[Riportiamo la Relazione integrale tenuta dal Segretario Nazionale Stefano de Luca nella giornata d’apertura del XXVIII Congresso Nazionale del Partito Liberale Italiano. NdR]

Questo XXVIII Congresso Nazionale, 6° dalla ricostituzione, avrebbe dovuto tenersi nello scorso autunno. Abbiamo deciso di rinviarlo di qualche mese per la fase di profonda incertezza politica che attraversavamo allora e che si è risolta dando vita al Governo tecnicodi MarioMonti. Il PLI inaugura una fase in cui tutti i partiti dicono di voler avviare una stagione di rinnovamento, ma non lo fanno, confermando una sostanziale differenza tra i liberali e le altre forze politiche, le quali da lustri o decenni non celebrano Congressi o non ne hanno mai tenuti, trattandosi di forze padronali e cesariste, che ignorano le regole democratiche o sono ad esse insofferenti.

Nel corso della nostra ultima assise nazionale del 2009 abbiamo compiuto la scelta difficile, ma obbligata, di non aderire ad alcuno degli schieramenti in campo, come peraltro avevamo fatto alle elezioni politiche del 2008, decidendo di concorrere da soli, al di fuori di ogni alleanza. Tenacemente ci siamo battuti contro il bipolarismo all’italiana, anche a costo della emarginazione, a volte persino della irrisione. Nell’Italia degli scorsi anni la domanda più importante e ricorrente non era chi sei, ma con chi stai.  Abbiamo deciso di opporci, quasi da soli, a quella che sembrava una strada ineluttabile, scontrandoci, anche duramente, con alcuni tra noi che ritenevano che il PLI dovesse accontentarsi del liberalismo enunciato e non praticato, anzi osteggiato, dal PDL e volevano portare alla cerimonia celebrativa della fondazione di quel partito, come hanno fatto altri soggetti minori, anche il nostro simbolo.

Abbiamo sconfitto quella linea e perso per strada quegli amici, i quali hanno deciso di abbandonarci, in cambio, per alcuni di essi, (in verità pochi) di qualche riconoscimento personale.

Oggi possiamo, non senza qualche soddisfazione, prendere atto che quella fase si è conclusa ingloriosamente e che il bipolarismo all’italiana è in via di superamento.

La transizione é stata lunghissima, anzi non è ancora terminata, ma la politica a la carte della Seconda Repubblica si avvia ad essere travolta da un terremoto di rabbia popolare, che porterà alla cancellazione od al ridimensionamento di tutte le forze oggi presenti in Parlamento ed alla definizione di nuovi equilibri politici, fondati su intese valoriali e programmatiche, anziché su meri progetti corporativi e di potere.

La fase di cambiamento non sarà breve né facile, anche perché la crisi economica in atto, che ha determinato un impoverimento complessivo del Paese, dando luogo a nuove e forti tensioni sociali, accentuerà la confusione e produrrà sicuramente movimenti di protesta e iniziative localistiche e rivendicazioniste.

Il partito si è impegnato nella raccolta delle firme per il referendum abrogativo della Legge elettorale, responsabile di un ulteriore degrado dell’istituto parlamentare, riscontrando sull’iniziativa un enorme favore popolare, che si è concretizzato in un numero di firme senza precedenti nella storia repubblicana, consegnando alla Cassazione 1.210.000 sottoscrizioni, messe insieme in un brevissimo lasso di tempo e nel periodo delle ferie estive. La Corte Costituzionale, con una sentenza superficiale e palesemente pilotata dai tre principali partiti rappresentati in Parlamento, (PDL-PD-UDC) ha sottratto al corpo elettorale il diritto di esprimersi in una consultazione referendaria, che avrebbe ottenuto un risultato favorevole plebiscitario. Questa decisione ha contribuito ad aumentare il divario, già enorme, tra Paese reale e Paese legale in una fase in cui la sfiducia nei confronti delle Istituzioni, genericamente accomunate nel concetto di Casta, aveva raggiunto livelli già altissimi.

In un simile contesto, l’elemento di tenuta istituzionale è stato rappresentato dalla credibilità interna ed internazionale del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, a cui va il nostro grato e deferente saluto, che, utilizzando i propri poteri con determinazione, anziché condurre il Paese verso il baratro di elezioni anticipate in un momento così inopportuno e difficile, ha affidato la responsabilità di formare il Governo a Mario Monti ed ha convinto le principali forze presenti in Parlamento ad appoggiarlo per senso di responsabilità nazionale. Il Presidente del Consiglio si è dimostrato all’altezza del compito, avviando una energica azione di Governo con provvedimenti,  che hanno ottenuto il plauso delle maggiori Istituzioni finanziarie internazionali e dei partners europei. Questa azione ha fatto uscire da un pericoloso isolamento l’Italia, che era apparsa, nell’immaginario collettivo, come la maggiore responsabile della crisi dell’Euro, la quale dipendeva da ben altri e complessi fattori. Lo spread con i Bund tedeschi si è notevolmente ridotto e la Borsa ha ripreso un andamento positivo. Nonostante ciò permane una residua diffidenza dei mercati, probabilmente pilotata da chi, agenzie di rating in testa, ha l’interesse ad indebolire la moneta unica europea. L’UE, finalmente sembra aver avviato una fase nuova, anche grazie alla pressione del Governo italiano, ma ancora con scarsa efficacia a causa delle resistenze della Germania.

Gli italiani, nonostante la durezza, forse eccessiva, di alcune norme di carattere fiscale,imposte dall’Europa, che hanno aggravato la recessione già in atto, hanno responsabilmente accordato fiducia al Prof. Monti, che, nei sondaggi, riscuote un elevato gradimento. Inoltre, l’Esecutivo, con ritmo incalzante e senza incertezze, ha varato una serie di provvedimenti che, sia pure con la gradualità necessaria a garantirsi un appoggio parlamentare non scontato, gli hanno consentito di avviare il troppe volte rinviato processo di modernizzazione, attraverso la riforma delle pensioni, un iniziale programma di liberalizzazioni e semplificazioni, nonché avviando la riforma del mercato del lavoro.

Ci siamo trovati di fronte al paradosso che, per ritornare a far politica in Italia, (e politica liberale) fosse necessario un governo di tecnici. Finalmente il potere di alcune corporazioni si va indebolendo, anche se ancora i sindacati riescono ad ostacolare e rallentare la necessaria riforma del lavoro, che risente dei guasti da far risalire al nefasto periodo del compromesso storico. Quell’intesa trasversale ha reso la nostra legislazione in materia la più rigida dell’intero Continente europeo e porta la responsabilità di aver fatto perdere competitività al sistema, indebolendo il Made in Italy. Un ulteriore danno è stato prodotto, dopo, dai Governi Berlusconi, che hanno introdotto forme di flessibilità, che in effetti, anziché avviare nuove energie verso il mondo del lavoro, hanno determinato soltanto il dilagare della precarietà. Lentamente il Paese sta uscendo dal pantano dell’ordinaria amministrazione cui era condannato dall’azione perversa delle lobbyes, che imponevano l’immobilismo, mentre urgevano le riforme. D’altronde una classe politica non adeguata e sotto ricatto, si è rivelata incapace di realizzare un qualsivoglia progetto riformatore durante tutto il periodo della lunga transizione, sia con i governi di centro-destra, che con quelli di centro-sinistra, a causa delle contraddizioni che tali composite coalizioni contenevano e della incapacità di compiere le scelte necessarie da parte di un ceto politico, selezionato non per governare secondo un disegno ideale e programmatico, ma solo per vincere le elezioni e gestire il Potere.

Anche se il clima da stadio dell’arruolamento in tifoserie contrapposte, sostenuto da un grandissimo battage mediatico e in particolare televisivo, aveva incontrato il favore degli italiani, che avevano condiviso la pur rozza semplificazione del sistema, di fronte al totale fallimento, è emersa una protesta popolare senza precedenti. In effetti l’antipolitica, che aveva dominato per un ventennio, non poteva che produrre la caduta di ogni residuo di fiducia, già insito nel suo stesso atto di nascita.

