Il video ‘Kony 2012’, prodotto da una piccola organizzazione californiana chiamata Invisible Children, ha provocato un fanatismo fuori dal comune. In pochi giorni più di cento milioni di persone hanno visto il video su Youtube e la notizia ha presto fatto il giro del Mondo.

Attraverso una nuova forma di attivismo, nato dai social network, questa piccola organizzazione ha concentrato tutte le sue energie per denunciare una drammatica situazione frutto del conflitto che dilania l’Uganda da anni. ‘Kony 2012’ non è certamente il primo video che testimonia le catastrofi umanitarie in Africa. La campagna We are the World degli anni ’80, i testimonial di Amnesty International, i film hollywoodiani come Blood Diamond, la divulgazione mediatica delle crisi fanno sì che il lavoro umanitario sia parte del nostro quotidiano. Ma i nostri occhi sembrano ormai non ‘vedere’ più niente. Invisible Children sembra non aver creato niente di originale. Allora come spiegare il suo successo? Probabilmente perché ha utilizzato nuovi mezzi di comunicazione che permettono di andare oltre la semplice divulgazione.

Il cortometraggio fa pensare che Facebook e Twitter possano essere ormai utilizzati non solo come mezzo di propaganda, ma anche per arrestare i ‘cattivi’ torturatori di questo nostro Mondo. Glorificando i suoi ‘padri fondatori’, l’organizzazione se la prende con Joseph Kony, leader di uno dei più violenti gruppi armati attivi sul pianeta, il Lord’s Resistance Army (LRA), presente in Uganda.  Invisible Children sembra essere il prodotto dell’inazione dell’Occidente. Nata, da una parte, perché l’agenda internazionale è stracolma di conflitti violenti per i quali non ci può essere un intervento diretto della Comunità internazionale, dall’altra, perché l’Occidente spesso trae profitto da questi stessi conflitti. Se non si può che incoraggiare le iniziative che permettono di informare il pubblico su questioni così drammatiche come il conflitto in Uganda, non ci dobbiamo far confondere dalla semplicità dell’approccio e dagli stereotipi che incitano. Qualcuno critica l’organizzazione accusandola di manipolare le informazioni e disorientare i suoi simpatizzanti. Queste critiche sono comunemente fatte a chi usa questo tipo di ‘prodotto’: i messaggi sono riduttivi, è un’omissione volontaria dei particolari sui vincoli internazionali, sono diffusi dati sbagliati. Non possiamo non interrogarci sulle motivazioni reali del gruppo Invisible Children.

Kony non è l’unico despota in attività. Come molti altri leader ‘patologici’, è il prodotto di decenni di conflitti, di atteggiamenti paternalisti da parte della Comunità internazionale e della trascuratezza delle diplomazie. In questo contesto, l’azione di Invisible Children sembra  essere una vendetta dogmatica. Come se Kony fosse l’unico colpevole per le atrocità commesse e non possa essere ‘rimpiazzato’ appena ‘preso’. Le critiche poi infuriano sul budget di Invisible Children. Le foto di alcuni membri del gruppo, armati fino ai denti, fanno nascere seri dubbi sull’affidabilità della loro ‘missione’. L’organizzazione poi non esita in alcun modo nell’utilizzare specialisti che provengono dal movimento religioso avventista per ‘caricare’ i suoi adepti. Tutti questi elementi mettono in cattiva luce il movimento che punta ancora troppo sull’immagine dell’eroica azione umanitaria occidentale. Vengono fomentati  pregiudizi su di un’Africa impantanata in conflitti eterni, e osannato ancora troppo un aiuto internazionale che sembra avere la soluzione a tutto.

Da sempre e malgrado i loro drammi umani, le popolazioni colpite da gravi crisi sono sopravvissute grazie alle proprie forze. Gli aiuti umanitari sono stati spesso considerati come un balsamo su ferite mai guarite, neanche dai Caschi Blu. Anche se può sembrare un’affermazione sconvolgente, le popolazioni civili vittime di conflitti come quello dell’Uganda spesso non possono contare che sulla loro resilienza per far fronte alle sfide della sopravvivenza quotidiana. Il sostegno internazionale deve sforzarsi di domare le crisi e concentrarsi a rafforzare le istituzioni e le comunità locali a risolverle. Se dieci anni fa i bambini ugandesi temevano l’inferno che rappresentava l’arruolamento forzato nella LRA, oggi i veri bambini invisibili sono quelli che soffrono di una malattia chiamata ‘Sindrome del bambino scosso’, una malattia che causa gravi deficit neurologici in seguito a gravi percosse alla test. Più di 4mila bambini sono vittime di questa malattia incurabile e invalidante che colpisce i bambini dei distretti di Kigtum, Pader e Gulu colpiti dalla guerra civile. In questo la campagna ‘Kony 2012’ è imprecisa nel dare informazioni. E’ vero che Kony, riconosciuto colpevole dalla Corte penale internazionale nel 2005, è ancora in libertà, ma i crimini descritti e che gli sono imputati appartengono al passato. Tra il 1999 e il 2004, nel cuore della guerra civile che imperversava nel Nord dell’Uganda, orde di bambini si riversavano nella città di Gulu per sfuggire alla LRA. Ma  la maggior parte di questi bambini è cresciuta. Molti sono per strada, senza lavoro. A Gulu oggi vive il più grande numero di bambini dediti alla prostituzione nell’Uganda. A Gulu c’è anche il più alto tasso di AIDS ed epatite. Non dimentichiamo che oltre ai problemi sanitari e di povertà estrema, l’Uganda è una ‘democrazia’ molto controversa. Il Presidente Musevini è al suo quarto mandato, ben venticinque anni di potere. La corruzione è endemica, i servizi sociali ai minimi termini, i diritti umani poco ‘considerati’ e sta arrivando il petrolio.

I diretti interessati che dicono? In Uganda meno del 10% dei suoi trentatré milioni di abitanti ha accesso a internet. Soprattutto al Nord dove LRA ha agito tra il 1988 e il 2006. La gente si chiede, messa al corrente del video, a cosa può servirgli. Oggi Kony non ha la forza che aveva dieci anni fa, l’azione di Invisible Children è assolutamente legittima, ma se il video permetterà di guadagnare tanti soldi come sembra, questi soldi dovrebbero andare a chi ha sofferto per le atrocità di Kony e ne paga ancora le conseguenze. Ma è anche vero che è assolutamente necessario far tesoro dell’opportunità generata dal dibattito nato da questo video e riflettere sul modo di fare marketing e comunicare, delle organizzazioni umanitarie. Questo modo di proporsi è spesso troppo semplicistico e non fa che aumentare il divario tra gli obiettivi della raccolta fondi e la realtà complessa delle guerre. Non possiamo negare però che Invisible Children abbia saputo risvegliare, attraverso una campagna accattivante, la coscienza di molti ragazzi. Ci auguriamo che questo fenomeno contagi più persone possibile e porti a una vera lotta contro le gravi violazioni dei Diritti Umani. Il meccanismo innescato dai nuovi media è sicuramente efficace per comunicare rapidamente, ma bisogna mantenere la lucidità necessaria ad evitare le trappole.

© Rivoluzione Liberale

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