Giovanni Amendola (1882–1926) è il padre della liberal-democrazia italiana e uno dei più strenui oppositori del fascismo contro il quale combatte fino alla morte. Elabora un programma di democrazia radicale imperniato sul decentramento amministrativo e sulla creazione di una Corte costituzionale e si rivolge, in particolare, ai ceti medi, soprattutto meridionali, per offrire una soluzione al dilemma tra fascismo e comunismo. Nell’aprile 1925 si fa iniziatore, presso Benedetto Croce, del Manifesto degli intellettuali antifascisti, pubblicato sulla rivista ‘Il Mondo’ il 10 maggio 1926, in risposta al manifesto Gentile, del quale Amendola osteggia anche la riforma scolastica.

Il capo dell’opposizione demo-liberale al nascente regime fascista propugna l’uscita dal Parlamento dei deputati contrari al regime, cosiddetta dell’Aventino. “Bisogna fare l’elogio di Amendola”, scrive Piero Gobetti in un articolo dedicato al grande e pragmatico politico italiano, pubblicato su ‘La Rivoluzione Liberale’ il 31 maggio 1925. “Entrato nella politica militante nel 1919 – continua Gobetti – era salito in due anni ai primi posti: si guardava a lui come a un sicuro Presidente del Consiglio. Nessuna delle piccole qualità del parlamentare gli mancava: alla sua rigida volontà soccorrevano la pratica e il temperamento del meridionale. Tutti sanno quali lusinghe gli venissero nel ’22 e nel ’23 dal campo fascista. Perciò la sua protesta ha un valore rappresentativo. La sua rinuncia è perfettamente meditata e calcolata. Lavorare a vent’anni di scadenza non è difficile per noi: nel caso di Amendola vuol dire che una crisi storica di grande importanza si è manifestata, e che l’uomo non è rimasto inferiore al suo compito”.

Amendola contribuisce al complesso moto di rinnovamento che caratterizza la cultura italiana del primo quindicennio del secolo XX, e che si muove sotto il segno dello spiritualismo e della reazione contro il positivismo. In questa prospettiva Amendola unisce alla battaglia culturale contro il positivismo una profonda avversione – corroborata dal suo liberismo meridionalistico – verso la democrazia giolittiana, cui rimprovera, oltre al protezionismo economico, il basso livello morale, verso il radicalismo, la massoneria e il socialismo, che considera tutti figli della ideologia positivistica. Egli vi contrappone la tradizione liberale della Destra storica, da Sella a Spaventa, il senso etico dello Stato e della sua autorità, che deriva anche dalla migliore tradizione crispina. Tenta di stabilire i fondamenti di una morale formale e autonoma che superi il dualismo kantiano fra ragione pratica e teorica. Sottolinea inoltre il concetto di volontà, che riprende da Maine de Brian, e il punto di arrivo del suo pensiero è, per l’appunto, una forma di volontarismo etico in cui la volontà è identificata con il bene.

Sul piano politico milita idealmente nelle file conservatrici del Partito liberale, si afferma come un rappresentante autorevole delle tendenze nazionalistiche portatrici di un liberalismo più energico e moralmente più elevato di quello giolittiano; ma fu nettamente contrario al nazionalismo estremistico e illiberale, nonché a ogni forma di dannunzianesimo. Quando, dopo le elezioni generali del 1913, i nazionalisti veri e propri si staccano da quelli liberali, Amendola collabora al periodico ‘L’Azione’, diretto da Paolo Arcari e Alberto Caroncini, che inizia le pubblicazioni a Milano alla vigilia del congresso nazionalista del maggio 1914, diventando l’organo dei gruppi nazionali liberali.

Dopo aver superato alcune perplessità iniziali, sostiene la guerra in Libia fin dal giorno della dichiarazione di guerra alla Turchia. In questa guerra, come poi nella partecipazione alla Prima Guerra mondiale, vede soprattutto l’occasione per formare il carattere morale del popolo italiano. Il settore cui presta maggiormente attenzione è proprio quello della politica estera, con particolare riguardo ai paesi balcanici, martoriati da continue guerre. Critica l’eccessivo triplicismo, a suo parere, del ministro degli Esteri e di Giolitti, le insufficienti garanzie che l’alleanza riservava all’Italia. Si dimostra, in sostanza, ostile alla politica balcanica e adriatica del governo di Vienna e caduto Giolitti, saluta con favore il ministero Salandra.

Durante gli anni della Prima Guerra mondiale l’atteggiamento di Amendola si rispecchia in quello del Corriere della Sera. Da un lato, combatte costantemente gli ex neutralisti e il pacifismo dei socialisti, da un altro lato, critica a più riprese quella che giudica la chiusura del governo nei confronti del Parlamento e del Paese, la diplomazia segreta di Sonnino, la sua sordità per le idealità nazionali, la sua intima serbofobia e l’espansionismo nel settore adriatico. La critica alla condotta della diplomazia di Sonnino si delinea dal luglio del 1917 e soprattutto dopo Caporetto. Amendola è tra i promotori del Comitato italiano per l’intesa fra i popoli oppressi dall’Austria, che conduce, nell’aprile del 1918, al Patto di Roma. La sua polemica contro Sonnino si manifesta, in particolare, dopo la vittoria del Piave e, in seguito, si estende all’operato di Sonnino e di Orlando alla Conferenza della pace.