Oggi, ovviamente, attraversiamo un momento di massima confusione, determinato dalla ostinata voglia dei partiti della Seconda repubblica di sopravvivere, nonostante il loro completo fallimento, insieme all’esplosione del radicalismo delle forze più estreme, sia di destra come di sinistra, e di rigurgiti localistici, sia nel Nord con il ritorno della Lega alla sua forma più primitiva, che con l’affermarsi di movimenti di rivolta in un Sud, ormai alla fame a causa dell’atavico abbandono e degli aggiuntivi effetti della crisi economica.

Complesso appare il compito di ricondurre il dibattito politico sul terreno delle idee, dei valori, delle visioni sul futuro. Il nostro partito appare come una nostalgia del passato, registrando una perdurante difficoltà ad affermarsi in una società italiana, che, per la sua storia clericale,  sente molto poco le nostre idee ed in cui il pensiero liberale non ha mai prevalso. Se il Governo Monti riuscisse ad accentuare l’iniziale profilo liberale e se i risultati della sua azione avessero ricadute positive, favorendo la ripresa ed avviando la modernizzazione del Paese, si determinerebbero, forse per la prima volta,  le condizioni per il rilancio di un progetto liberale per l’Italia. Le attuali difficoltà potrebbero far comprendere che non vi sono margini per ottenere dal pubblico, quanto è soltanto col nostro sacrificio e grazie al nostro ingegno, che possiamo crearci.

La caduta del Governo di centro destra e la scomposizione delle forze parlamentari che si è contestualmente determinata, ha consentito di costituire una componente liberale alla Camera dei Deputati, che ha assunto la denominazione di “liberali per l’Italia – PLI”, e che si è affiancata alla rappresentanza già esistente da oltre un anno in Senato, con il Sen. Enrico Musso, che da poco aveva abbandonato il PDL, dove era stato eletto. I liberali in Parlamento hanno quindi il delicato compito di porsi come  elemento trainante per le scelte in senso liberale del Governo, inducendolo ad assumere decisioni coraggiose.

All’inizio del nuovo millennio si è realizzata una spontanea riforma del mercato del lavoro, attraverso la cessione in outsourcing di alcuni servizi o produzioni (come in effetti aveva già fatto la Fiat alcuni decenni prima). E’ stata incentivata l’uscita di molti menagers o dirigenti dalle imprese, garantendo loro importanti contratti per affidare alcune attività all’esterno, onde realizzare economie di scala, creare nuova professionalità e stimolare il gusto del rischio. In effetti, senza un quadro normativo adeguato ed in assenza del necessario retroterra culturale, si è dato luogo a rilevanti forme di sfruttamento e di speculazione, creando una massa di precariato, senza professionalità e speranza di crescita. L’incremento notevole (circa tre milioni) di partite IVA non ha dato vita a  nuove categorie professionali della consulenza, né ad una nuova più efficiente classe imprenditoriale nel settore del terziario moderno,come richiederebbe una società competitiva, ma ha prodotto una debole area di opacità all’italiana. Allo stesso tempo il lavoro autonomo tradizionale delle libere professioni, anziché andare verso la specializzazione, è diventato il refugium peccatorum , principalmente al Sud, di giovani disoccupati, che, in mancanza di altro, hanno scelto tale strada, dequalificando le professioni liberali e distorcendola concorrenza. Il fenomeno, aggravato dalla istituzione delle lauree brevi, ha finito col produrre un abbassamento del livello culturale di un settore, che invece tradizionalmente aveva brillato per qualità ed indipendenza. In proposito, giustamente Dario Di Vico, sul Corriere della Sera osservava che la richiesta di nuove tutele sindacali ha trasformato le reganiane partite IVA, che propugnavano “il rischio come bandiera”, in nuovi soggetti neolaburisti, che chiedono sicurezza, come i lavoratori dipendenti. Non si rendono conto invece che al massimo possono ottenere un progetto di riequilibrio in vista della auspicata ripresa. Intanto la riforma del lavoro non decolla per il veto pregiudiziale ed anacronistico di un vetero – sindacalismo, nemico del progresso. Tuttavia il Governo in queste ore sembra deciso ad andare avanti e deve essere sostenuto nel suo sforzo. La necessaria riforma dell’Università fatica per la resistenza degli interessi organizzati delle piccole e grandi baronie accademiche, che difendono la proliferazione degli Atenei e dei corsi di laurea, a scapito della qualità. Il tema dell’abolizione del valore legale dei titoli di studio (antica battaglia dei liberali sin dai tempi di Einaudi) sembra momentaneamente insabbiato per un contrasto insanabile all’interno dello stesso Governo, che ha respinto anche la proposta intermedia del Ministro Profumo.

Abbiamo salutato con simpatia il Governo Monti, non soltanto perché avrebbe potuto restituire all’Italia il ruolo, che le compete in Europa, come è stato, ma principalmente perché, sottratto ai veti delle corporazioni, avrebbe avuto le mani libere per avviare quel processo di modernizzazione del Paese, di cui da troppi anni si parla, ma che, per i veti incrociati di corporazioni, consorterie e gruppi di potere, nessuno ha potuto realizzare. In realtà, indipendentemente da ogni altra questione, il vero fallimento del berlusconismo, è consistito nella mancata rivoluzione liberale, promessa e mai realizzata. Un Governo del Presidente, con ampia maggioranza parlamentare, potrebbe avviare in pochi mesi quel processo di modernizzazione del Paese, che attendiamo da troppo tempo e che si è scontrato con i poteri parassitari e consociativi, cristallizzati da troppo tempo e che sono responsabili dell’esplosione della spesa pubblica e del conseguente enorme deficit dello Stato.

Di fronte ad una crisi planetaria, nella dimensione complessiva, forse, superiore a quella tremenda del 1929, le economie reali di tutto il mondo, ma quelle del Vecchio Continente in particolare, si sono viste costrette a cambiare passo. Questo valeva ancor più per l’Italia, non soltanto per l’enorme debito accumulato nel tempo, ma per l’eccessiva incidenza della spesa pubblica rispetto al PIL e per la scarsa efficienza della medesima. Un periodo eccessivamente lungo di consociativismo, con i connessi fenomeni di spreco e corruzione e la incapacità, durantela cosiddetta Seconda Repubblica, di por mano al necessario processo riformatore, hanno penalizzato un Paese, che, pure, fino ai primi anni ottanta, aveva dimostrato una forza creativa, che lo aveva portato a divenire la quinta potenza industriale del Pianeta. Quasi un ventennio di cosiddetta Seconda Repubblica ha visto arretrare inesorabilmente l’Italia, sia con i Governi di Centro-sinistra, che con quelli di Centro-destra, poiché hanno fatto la scelta, entrambi, di tirare a campare per gestire il potere, senza capire quello che si profilava all’orizzonte. I morsi della Crisi sono stati micidiali, con conseguenze tremende sul nostro fragile sistema produttivo. La significativa perdita di posti di lavoro, è stata fronteggiata inizialmente, con un ricorso massiccio alla Cassa Integrazione, che non poteva durare all’infinito. Il Paese, con la complicità di tutti, si è impoverito ed indebolito, mentre non sono stati adottati i provvedimenti necessari di privatizzazione, liberalizzazione e tagli drastici alla spesa pubblica improduttiva.

Il Governo Berlusconi, ormai privo di una solida maggioranza parlamentare,  è caduto sotto la gogna mediatica, aggravata dalla assoluta mancanza di credibilità internazionale. Dobbiamo alla tenace determinazione del Capo dello Stato se il Paese non è precipitato nel caos, come la Grecia ed ha potuto dar vita ad un esecutivo tecnico, di alto profilo, che ha ottenuto responsabilmente l’appoggio delle maggiori forze politiche. L’esordiodi MarioMonti, probabilmente perché così gli era stato richiesto dall’Europa, ha dato luogo ad un provvedimento fiscale troppo duro per un Paese, ormai in recessione, ma necessario per  restituire all’Italia una credibile immagine internazionale. Tuttavia, come afferma Bankitalia,  aggraverà, con effetti recessivi, al 45% la pressione fiscale, come constateremo quando arriveranno le scadenze della nuova imposta sui fabbricati, l’IMU, che sostituiscela vecchia ICI.

