono con nome e cognome: Frederic Prokosch, Pier Vittorio Tondelli, Michel Houellebecq, James Baldwyn, Christopher Isherwood, Piero Chiara, Alberto Arbasino» (…)”.

© Rivoluzione Liberale

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