Terreni incontaminati, prati inviolati, senza tempo e senza memoria, lontani dalla devastazione estetica dell’Italia conformista, ed esterni all’appiattimento culturale e all’imbarbarimento civile della nuova società dei consumi nascente. Questi i luoghi della Roma sottoproletaria, tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ‘60, Tiburtino, Pietralata, Tor de’ Schiavi, Borghetto Prenestino, il Quadraro e la celebre Borgata Gordiani, che fece da sfondo cinematografico al neorealista “Accattone”, realtà degradate ma piene di autentica poeticità. La ricchezza e la diversità delle borgate pasoliniane e dei suoi “ragazzi di vita” è invece oggi vinta ed oppressa dalla contemporaneità e dall’omologazione che ha distrutto le vecchie consuetudini, e ha trasformato la distinta Roma sottoproletaria in distesa indifferenziata di umanità e palazzi, nella quale il confine tra agro e aree urbanizzate non esiste più.

L’espansione ineluttabile e l’urbanizzazione feroce hanno prodotto una poltiglia uniforme in cui le borgate storiche del fascismo e i borghetti spontanei del dopoguerra sono diventati quartieri residenziali, in cui ceti sociali differenti vivono gomito a gomito, condividendo spazi, consumi, linguaggi e televisioni, imborghesiti e imborghesendosi sempre più, come preannunciava Pasolini negli anni sessanta. L’animo puro e autentico di quell’Italia dimenticata dal boom economico è stato scalfito nel profondo dall’incontenibile invasione degli opulenti supermercati e dei centri commerciali, dove si acquista senza pause, spesso a rate o facendo debiti.

La trasformazione antropologica e sociale ha investito indistintamente tutte le ex-borgate, dal Pigneto, oggi ricco di librerie, negozi, ristoranti e perfino sushi-bar, a Torpignattara, da dove venivano Franco e Sergio Citti, senza più quella luce lercia e bituminosa del cielo di “Mamma Roma”, ma in compenso quartiere ormai ghettizzato dai cinesi che vi lavorano.

La periferia pasoliniana ha cessato di essere tale, lontana da quel convinto ottimismo della marginalità e da quella ricchezza poetica ingenuamente pura.

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