In sostanza, nell’ultimo ventennio, la spesa corrente, che ha raggiunto la cifra di 670 miliardi (43% del PIL) ed è in ulteriore, rapida crescita, ha sottratto risorse agli investimenti pubblici (ridotti nel 2010 al 3,5% del PIL, rispetto alla precedente media del 4,5/5% e che certamente avranno registrato un’ulteriore flessione nel 2011) oltre ad aver determinato l’aumento della pressione fiscale, comprimendo consumi, risparmi e investimenti privati, nonché alimentando il debito pubblico e vanificando gli effetti delle parziali privatizzazioni dei due scorsi decenni e del calo degli interessi sul debiti, che avevano rappresentato l’unico elemento positivo della prima fase dell’attuazione dell’Euro.

Si tratta ora di varare una politica che possa liberare risorse per consumi ed investimenti, senza creare ulteriore debito. Quindi avviare una migliore e più efficiente gestione delle proprietà pubbliche e, principalmente, una riduzione strutturale della spesa pubblica, attraverso una riqualificazione tra spesa corrente ed investimenti, in modo da eliminare, in modo selettivo, gli sprechi, le spese improduttive e le inefficienze. Attraverso processi di automazione e modernizzazione, è possibile, senza compromettere la qualità dei servizi, anzi a volte migliorandola, rendere il settore pubblico più efficiente , moderno, e, principalmente meno costoso, riducendo progressivamente, ma drasticamente, il numero degli addetti. Bisogna quindi procedere ad una profonda riforma degli assetti organizzativi, adattandoli all’evoluzione dei bisogni della collettività, semplificandone il funzionamento, eliminando funzioni obsolete, recuperando energie umane e finanziarie, rese superflue dal progresso tecnologico. Basta tenere conto che, ogni punto percentuale di incidenza della spesa corrente (al netto degli interessi) sul PIL equivale a 16 miliardi annui, per rendersi conto dell’effetto che potrebbe determinare per la riduzione della pressione fiscale su imprese e lavoro, riformare l’obsoleto sistema degli ammortizzatori sociali, che produce gravi disparità, realizzando invece investimenti a favore della crescita nei settori strategici.

Abbiamo atteso con fiducia tali provvedimenti per il rilancio dell’economia, ma francamente siamo rimasti parzialmente delusi. Dopo la necessaria riforma delle pensioni, per quanto concerne le liberalizzazioni, ancora una volta, si è scelto di colpire le categorie deboli dei tassisti, dei farmacisti e degli avvocati, senza toccare le grandi aree di privilegio di Banche, Assicurazioni, Energia, Monopoli pubblici ed aree privilegiate della spesa statale e degli Enti territoriali. Ci saremmo aspettati la privatizzazione con gare di evidenza pubblica europea, di Poste, Ferrovie, Enel, Terna, Finmeccanica, RAI, Porti, Aeroporti, Autostrade, nonché di tutte le aziende territoriali, regionali, provinciali e comunali.

Una massiccia vendita di tale patrimonio di aziende, insieme alla cessione con aste di evidenza pubblica del patrimonio immobiliare non utilizzato a fini istituzionali, oltre che dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, consentirebbe di ridurre di alcune centinaia di miliardi il debito pubblico, riducendo il costo dei relativi interessi e consentendo al nostro Paese di arrivare, nel corso del presente anno, anziché solo nel 2013 al pareggio, anzi ad un virtuoso, cospicuo, avanzo primario.

Le semplificazioni e le privatizzazioni del Governo Monti sono in gran parte deludenti. Non possiamo non dirlo con franchezza. Ci rendiamo conto della necessità di una certa prudenza per garantirsi l’appoggio parlamentare ai provvedimenti, ma i risultati sotto il profilo della crescita, sono effettivamente modesti. Il provvedimento di sburocratizzazione è sostanzialmente identico a quello del precedente governo Berlusconi, che il Capo dello Stato aveva rimandato indietro per mancanza dei requisiti di straordinarietà ed urgenza. Cosa rimane? La separazione tra ENI e SNAM rete gas, ma con una procedura troppo lunga e dall’esito finale incerto. Speriamo che l’obiettivo si raggiunga e che non ci troveremo costretti a registrare un semplice artificio di ingegneria societaria, con il trasferimento della Rete Gas a Terna o comunque ad un altro soggetto pubblico.

Le privatizzazioni, necessarie a ridurre lo stock di debito pubblico accumulato, non decollano per gli interessi del sottobosco politico, abbarbicato alle Partecipazioni Statali e agli Enti Locali. Di privatizzazione della RAI non se ne parla, nonostante il continuo conflitto, che dilania un CdA in scadenza, ne ribadisca l’urgenza, per i veti incrociati delle forze politiche maggiori, che nei confronti dell’Ente radiotelevisivo pubblico hanno un atteggiamento padronale.

Dobbiamo assumere a tale scopo una forte iniziativa politica per liberarci da un inutile carrozzone, dominato dalla politica e fonte di sprechi, che i cittadini sono costretti a finanziare con il canone,  balzello inutile ed ingiusto. La privatizzazione, insieme all’assegnazione a titolo oneroso delle frequenze disponibili, (su cui si è ulteriormente rinviata una decisione per non scontentare Berlusconi) potrebbe comportare una ingente entrata per le casse dello Stato e garantire maggiore pluralismo e migliore qualità, grazie alla maggiore concorrenza. La RAI non svolge alcun servizio pubblico, ma sfacciatamente è al servizio, privato, anzi privatissimo, dei morenti partiti della Seconda Repubblica. Anziché, come qualcuno ha voluto assurdamente definirla, la maggiore struttura culturale del Paese, essa è un duplicato sbiadito di Mediaset, dalla quale ha copiato la formula, riuscendo a produrre programmi di TV spazzatura, fictions e Telegiornali o Talk show a disposizione delle forze politiche rappresentate nel Consiglio di Amministrazione, ghettizzando o del tutto escludendo le altre. Il PLI non riesce ad ottenere alcuna presenza o citazione, perché ritenuto un pericoloso concorrente dei partiti che dominano l’azienda.

Riteniamo che quella della RAI debba essere la prima e più importante privatizzazione e che il PLI, se in breve tempo il Governo non si decidesse ad intervenire, dovrà avviare la raccolta di firme per ottenerla per via referendaria, proponendo ad intellettuali ed a spiriti liberi del Paese di entrare a far parte di un Comitato di sostegno autorevole.

Su Banche ed Assicurazioni si tratta di fare dei provvedimenti non punitivi, ma di profonda trasformazione sistemica e di assoluta trasparenza nei confronti di privati ed imprese. Eppure qualcosa di importante in quei delicati settori sta avvenendo. Unicedit per evitare il default, a causa della perdita dell’intero capitale, ha deliberato un aumento di capitale, che ha ulteriormente contratto la partecipazione azionaria italiana e depauperato il patrimonio delle Fondazioni, che invece dovrebbero avere altri compiti ed uscire dal settore del credito. BPM, anch’essa ulteriormente ricapitalizzata, rischia di saltare, se non assumerà al più presto la ineludibile decisione, sollecitata da Banca d’Italia, di sottrarre il controllo dell’Istituto ai sindacati dei dipendenti, che ha dato luogo a favoritismi, diseconomie e fatto lievitare il costo del lavoro ad un livello insostenibile. L’operazione di salvataggio di Fonsai da parte di Unipol ha tutta l’aria di un regalo al PD per creare un carrozzone assicurativo di grandi dimensioni, ma di dubbia solidità, e fa pensare ad un risarcimento per la fallita operazione BNL di Consorte e dei comparucci del quartierino, senza tener conto della debolezza di Unipol per un impegno finanziario così importante. MPS naviga in acque tempestose e, per salvarsi, la Fondazione sta riducendo significativamente la propria partecipazione azionaria, facendo entrare nel capitale soci probabilmente stranieri. In parte detti cambiamenti sono positivi, perché finiscono col determinare maggior pluralismo e rendere più contendibile il controllo di tali importanti istituzioni finanziarie, ma sono conseguenza delle necessità determinate dalla congiuntura, non frutto di un disegno.

