La scorsa settimana abbiamo pubblicato un articolo sul sistema del finanziamento pubblico ai partiti politici la cui funzione dovrebbe essere quella di evitare i casi di finanziamento illecito, leggasi mazzette o tangenti. Tuttavia, i recenti scandali che hanno coinvolto esponenti politici di destra e di sinistra, del Nord e del Sud, fanno ritenere che probabilmente il risultato sperato è lungi dall’essere raggiunto.

Tutti i sistemi democratici devono disciplinare il rapporto fra economia e politica e i reciproci tentativi d’ingerenza fra le due sfere, ma la questione può essere affrontata in modi diversi. Forse, per tenere i lupi lontano dal pollame è meglio costruire un recinto che divida le prede dai predatori, piuttosto che foraggiare il branco con enormi quantità di carne sperando che a nessuno venga in mente di azzannare un volatile.

L’Italia sembra invece aver scelto la seconda ‘strategia’: a un regime che garantisce un enorme quantità di risorse pubbliche, si affianca una normativa in materia di contribuzione privata all’attività politica che non pone limiti abbastanza stringenti per un Paese ad alto tasso di ‘inciucio’. Infatti, fermi i divieti generali di finanziamento dei partiti, previsti della legge 195/1974 (i finanziamenti sono ammessi soltanto se: la società non ha una partecipazione pubblica superiore al 20%; la società non è controllata da una società con partecipazione pubblica superiore al 20%; i finanziamenti sono deliberati dall’organo sociale competente; i finanziamenti sono regolarmente iscritti in bilancio) le persone fisiche e le persone giuridiche possono contribuire alle attività di partiti e movimenti politici senza limiti di importo a patto che, quando il contributo privato supera, nell’arco dell’anno, la somma di 50mila euro, il donatore e il beneficiario sottoscrivano una dichiarazione congiunta indirizzata alla Presidenza della Camera dei deputati. Niente recinto insomma.

In Europa la musica è diversa. In Francia, per esempio, la legge dispone che i partiti politici possano raccogliere fondi e contributi per il finanziamento della loro attività esclusivamente per il tramite di un mandatario (associazione o persona fisica) che deve ricevere l’approvazione di uno speciale organo di controllo: la Commission Nationale des comptes de campagne et des financements politiques. Il mandatario finanziario è tenuto ad aprire un conto bancario o postale unico, sul quale deve depositare tutti i fondi reperiti e deve inoltre predisporre ogni anno un documento per fare il rendiconto di tutte le donazioni effettuate a favore del partito nel corso dell’anno. I finanziamenti da parte delle persone giuridiche sono vietati e le donazioni delle persone fisiche a favore di uno stesso partito politico non possono eccedere la cifra di 7.500 euro l’anno. In più, le donazioni superiori a 150 euro devono essere fatte per assegno, bonifico, prelievo automatico o carta di credito.

Anche in Germania e Regno Unito, lo Stato ha costruito dei bei recinti. Nel caso tedesco, qualora le donazioni vengano effettuate in violazione delle norme stabilite dalla legge, ovvero non siano correttamente rendicontate, il partito perde il diritto ai contributi pubblici in misura pari al doppio della somma ottenuta in modo illegittimo. La Gran Bretagna, invece, oltre ad istituire un organismo indipendente di vigilanza (la Electoral Commission), ha introdotto oneri di registrazione dei partiti politici, ha posto obblighi contabili, prevedendo la obbligatoria designazione al loro interno di un responsabile amministrativo, ha introdotto controlli sulle donazioni ai partiti e ai loro singoli membri, nonché sulle spese sostenute nel quadro delle campagne elettorali. I finanziamenti privati sono soggetti a un regime di pubblicità, essendone prevista l’iscrizione in registro mantenuto e aggiornato dalla Electoral Commission. Per le donazioni effettuate ai partiti da parte di società, imprese e organizzazioni sindacali tale obbligo si aggiunge, pertanto, a quelli previsti dal diritto societario relativamente all’indicazione nel bilancio delle imprese dei  contributi erogati ai partiti, e alla normativa che impone ai sindacati di indicare in bilancio tutte le spese sostenute per scopi politici.

Vi è infine chi difende la strategia italiana negando l’esistenza del problema in assoluto e ricollegandolo a determinati sistemi elettorali e politici. La tesi è la seguente: il bipartitismo e il voto senza preferenze rendono inutile la raccolta di denaro per il finanziamento alla politica con scopo d’ingerenza, indipendentemente dalla normativa che regola le forme di contribuzione all’attività politica. Purtroppo anche questa tesi dimentica il potere del tornaconto personale, homo homini lupus dicevano i latini.

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