Con la fine della Grande Guerra, l’atteggiamento politico di Giovanni Amendola appare assai diverso da quello tenuto negli anni precedenti il grande conflitto. Si precisa in lui l’avversione contro i nazionalisti, contro i cosiddetti antirinunciatari, contro la destra liberale e i ceti plutocratici. Il conservatore Amendola, che attraverso la polemica anti-sonniniana si era avvicinato alle idealità democratiche di Bissolati, è ora un seguace di Nitti e, assecondando la sua naturale vocazione all’azione, inizia la sua vera carriera di politico militante. Candidato alle elezioni generali del 1919 nella sua città, Salerno, viene eletto col suffragio di quasi tutti gli elettori di Abignente, deputato del collegio di Mercato San Severino, morto durante la precedente legislatura. Alle seguenti elezioni generali del 1921 e del 1924, Amendola ottiene un successo analogo, nonostante la sempre maggiore ostilità del governo. Durante la campagna elettorale del 1921, in particolare, aveva contrapposto la cosiddetta ‘Legione Amendola’ alle violenze di parte governativa.

Il politico dell’azione, connotato da un’inedita concretezza, s’inserisce nella cultura e negli aspetti tradizionali del costume politico meridionale e del suo collegio; agisce sul piano locale con decisione e riservatezza, creandosi la base elettorale nella piccola e media borghesia, ossia quei ceti medi sui quali intende poggiare, anche sul piano nazionale, la sua azione politica.

Contrario alla riforma elettorale, con l’abbandono del collegio uninominale, del 1919, Amendola vede la salvezza del Paese nella compattezza e nella fedeltà alla tradizione del ceto politico liberale e si oppone ai due nuovi grandi partiti, il socialista e il popolare. Molto presto però, con la chiarezza che lo contraddistingue, si rende conto che i liberali hanno bisogno dell’appoggio dei popolari e, possibilmente, dei socialisti collaborazionisti. Questo è in sostanza il significato del discorso che pronuncia alla Camera il 26 marzo 1920; un discorso che riscuote un grande successo e poche settimane dopo il neodeputato entra a far parte, come sottosegretario alle Finanze, del secondo, brevissimo ministero Nitti (24 maggio-15 giugno 1920).

Radicalmente ostile alle istanze rivoluzionarie agitate dai socialisti e, sulla linea del Corriere della Sera, all’atteggiamento neutrale tenuto da Giolitti durante l’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920, Giovanni Amendola manifesta un’avversione decisa nei confronti dello squadrismo fascista che si afferma proprio in quella circostanza. Egli accomuna in una stessa avversione le aspirazioni rivoluzionarie socialiste e il sovversivismo fascista, che considera come nemici identici dello Stato liberale e del regime parlamentare. Ma poiché, dopo l’occupazione delle fabbriche, la pressione del movimento operaio diminuisce e aumenta, invece, l’illegalismo fascista, Amendola concentra la sua ostilità sempre più contro quest’ultimo. La sua intransigenza nei confronti del fascismo è una questione di dignità, oltre che di libertà. Il carattere del filosofo, attento a non farsi ingannare da illusioni metafisiche, si trasferisce nella sua persistente passione e azione politica. Come sottolinea Gobetti, “persino i suoi calcoli hanno un sapore di azione diretta come se dell’intellettualismo non ci fosse più che il ricordo”.

La sua serietà gli impedisce qualsiasi sospensione ironica; anche la sua presenza fisica esprime sicurezza e solidità. Amendola non corrisponde al tipo comune del politico italiano: niente ideologie, niente protestantismi. Una posizione non polemica ma costruttiva lo contraddistingue sia nel mondo della cultura sia in politica. Sulla rivista di filosofia ‘Anima’ (1911) Amendola, condirettore insieme a Papini, constata “non esservi nell’Italia d’oggi una idea, una voce, una vita che ci soddisfino, che noi possiamo accettare per nostre”: parole ancora attuali. I due direttori proseguono affermando: “Ci siamo guardati intorno per scoprire gli altri, ma l’Italia è ancora il Paese del Caro e del Castelvetro, o meglio dei loro pronipoti in sedicesimo. Molti lustri dovranno scorrere, prima che questa gente, la quale ha per secoli imbrattato la carta di sonetti e di canzoni, abbia perduto il gusto di teorizzare e di questionare su versi e su rime: prima che la nuvolaglia letteraria si diradi sulle nostre teste e lasci vedere nel cielo della vita oggetti più puri e più elevati a cui tendere”. Constatazioni pessimistiche ma che si traducono in una vita dedicata alla ‘costruzione’ di un Paese migliore in nome del valore schietto dell’etica e della libertà, sul quale Amendola calibra il valore degli uomini, mai per formularne un giudizio morale (o moralistico) ma per trasformare le loro attitudini in azione.

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