Nel corso del corrente anno, mentre i nostri redditi si assottiglieranno, dovremo pagare un’IMU più pesante della vecchia ICI, i nostri figli resteranno disoccupati, quindi a nostro carico, i carburanti e tutti i generi di prima necessità stanno raggiungendo rincari record, i nostri risparmi si stanno volatilizzando. Tutto questo non è colpa di Monti e del suo Governo, ma il professore, dopo l’importante recupero del prestigio internazionale, deve produrre altri visibili risultati per assicurare la crescita.

Condividiamo la decisione di andare avanti sulla TAV, ma la iniziale fermezza sembra si sia un po’ indebolita, mentre è venuto il momento delle decisioni definitive, stroncando una protesta in larga parte palesemente politica e strumentale.

Anche al livello europeo, oltre ad un pur importante riconoscimento formale, che vede l’Italia di nuovo assisa nel posto che le compete, sul piano concreto, la Germania non ha fatto un solo passo avanti, rispetto al problema sicuramente non gestibile di un rientro del nostro Paese in vent’anni, a partire dal 2013, nel parametro previsto dal Trattato di Maastricht, del 60% del debito pubblico, dimezzando quindi quello attuale.

Il Governo Monti, non dovendo rendere conto ad alcuna lobby o corporazione, dovrebbe por mano subito alla cessione di patrimonio pubblico, mobiliare ed immobiliare, per trovarsi nel 2013 con un volume di debito in corso di riduzione di almeno un terzo, traguardo plausibilissimo in considerazione dell’ingentissimo valore delle Aziende, società e altri beni dello Stato. A nessun governo che debba tenere conto del consenso popolare, sarà consentita una tale, necessaria, anche se impopolare, scelta. Il sogno dello Stato imprenditore è finito da tempo. Bisogna prenderne atto. Anche la questione del colore della bandiera proprietaria degli assetts, è un falso problema. Non si possono ripetere gli errori compiuti con Alitalia e che hanno comportato costi pubblici elevatissimi ed inutili. Ciò che conta, in positivo o in negativo, è la allocazione delle aziende, come ha dimostrato la recente vicenda della Costa Concordia, che, pur trattandosi di una Compagnia di proprietà americana, ha danneggiato l’immagine dell’Italia, dal momento che è un marchio che rappresenta una specifica tradizione italiana.

Il sostegno dei liberali al Governo non verrà meno, ma chiediamo decisioni più coraggiose, avviando le necessarie privatizzazioni, come abbiamo detto per ridurre il debito, ed, insieme, le liberalizzazioni nei settori dove più fortemente si annidano gli sprechi, le ruberie, il parassitismo di poteri forti a danno della finanza pubblica. Anche la sburocratizzazione, appena avviata con un provvedimento sulle semplificazioni, già di fatto predisposto dal precedente governo, deve andare oltre con nuove, significative scelte, senza la preoccupazione di toccare interessi sensibili, per recuperare efficienza e risorse da destinare allo sviluppo ed agli investimenti. Senza un programma straordinario di nuove infrastrutture, non potrà riprendere la crescita e l’occupazione. La conseguente stagnazione, o peggio la recessione, già in atto, imporrebbero altre manovre, che la comunità nazionale non è in grado di sostenere.

Condividiamo la azione decisa di contrasto all’evasione, che può, anzi deve, assicurare nuove risorse, senza colpire i soliti noti. Allo stesso tempo non possiamo nasconderci che, sotto la medesima voce, si annida un fenomeno di difesa di attività minori e redditi marginali, che hanno bisogno di una nuova politica sociale per entrare nella cittadella della legalità. In questo delicato contesto si inserisce una questione cruciale per chi, come noi, crede nella Democrazia Liberale. A differenza delle concezioni politiche stataliste, che ipotizzano uno Stato etico, che ha il diritto di controllare tutta la vita dei cittadini, anche nei suoi risvolti più intimi, quella liberale, che vuole uno Stato laico, tende a tutelare un’ampia sfera di libertà ed autonomia dell’individuo, con l’unico limite di non violare la legge, rispetto alla indebita intrusione nella sua privacy da parte degli organi statali e dell’Amministrazione pubblica. Non è una differenza da poco e ci contrappone a coloro che hanno in mente uno Stato poliziotto e una magistratura intesa come angelo vendicatore con la tendenza a confondere il reato con il peccato.

Nelle scorse settimane in proposito è intervenuto con parole chiare il Garante della privacy, Francesco Pizzetti, il quale, di fronte agli sforzi dell’amministrazione per snidare aree di evasione cronica con una richiesta sempre più massiccia di poter accedere ai dati personali dei cittadini, ha rilevato che, allo stesso tempo, questo comporta “un’offesa sempre più ampia al loro diritto alla riservatezza ed una limitazione sempre più consistente alla loro libertà”. Ha inoltre aggiunto: “dubito molto che il disporre una serie nutrita di visite fiscali, rafforzate dal fattore sorpresa, possa porre rimedio ad un sistema così inefficiente e così marcio”. Ha concluso, infine ribadendo che “in uno Stato democratico, (aggiungerei liberale) il cittadino ha il diritto di essere rispettato finché non violi le leggi, non di essere un sospettato a priori”. Questa è la linea dei liberali.

La questione fiscale va tuttavia affrontata in termini radicali, perché per i contribuenti onesti la pressione è divenuta insostenibile ed ingiusta. Le statistiche parlano di una percentuale intorno al 45%, ma si tratta di un dato falsato dal metodo di calcolo, che fa riferimento al PIL, come ha rilevato, di fronte alla Commissione Bilancio della Camera, il Presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino, il quale ha infatti invitato a ”lavorare con tenacia e determinazione alla riduzione della spesa”. Infatti  il prodotto interno lordo viene calcolato tenendo conto di un 10-12% di evasione, ovviamente esentasse. Pertanto la pressione effettiva su chi le paga sale al 53/ 54%, che è un livello insostenibile e sta conducendo molte piccole e medie aziende verso il fallimento o la cessazione dell’attività. In quest’area va ricercata la maggior parte della perdita di prodotto interno lordo, che evidenzia la recessione in atto.

La scelta coraggiosa di diminuire le aliquote, tutte, comprese quelle più elevate, perché di fatto espropriative, paradossalmente, è l’unica che potrebbe comportare un aumento del gettito, sia per l’implicito incoraggiamento ad investire, ma anche per la sicura emersione di materia imponibile, oggi nascosta, anche per difesa, nell’area grigia dell’evasione o dell’elusione. La decisione di fissare aliquote accettabili rappresenta la forma più efficace di contrasto all’evasione, perché, di fronte ad una fiscalità equa, l’evasione non conviene. Inoltre, come sosteniamo da sempre, in una società di massa l’accertamento non può essere affidato alle verifiche, inevitabilmente saltuarie ed a macchia di leopardo, ma al contrasto di interessi, che da luogo ad un sistema di autoaccertamento di  massa, grazie ad un sistema di detrazioni. Si tratta di compiere la scelta non più rinviabile di consentire la detrazione, in misura significativamente superiore all’importo dell’IVA, dei costi sostenuti per determinati consumi, ed in prospettiva di tutti, in modo da suscitare l’interesse del contribuente allo scontrino, alla ricevuta ed alla fattura. Contemporaneamente tale scelta produrrebbe l’effetto di allargare la base imponibile e potrebbe evitare blitz polizieschi, a volte odiosi, evitando di creare occasioni per fenomeni corruttivi, che a volte hanno visti coinvolti elemanti della Guardia di Finanza o dell’Agenzia delle Entrate. Principalmente rappresenterebbe un’occasione concreta per la necessaria riconciliazione tra contribuente ed Amministrazione finanziaria, che non soltanto determinerebbe un aumento del gettito, ma anche la propensione ai consumi. Non sono stati trovati al mondo altri sistemi più efficaci. Per altro uno spostamento della tassazione dal lavoro e dall’impresa verso i consumi, senza deprimerli, assicurerebbe la necessaria spinta per la ripresa economica. Sul fronte dei carburanti è urgente una riduzione delle accise ed un controllo più stringente sul cartello delle Compagnie petrolifere, perché il costo proibitivo raggiunto, penalizza l’Italia rispetto ai concorrenti europei ed internazionali.

