Ricchi di denaro ma impoveriti di consensi e di credibilità, alcuni Partiti hanno nella loro agenda la riconsiderazione del “valore” delle loro idee e della loro coscienza collettiva, valore che tiene (dovrebbe tenere) unito l’insieme del loro “capitale umano” costituito da iscritti, militanti e simpatizzanti.

I Partiti italiani, approdati in Parlamento attraverso la legge elettorale porcata, sono molto giovani e sono di recente formazione avvenuta attraverso la scomposizione e ricomposizione di vecchie formazioni politiche. Il Partito di maggioranza relativa è nato da poco sul predellino di un’automobile ed è già alla ricerca di una nuova identità mentre il Partito più antico è addirittura la Lega Nord che, a sua volta, sta attraversando una fase di ridefinizione del suo ruolo, come partito di lotta e di governo, a seguito della sua uscita dai Palazzi del potere governativo di livello nazionale.

Un dirigente politico della Lega, dopo aver svolto incarichi istituzionali di primissimo ordine, in questi ultimi giorni ha preso le distanze da una parte dei suoi colleghi di Partito, da lui definiti “Baluba”. Ha anche lasciato intendere che gli estremismi di stampo razzista della sua parte politica sono (sono stati) espedienti per acquisire consensi al Partito.

Le considerazioni dello “statista” devoto al Dio Po e seguace del rito dell’ampolla, dimostrano, a parte ogni altra valutazione, che taluni appartenenti alla casta dei politici intendono riproporsi innanzi all’opinione pubblica riverniciando il “castello” delle idee con cui hanno costruito le loro passate fortune elettorali.

E ciò avviene anche perché ormai sono di solare evidenza i disastri economico-sociali provocati da un sistema Italia caratterizzato dalla corruzione dilagante, una corruzione che non si vuole combattere seriamente come dimostra il ritardo ultradecennale nel recepimento della Convenzione di Strasburgo.

Sta di fatto che non c’è bisogno di effettuare indagini demoscopiche per avere contezza dell’assenza di grandi consensi nei confronti di una partitocrazia ricca di privilegi e di potere discrezionale impiegato (e impegnato) non per il bene comune, ma per trasformare in feudi le pubbliche istituzioni. Basta mettersi in ascolto della gente di qualsiasi ceto sociale per rendersi conto che quasi l’intera classe politica è distante mille miglia da ciò che pensano i cittadini.

Nel ciclo e riciclo delle carriere politiche, c’è un altro fenomeno che sta emergendo. Quello rappresentato da uomini di partito che preferiscono riproporsi all’opinione pubblica come rappresentati di liste civiche e che finiscono col mettere in secondo piano la loro appartenenza al Partito di provenienza. Un esempio è costituito dal sindaco di Verona che, nel ricandidarsi alla guida della sua città, preferisce presentarsi come leader di una lista civica piuttosto che come esponente del suo Partito.

Questo fenomeno finisce per ridurre il ruolo dei Partiti a strumenti per aggregare consensi e per la scalata a posizioni di potere da parte di singoli o di gruppi. In pratica l’elemento strumentale prende il sopravvento sul connotato valoriale. E così la coscienza collettiva all’interno del Partito si affievolisce e diventa una specie di “convinzione-convenienza comune” sulle modalità di conquista di potere di persone e di gruppi. Questo ulteriore fenomeno spiega come le correnti all’interno di Partiti rischiano di diventare non correnti di pensiero, ma aggregazioni di interessi più legati alla carriera che alla coscienza collettiva e al complesso di valori aggreganti la comunità-partito. L’appartenenza non viene considerata un valore di primissimo piano e, quindi, non è un connotato identificativo dell’essere e del modo di essere per l’assunzione di responsabilità pubbliche.

Quando l’appartenenza finisce per non essere pregna di valori identificativi, la specifica credibilità del candidato si affida ad altri connotati che non sono complementari, per esempio la competenza tecnica, ma essenziali e prioritari rispetto ai fini della credibilità e della “presentabilità”.

Ecco perché diventano di grande attualità le riflessioni di Piero Gobetti quando, occupandosi di questioni attinenti all’etica pubblica, scriveva testualmente: “possiamo e dobbiamo partecipare alla vita dello Stato solo quando avremo sviluppato in noi dei valori concreti. Questo sviluppo comincia oggi per la volontà chiara in noi di organizzare le nostre coscienze”.

Sempre in tema di etica pubblica, un liberale come Einaudi, tanto per fare un esempio, assunta la carica istituzionale di Presidente della Repubblica sapeva (ed ha saputo) ben distinguere il ruolo istituzionale da quello dell’appartenenza ad un Partito. Quindi l’essere un liberale era (ed è stato) un elemento valoriale di sicuro affidamento. Per il liberale Einaudi l’aspetto ontologico dell’essere un liberale e l’aspetto deontologico del dover essere un Presidente di tutti gli italiani sono connotati valoriali che attengono anche all’affidabilità della sua carriera politica.

Nell’ultimo quindicennio, invece, il bipolarismo all’italiana, favorito dalla legge elettorale che “regala” un premio di maggioranza alla più grossa minoranza, ha consentito l’occupazione dei palazzi del Potere da parte di chi riusciva ad accaparrarsi la maggioranza governativa. Abbiamo assistito ad una specie di immedesimazione organica dei partiti di maggioranza con lo Stato. La maggioranza, favorita anche da una sciagurata legge sullo spoil system all’italiana, ha avuto un gioco facile nell’occupare le istituzioni in molti settori della Pubblica Amministrazione. Il degrado della vita pubblica è stato favorito anche da una produzione legislativa sostanzialmente in deroga ai principi generali del buon andamento e dell’imparzialità dell’amministrazione pubblica.

Ecco perché le parole di Gobetti possono essere un bel programma di natura etica e politica per i liberali che si accingono a celebrare il loro XXVIII Congresso a fine marzo. C’è da auspicare, al riguardo, che il pensiero e l’opera di Gobetti e dei grandi personaggi che sono la carta di identità di un Partito di antico lignaggio (Croce, Einaudi, Malagodi, Valitutti, ect.) possano segnare il cammino delle scelte dei liberali italiani.

© Rivoluzione Liberale

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