Bisogna dare una risposta netta ai bizantinismi sindacali e chiudere nettamente la porta al disfattismo della CGIL, come ha fatto Marchionne conla FIOM. Unanuova disciplina del lavoro, che non spaventi gli imprenditori, che devono assumere, caricando sulle loro spalle il peso dei nuovi strumenti di sostegno alla disoccupazione, anzi li incoraggi, è l’unica possibilità per una ripresa immediata dell’occupazione. Sapete quante sono in Italia le aziende che non procedono ad assunzioni per non superare l’assurdo limite dei quindici dipendenti? Si calcola almeno cinquecentomila. E’ venuto il momento di varare quindi un nuovo impianto legislativo, che superi le rigidità, a favore di alcuni, sindacalizzati ed a tempo indeterminato, che deriva da una legislazione consociativa degli anni settanta, ma, allo stesso tempo, la eccessiva flessibilità, che è divenuta precarietà nei confronti di  altri, per le leggi dei Governi Berlusconi.  Il mercato è tale ed è libero, soltanto se lo è in tutti i suoi elementi, compreso il costo del lavoro e la flessibilità sia in entrata che in uscita.

Il provvedimento del Governo è un primo passo concreto e spiazza una CGIL prigioniera di un anacronistico passato, che non giova in primo luogo al mondo del lavoro. tuttavia, in cambio del consenso del PD, degli altri sindacati e di Confindustria, il Presidente del Consiglio ed il Ministro Fornero hanno subito dei condizionamenti inaccettabili, che finiscono col ridurre la reale portata di quella che viene definita una svolta e ne compromettono i risultati effettivi. Una scelta più coraggiosa avrebbe almeno imposto, per rilanciare l’economia, una significativa riduzione del Cuneo fiscale.

Il provvedimento del Governo è un primo passo concreto e spiazza una CGIL prigioniera di un anacronistico passato, che non giova in primo luogo al mondo del lavoro. tuttavia, in cambio del consenso del PD, degli altri sindacati e di Confindustria, il Presidente del Consiglio ed il Ministro Fornero hanno subito dei condizionamenti inaccettabili, che finiscono col ridurre la reale portata di quella che viene definita una svolta e ne comprometterebbe i risultati effettivi. Una scelta più coraggiosa avrebbe almeno imposto, per rilanciare l’economia, una significativa riduzione del Cuneo fiscale.

Non abbiamo condiviso il cosiddetto provvedimento svuota carceri del Ministro Severino, che di fatto ha avuto i medesimi effetti di una amnistia mascherata, istituto al quale siamo contrari, perché incide sul principio, per noi irrinunciabile, della certezza della pena. Il successivo passo del PDL volto a fermare altri provvedimenti nel campo della Giustizia rappresenta un grave errore. Tale riforma, rappresenta una priorità assoluta, principalmente per quanto concerne il campo civile, che scoraggia molti imprenditori, sia italiani che stranieri a fare nuovi investimenti, per l’assoluta incertezza di far valere con rapidità ed efficacia i diritti del creditore, rispetto a chi intende sottrarsi alle proprie obbligazioni. Ovviamente anche nel campo penale si dovrebbe intervenire, trovando soluzioni equilibrate per la separazione delle carriere di PM e giudici, riformando il CSM ed il relativo metodo di elezione con la formula del sorteggio, che eliminerebbe la attuale politicizzazione delle correnti. Ci auguriamo che non venga eliminata o stravolta alla Camera la norma, approvata dal Senato, che introduce la responsabilità civile dei giudici, coerentemente a quanto era contenuto nella richiesta approvata a grande maggioranza da un referendum popolare tradito. Siamo altresì convinti della necessità urgente di approvare una legge che combatta seriamente la corruzione dilagante in tuttala Pubblica Amministrazionee nel sottobosco della politica. Bisogna  individuare misure punitive diverse dal carcere ed evitare l’abuso della detenzione preventiva, ma assicurando che venga espiata la pena definitiva. Infine è necessaria una disciplina del sistema attuale di intercettazioni a strascico, che violano le forme più elementari di privacy, pur mantenendo un efficace sistema investigativo, se vi siano seri indizi di reati da accertare e perseguire.

Il Governo tecnico è stato accettato dalla maggioranza dell’opinione pubblica, come una sorta di rottura con un ceto politico, che ha perso il consenso popolare. Esso deve essere come il medico non pietoso, in grado di curare effettivamente la malattia, anziché limitarsi a fare abbassarela febbre. Dovrebbequindi avviare un vasto programma di riforme, il cui sviluppo potrebbe, dopo, costituire il cuore di un confronto elettorale nel 2013, non più centrato soltanto sulle promesse per catturare il consenso, ma sulle scelte per il futuro del Paese. La lezione della crisi e l’esempio del Governo del Presidente potranno positivamente influire ad un radicale cambiamento dell’approccio degli elettori in relazione alle proprie scelte di carattere politico. Dobbiamo augurarci, citando De Gasperi,  che tali eventi possano condurre gli italiani ad esprimere il loro voto, “sapendo distinguere tra il politico che pensa al risultato elettorale e lo statista, che pensa alle generazioni future”.

Il PLI, anziché dividersi, come ha fatto per troppo tempo sul tema delle alleanze, deve rilanciare le battaglie liberali di sempre per un Paese più laico, che si renda conto che è venuto il momento di rivedere profondamente il Concordato ed eliminare i privilegi medioevali della Chiesa cattolica. Deve rivalutare la sua specificità di partito che sa, e vuole, essere vicino agli ultimi, ma, allo stesso tempo, non penalizzare, anzi premiare i migliori, riconoscendone il merito. Una alleanza tra i più deboli della Società e la sua parte migliore, per isolare il grigiore parassitario dei mediocri, di coloro che hanno sempre vissuto di privilegi pubblici, piccoli o grandi. Un partito capace di alzare la voce in difesa dei disabili veri e di chiedere di perseguire con rigore i falsi invalidi, attraverso la istituzione di un Garante dei diritti del disabile e del malato, anche per colpire la corruzione, gli sprechi e la politicizzazione della Sanità. Un partito che voglia intestarsi una forte battaglia in difesa dei diritti civili, che devono essere portate avanti con iniziative legislative e una mobilitazione popolare, attraverso i gazebo.

La battaglia etica per un ambiente sano che tuteli la nostra salute e l’integrità del nostro habitat; la legalizzazione della prostituzione e la relativa regolamentazione tributaria; l’abolizione dell’anacronistico reato di oltraggio a pubblico Ufficiale, che presuppone una diseguaglianza tra cittadini di diverse categorie; la legalizzazione delle droghe leggere e la libertà di usare la canapa nel campo farmaceutico e della cura di diverse malattie; il riconoscimento di alcuni diritti alle coppie di fatto, senza per questo teorizzare forme diverse di famiglia, che rimane quella naturale, destinata alla procreazione; la libertà della scelta terapeutica e della connessa eventuale interruzione delle cure, secondo la autonoma scelta del soggetto, esaltandone la dignità, anche per quanto concerne la volontà, in qualunque modo espressa, per la fine della propria vita; la libertà, senza limitazioni di carattere etico, della ricerca scientifica; l’abolizione degli anacronistici limiti alla fecondazione assistita, per soddisfare il diritto alla procreazione: questi sono i temi su cui abbiamo avviato una discussione al nostro interno, con qualche legittima differenziazione e sui quali dovremo al più presto definire delle proposte precise.

Da circa un anno, sopraffatto dalla delusione per la stanchezza di alcuni vecchi compagni di battaglie liberali, che abbandonavano il campo, perché dopo tanti anni si andavano convincendo della irreversibilità di un sistema plebiscitario, che rifiutava i liberali e la proprie idee, avevo pensato che fosse venuto, anche per me, il momento di abbandonare, cedendo il passo a qualcuno più giovane ed in grado di rivitalizzare il Partito. Da un lato, l’insistenza affettuosa di molti amici carissimi, ma soprattutto la percezione che nel Partito sembrasse prevalere un confronto sui possibili organigrammi, rispetto allo sforzo di immaginare un progetto più incisivo, mi hanno indotto a rivedere la mia posizione. Mentre pensavo, con molti altri, che la situazione generale non fosse ancora del tutto matura per un Congresso e che la soluzione migliore fosse quella di rinviarlo ulteriormente, ho deciso di unirmi a coloro che ritenevano prevalente il rispetto del termine statutario, si pure con qualche mese di ritardo, anziché attendere oltre.

Questo nostro Congresso si celebra quindi in una fase di profondo cambiamento in cui non tutto è chiaro rispetto agli scenari politici, che potranno presentarsi. Anche se non siamo in grado di affermare che la lunga transizione sia terminata, sappiamo certamente che siamo verso il suo epilogo e dobbiamo, ancora una volta, compiere un esercizio di fantasia per immaginare quello che potrà avvenire e formulare una nostra proposta. In questi mesi, nonostante la stanchezza, come dicevo prima, di alcuni di noi, che si sono messi in posizione di riserva, il Partito è cresciuto perché finalmente nel dibattito politico quotidiano sono ritornati termini del lessico liberale, che hanno trovato nel Governo Monti un amplificatore, tuttavia non è ancora il successo che ci aspettavamo e che sarebbe necessario per incidere quanto vorremmo e dovremmo, sul futuro dell’Italia. Tuttavia il PLI ha dimostrato di essere in grado di rispondere anche a sforzi organizzativi senza precedenti. Mi è stato chiesto in un momento così delicato di non abbandonarne la guida, nonostante la mia comprensibile stanchezza. Ho risposto alle amichevoli e preoccupate sollecitazioni, prendendo atto che il Partito ha altre priorità rispetto al cambio dell’attuale gruppo dirigente e che ero disponibile e lo sono, ovviamente se lo vorrete, a completare, insieme a chi vi ha contribuito in questi ultimi anni, il cammino, ponendo un termine temporale al mio impegno nel ruolo attuale: cioè fino alle prossime elezioni politiche, dopo le quali la transizione, mi auguro sarà completata e, un Congresso Straordinario, potrà definire nuovi e definitivi assetti.

Nella difficile decisione, mi hanno aiutato a riflettere, in un periodo per certi versi analogo a quello che stiamo vivendo, le parole dette al congresso del suo Partito, l’Unione Nazionale, il 15 giugno 1925 un grande liberale, Giovanni Amendola:  “dobbiamo intendere che la nostra battaglia è lunga, che può finire domani come tra anni, ma che in ogni caso la fiducia nella vittoria, la serenità nell’approntare le forze per questa vittoria, la disposizione a non mollare, a non muoversi, a durare al proprio posto fino alla fine, deve essere la nostra vera, lo nostra grande forza, quella che meglio di ogni calcolo e al di là di ogni umana possibilità di errore, condurrà il nostro Partito alla finale vittoria.”

Fu il suo ultimo discorso pubblico, Il successivo 20 luglio veniva selvaggiamente picchiato in provincia di Pistoia. Per le conseguenze irreparabili di quel pestaggio moriva in esilio in Francia l’anno seguente. Non riuscì a vedere il compimento del suo disegno. Per troppo tempo si è sottovalutato il valore morale del suo esempio e la dignità politica dell’Aventino, inteso come scelta etica esemplare, di cui fu l’ispiratore ed il principale protagonista, mentre altri liberali avevano scelto il disimpegno o persino la collaborazione, ritenendo, come disse Gaetano Salvemini, che il Fascismo sarebbe stato la necessaria scopa della Storia. Giovanni Amendola capiva, a differenza di altri, che “Il fascismo …..mantiene aperta la Camera, ma sopprime le condizioni indispensabili al suo normale funzionamento, chiede al Paese di eleggere i suoi rappresentanti, ma frattanto colpisce al cuore il diritto elettorale.”La legge Acerbo, come molti ani dopo quella Calderoli, rappresenta un tratto caratteristico distintivo, che si riscontra in tutti i regimi politici non liberali, i quali tendono a scivolare nell’autoritarismo plebiscitario. Probabilmente la figura di Amendola, come liberale cristallino, dopo la caduta del regime, non è stata valorizzata, perché la scelta del figlio Giorgio di militare nel PCI, probabilmente perché quella era la forza antifascista più organizzata, contribuì a sbiadire il ricordo di un grande esempio morale, rigorosamente liberale. Forse, un giorno, muovendo dalla necessaria rivalutazione della figura del padre, rileggendo anche i discorsi e gli scritti di Giorgio, se ne potrà dedurre che, pur dichiarandosi comunista, anche la sua formazione era in larga misura liberale.

Abbiamo più volte sottolineato che il berlusconismo, sia pure con caratteristiche diverse e persino in maniera più cialtrona, ha avuto molti elementi in comune col fascismo, principalmente nel tentativo di trasformare la democrazia in cesarismo plebiscitario ed esautorando di fatto la Camere, attraverso l’abuso dei Decreti Legge. In proposito, sempre Amendola, sottolineava come la natura poco liberale di un regime si rivela allorché si tenta di spogliare il Parlamento della sua prerogativa di essere il  “Potere Legislativo”, perciò, “il Decreto Legge deve essere, nella generalità dei casi, reso impossibile, e, quando l’urgenza lo renda inevitabile, va sottoposto a rigide regole che ne restringano al massimo il campo di applicazione”.

La caduta del Muro di Berlino nel 1989, che rappresentò indiscutibilmente la vittoria del liberalismo sul comunismo, ha cambiato definitivamente l’approccio alla politica, rendendola più pragmatica e meno ideologica. Questo era giusto, ma non a costo di finire, come è avvenuto in Italia, col cancellare ogni tensione ideale, facendole perdere ogni relazione con la morale.

Noi abbiamo percepito questa carenza di spiritualità, di ancoraggio ad un sistema valoriale, di dominio della quotidianietà materiale rispetto all’utopia. Abbiamo tuttavia commesso forse l’errore di rimanere legati ad uno schema, superato dalla scomparsa della ideologia contrapposta. Il nostro modello di Partito ed il nostro impegno politico sono apparsi, e forse erano, prigionieri di una logica restauratrice del vecchio sistema, ormai obsoleto dei movimenti ideologici e dello scontro tra le concezioni, che ad esse si rifacevano. Avremmo dovuto aprirci di più alla modernità, a costo di misurarci in un campo aperto più difficile, perché sconosciuto. E’ in parte questa la ragione per la quale il PLI è apparso, sia pure ai pochi che hanno potuto essere informati della sua esistenza, come un soggetto nostalgico, che tendeva soltanto alla rifondazione di quello che non c’era più e non sarebbe potuto tornare. In verità noi sapevamo bene che non si trattava di questo, ma non abbiamo saputo e certamente potuto comunicarlo, per l’assoluta mancanza di mezzi adeguati, che ce lo consentissero. Anche al nostro interno, tuttavia, abbiamo consentito che prevalesse la convinzione di un continuismo restauratore di tutto l’armamentario politico, istituzionale, sociale di un mondo, che era stato cancellato e che era quello dello scontro ideologico. Di questo falso obiettivo si è avvalso per anni Berlusconi, continuando, come l’ultimo giapponese, la guerra contro un comunismo che non poteva più esistere, perché morto e sepolto dalla storia. Molti dei nostri amici tuttavia si sono lasciati convincere da questo messaggio ed hanno accettato il falso bipolarismo all’italiana, nella convinzione che fosse prioritaria la battaglia contro il nemico comunista.

Per parte nostra abbiamo sufficientemente percepito ed approfondito il cambiamento epocale che si era determinato, ed abbiamo provato a compiere una riflessione profonda su quale poteva, direi doveva, essere il nuovo compito dei liberali, ancorché fuori dalle sedi istituzionali? Credo che sotto questo profilo siamo stati carenti. Ovviamente mi assumo la mia parte di responsabilità. Anziché continuare a porci come soggetto che in primo luogo aspirava a rientrare nelle Istituzioni per svolgere, prevalentemente all’interno di esse, il proprio ruolo, avremmo dovuto proiettarci nella società, per esercitare una funzione di contagio delle idee liberali e per innescare, con proposte comprensibili e concrete, la rivoluzione liberale dal basso. Siamo invece rimasti il partito della responsabilità di stampo cavouriano o giolittiano, senza averne il peso politico ed i relativi strumenti.

Oggi il vaso di pandora si è rotto, lo schema falso del bipolarismo destra contro sinistra è caduto. Il Paese si trova dinanzi ai propri problemi irrisolti, anzi enormemente aggravati da un ventennio di sprechi corporativi senza riforme. Sia pure con ritardo, se vogliamo giocare un ruolo, dobbiamo aprirci alla società, coglierne i primari bisogni e dare risposte liberali. Questo significa in primo luogo abbandonare lo schema del partito ideologico del secolo scorso, per proporre un nuovo soggetto costruito sulle pulsioni della società e sulle sfide della modernizzazione, cementato dai valori identitari del liberalismo e rigidamente sostenuto da un rinnovato vigore morale, senza cui non può esservi tenuta sociale.

Penso quindi ad un partito che, più che liberale, sia delle idee liberali, delle riforme liberali, della concezione dello Stato e della società propri del pensiero liberale: un partito dei liberali, che non appaia nostalgico, ma abbia tensione morale ed un forte connotato innovativo e di apertura a tutto ciò e a tutti coloro, che hanno a cuore la libertà.

La teoria della Società aperta di Karl Popper ha sconfitto quella della lotta di classe di Marx, che si è rivelata errata perché l’epilogo registrato dalla modernità è stato invece quello del superamento delle classi. Ormai i residuali difensori della dittatura del proletariato appaiono soltanto patetici sconfitti dalla storia, annidati della FIOMM e nei centri sociali. Ha trionfato nei Paesi occidentali la crociana concezione della “libertà liberatrice”, contagiando l’emergente Est asiatico, ad eccezione della Corea del Nord e della Cina. In quest’ultimo Paese, tuttavia, ha prevalso il mercato e l’aspirazione a realizzare una società capitalista, sia pure mantenendo un regime politico burocratico e dittatoriale.

In Italia, dove rispetto al resto dell’Europa le idee liberali sono arrivate con due secoli di ritardo e si sono riconosciute nella rivoluzione risorgimentale, dobbiamo ancora pienamente raggiungere il traguardo di collocare l’individuo al centro del sistema. Mentre dilagano le violazioni della libertà individuale e si espandono i divieti,   bisogna sancire che tutto quanto non è espressamente vietato con  norma di rango costituzionale, deve essere permesso, in modo che ognuno possa realizzarsi come meglio desidera. Nel nostro Paese dobbiamo fare in modo che finalmente prevalga lo spirito della Riforma rispetto a quello della Controriforma, il giusnaturalismo, che pone l’individuo al centro del sistema, rispetto al diritto dei sudditi, che deriva dalla tradizione romanistica, fatta propria dalle monarchie assolute, dalla chiesa cattolica e dai regimi dittatoriali del novecento. Nel centocinquantesimo anniversario della Unità, realizzata dai liberali di ieri, quelli contemporanei devono impegnarsi per fare in modo che l’Italia venga percepita da tutti come Nazione, isolando il pericoloso ribellismo nordista, cui recentemente se ne è aggiunto uno ulteriore, determinato dalla disperazione meridionale.

Giovanni Malagodi ci ha insegnato che “il liberalismo non si esaurisce in una tesi, per quanto giusta, sulle funzioni dello Stato e l’organizzazione dell’economia. Esso è una grande forza formativa del mondo intero, anzi quella determinante”. Il valore creativo del liberalismo lo rende una “religione civile” per la sua fede nella libertà e nella democrazia. Per tale ragione il liberalismo è insieme conservatore e rivoluzionario, quindi l’unico partito di centro, come ci ha spiegato Croce nel breve scritto che abbiamo riportato in copia anastatica sull’invito del Congresso, sempre alla ricerca di creare e moltiplicare le opportunità per gli individui. E’ per tale motivo che la raffinata disputa culturale tra lo stesso Croce ed Einaudi tra Liberalismo e liberismo economico non è altro che una sottile disputa tra intellettuali per giungere alla medesima conclusione. E’ sicuramente giusta la domanda che si poneva Luigi Einaudi quando scriveva: “A che serve la libertà politica a chi dipende da altri per soddisfare ai bisogni elementari della vita? Fa d’uopo dare all’uomo la libertà dal bisogno perché sia veramente libero nella vita civile e politica.” Da parte sua Croce, che da filosofo sosteneva come prioritaria la libertà dello spirito, rispetto a quella della persona, pure importante, affermava che l’individuo può essere intimamente libero, anche in condizioni di compressione della libertà, come nel carcere. Einaudi,  riconobbe che il filosofo napoletano aveva ragione quando affermava che talvolta in una società liberale, può risultare opportuno compiere scelte economiche stataliste, come autorevolmente poi fu spiegato da Keynes, e che invece economie liberali possono risultare nemiche della libertà. Inoltre affermò che anche nel liberismo può esservi quella concezione religiosa della libertà, che Croce riconosceva soltanto al liberalismo. In sostanza tutta la disputa derivava da una sottigliezza semantica della nostra lingua italiana, in cui esistono le due espressioni, liberalismo e liberismo, mentre in tutte le altre lingue non si ravvisa tale sdoppiamento terminologico. Entrambi i grandi maestri liberali pensavano alla eticità dell’essenza spirituale del liberalismo, che l’economista pensava fosse impossibile “laddove non esista proprietà privata e tutto appartenga allo Stato”, mentre il filosofo tendeva a dare priorità al foro interno di ciascun individuo. Pur tenendo a sottolineare la distinzione tra la sfera pratica della vita economica e quella morale e spirituale della coscienza, entrambi condividevano che tra le due vi è un inevitabile nesso.In fondo la libertà crociana è un affare di coscienza con caratteristiche religiose, mentre quella dell’economista e dell’uomo d’affari appartiene alla sfera di ciò che è pratico e non marita la maiuscola, ma tuttavia per Einaudi, non può non contenere principi e virtù morali. Se entrambi vivessero nel nostro tempo, osservando quanto avviene in Cina, dovrebbero riconoscere che in fondo intendevano la medesima cosa, sottolineando il valore principalmente morale della libertà, sia nel campo spirituale che in quello materiale della vita quotidiana, che devono integrarsi per poter dire che una società è di stampo liberale. Ad analoga conclusione dovrebbero pervenire, osservando che l’abuso della libertà da parte della finanza globale, ha determinato non soltanto guasti, forse irreparabili, all’economia mondiale, ma ha avuto una ricaduta negativa sulla stessa libertà dei singoli, sia Stati che individui. Quanto è avvenuto postula un intervento regolatore forte, per evitare che la cosiddetta finanza creativa, forse sarebbe il caso di usare il termine truffaldina, possa moltiplicare, come è avvenuto, per dodici o tredici volte la ricchezza reale, convenendo che un intervento regolatore di livello globale s’imponga al più presto per arrestare la corsa verso il precipizio della bancarotta.

Potremmo allora concludere che la elegante disputa intellettuale tra Croce ed Einaudi non rappresentò altro che una tappa importante, sotto il profilo dell’approfondimento culturale, della infinita Storia della Libertà, che ha portato al rifiuto di un liberismo senza regole, esaltando l’alto valore civile del’etica liberale.

Non è casuale, avviandomi alla conclusione di questa mia relazione, il riferimento alle due figure più autorevoli del liberalismo italiano, che sottende l’intento di elevare al massimo il livello del dibattito che ci accingiamo ad intraprendere, se abbiamo l’ambizione di porci come gli ispiratori del necessario rinnovamento politico, culturale, e, soprattutto, etico del nuovo corso che sta per avviarsi. Le recenti turbolenze registrate nel Partito alla vigilia di questo nostro incontro di natura statutaria, hanno assunto toni e forme sopra le righe e non confacenti alla nostra tradizione. Spero che da questo momento prevalga il desiderio di protagonismo liberale nella società, piuttosto che quello di prevalere all’interno del Partito per assumere ruoli, che vi assicuro, per averlo provato in questi lunghi anni, sono difficili e avari di soddisfazioni, anzi densi di amarezze e delusioni. Per questo motivo è necessaria la orgogliosa consapevolezza di avere un ruolo che va ben al di là della nostra modesta consistenza numerica, per rappresentare un elemento di trascinamento della intera società italiana verso la modernizzazione e la piena realizzazione di una autentica Democrazia Liberale.

Mi auguro quindi che dal nostro Congresso possa prendere corpo non soltanto l’ipotesi costituente riduttiva, finora coltivata, di riunire tutti i reduci liberali, pensando ai, per la verità pochi, che hanno tanti Siti o associazioni territoriali (spesso solo cartacei) che si dicono liberali e servono soltanto alla piccola gloria dei rispettivi fondatori. Penso piuttosto ad un contenitore ampio, persino a vocazione maggioritaria, nel Paese, piuttosto che soltanto nelle istituzioni, che, ispirandosi alla tradizione laica, occidentale, di una idea religiosa, direi meglio sacrale, della libertà, voglia essere il partito della modernità, dell’uguaglianza dei punti di partenza, della valorizzazione del merito, del coraggio della verità, del mercato, dello smantellamento dello Stato burocratico ed assistenziale, per costruirne uno dotato di strumenti effettivi per difendere e sostenere i più deboli. Uno Stato che, senza penalizzare i primi, anzi valorizzandone meriti e saperi, sappia creare le condizioni per avvicinare ad essi gli ultimi, scommettendo sulla  mobilità sociale, quindi offrendo a tutti una speranza, che sia a misura del proprio ingegno, del proprio impegno e del rigore morale con il quale cercheranno di farli valere.

Penso alla costituzione di un nuovo grande soggetto Politico alla cui formazione il PLI deve concorrere, per divenirne la parte trainante sul piano del contributo valoriale, culturale, ideale e, principalmente etico. Una millenaria presenza della chiesa Cattolica e del Vaticano sul territorio italiano e la non del tutto abbandonata vocazione delle gerarchie ecclesiastiche al potere temporale, hanno determinato un enorme ritardo della nostra società, rispetto alle altre del mondo Occidentale, dove è passata la rivoluzione della Riforma di Calvino e Lutero. Oggi il rischio di una democristianizzazione, sia pure in nuove forme, è attuale, anche perché potrebbe apparire come la strada più facile e sicura, in quanto con radici più forti nella società, per superare la drammatica fase dei partiti padronali, di plastica. Come non abbiamo accettato di vivere la stagione del berlusconismo, divenendo pidiellini, per la stessa identica ragione, orgogliosi di non esserlo mai stati, ci rifiutiamo di morire democristiani. Il nuovo soggetto per l’Italia che, consapevole dei sacrifici che comporta, vuole mettersi alle spalle un passato di disuguaglianze, privilegi, parassitismo, clientelismo, corporativismo, deve essere laico, ma non anticlericale. Deve modernamente separare la sfera religiosa spirituale da quella del potere temporale, esercitato attraverso il predominio sulla politica ed i conseguenti privilegi, materiali, ma anche realizzati attraverso norme di legge confessionali e, sovente, liberticide. Vogliamo quindi una formazione dove, come è giusto in un Paese a prevalenza cattolica, questi ultimi siano la maggioranza, ma che non confondano la loro appartenenza ad una fede religiosa, con gli interessi della gerarchia, che la rappresenta e dei conseguenti interessi patrimoniali della Chiesa stessa, nonché con l’assurda pretesa di far diventare i precetti della visione cattolica, norme dello Stato da imporre a tutti i cittadini.

L’esperienza ad elevato contenuto liberale del Governo Monti dimostra che possono convivere e rispettarsi reciprocamente laici e cattolici di formazione liberaldemocratica e che, come è stato per il problema dell’IMU sui beni della Chiesa, sia pure con un compromesso troppo al ribasso, si possono trovare soluzioni di equilibrio, evitando il permanere di assurdi privilegi. Siamo convinti che il desiderio di nuovo e la speranza di rilancio dell’Italia si riconosceranno nell’azione che ha dato vita al più politico dei Governi dell’ultimo ventennio, ancorché senza rappresentanti di alcun partito e definito tecnico.

L’esempio di una politica più alta e nell’interesse della Nazione sarà il fondamento della Costituente del nuovo soggetto politico per l’Italia del futuro, che sarà centrale nei prossimi anni e non potrà non essere fondamentalmente liberale, alla cui costruzione dovremo partecipare con convinzione e generosità. Forse questa potrebbe essere l’occasione per un vero partito liberale di massa, dopo la delusione della farsa berlusconiana. Un soggetto nuovo, che nasca non facendo leva sulle suggestioni spettacolari delle musichette delle convention e sulle minigonne delle hostess, ma sull’orgoglio di una comunità che vuole rialzarsi, dopo le umiliazioni internazionali e le difficoltà di una crisi economica senza precedenti, per ridare speranza o coloro che l’hanno perduta. Minor benessere sarà forse necessario per recuperare valori morali più elevati, per riscoprire il senso della solidarietà, per immaginare traguardi diversi nella vita di ciascuno, in cui trovino posto le speranze e, perché no, le utopie. Si tratta di riaccendere l’orgoglio nazionale, di stimolare la fantasia, l’intelligenza, lo spirito imprenditoriale, il gusto del rischio, il sano individualismo, l’eguaglianza dei punti di partenza per crescere liberamente diseguali, di suscitare maggior rispetto per il più debole, il disabile od il diverso, sentimenti che hanno sempre contraddistinto il nostro popolo e che di recente si sono appannati, facendolo ripiegare nel grigiore del conservatorismo.

Sappiamo quindi che il nostro orizzonte non è né il misero 0,5/0,6 per cento che ci attribuiscono oggi i sondaggi, né l’uno o il due per cento, che possano servire a gratificare le ambizioni di qualcuno, che cerca disperatamente un posto nelle istituzioni, magari concesso per elemosina da un altro soggetto politico per aggirare gli sbarramenti, quelli esistenti ed i maggiori, che verranno introdotti con la imminente riforma del sistema elettorale. Vogliamo invece essere protagonisti della creazione di quel soggetto nuovo, che molti cercano, per riconciliarsi con le Istituzioni, sapendo che esso deve fondamentalmente essere laico e liberale, come in tutti i Paesi dell’Occidente. Non vogliamo un assetto oligarchico come la Russia perché il nostro posto, per tradizione culturale ed aspirazione popolare, è nella prima fila dei moderni Paesi ad elevata coscienza democratica del mondo occidentale, con i quali condividiamo l’amore per la libertà, l’aspirazione al progresso e la scelta senza incertezze per la Democrazia Liberale. In questo spirito e con questo ambizioso obiettivo vogliamo dar vita ad una grande Costituente per l’Italia liberale del futuro.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. TUTTE COSE ESTREMAMENTE CONDIVISIBILI E GIUSTE, MA IN AGGIUNTA A CIò, A PARER MIO SAREBBE MOLTO UTILE CHE IL SEGRETARIO DEL PLI AVVOCATO DE LUCA, INVIASSE UNA LETTERA POLITICA ALL’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO A DIFESA DEI DIRITTI CIVILI DEI MALATI GRAVI E DEI DIVERSAMENTE ABILI, CHIEDENDO NEL CONTEMPO L’ISTITUZIONE DEL GARANTE DEI MALATI E DEI DIVERSAMENTE ABILI.
    Saluti.
    Luigi Gani.

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