Giovanni Francesco Malagodi (1904-1991), segretario del PLI per diciotto anni (dal 1954 al 1972) poi presidente d’onore a vita, deputato per ventisei anni, quindi senatore e presidente del Senato, è una figura chiave del liberalismo italiano del Novecento. “Il liberalismo – afferma – non si esaurisce in una tesi, per quanto giusta, sulle funzioni dello Stato e sull’organizzazione dell’economia. Chi crede di poterlo confinare in questi termini, per quanto ampi, si sbaglia. Come si sbaglia chi crede di potersene sbarazzare come di una cosa superata. Da tre secoli il liberalismo è in misura crescente una delle grandi forze formative del mondo intiero. Per la sua profonda originalità ne è anzi la forza determinante. E’ destinato a rimanerlo e a svolgersi come tale per un tempo lungo, imprevedibilmente lungo. Contro le società chiuse, rigide, esso asserisce il valore creativo dell’individuo, la sua responsabilità, quindi la sua libertà. Ha abbattuto le monarchie assolute e le società feudali e ne va sgombrando gli ultimi resti. Ai nuovi assolutismi totalitari, alle nuove gerarchie prefabbricate e rigide del comunismo e degli Stati autoritari il liberalismo si contrappone come avversario creativo e quindi vero e completo” (Liberalismo in cammino, 1965).

Certo del trionfo del liberalismo, Malagodi è convinto che la sfida si debba vincere sul terreno delle religioni civili. Il liberalismo deve presentarsi come un fermo sistema di valori, non disponibile a cedere spazio ad avversari con i quali nessun compromesso è possibile. Il suo modo internazionalista ed europeista di affrontare i problemi, unito ad un convinto anticomunismo, lo porta a sostenere con forza la cooperazione europea, congiunta a una prospettiva atlantica: guarda con favore alla modernizzazione economica e sociale del Paese, lungo le linee segnate dalle grandi democrazie nordatlantiche. Il suo primo obiettivo è difendere, fino in fondo e senza scendere a compromessi, le forze economiche e politiche dell’Occidente. L’anticomunismo è senz’altro uno degli assi portanti della riflessione politica del leader liberale, presenza costante in tutti i suoi scritti e discorsi, pubblici e privati, ragione prima delle sue scelte politiche concrete.

Malagodi esordisce nella vita del partito con una relazione sulla politica economica italiana che, fatta propria da una commissione, è approvata per acclamazione, nel gennaio 1953, dal VI Congresso liberale. La relazione si colloca, senza esitazioni o incertezze, sul terreno del liberalismo economico: la rinascita del Paese, da cui dipende anche la soluzione della questione sociale, deve essere affidata alle capacità imprenditoriali degli individui. Lo Stato deve coordinare e stimolare le energie individuali assicurando la stabilità della moneta, mantenendo solido il bilancio pubblico, efficiente l’amministrazione, effettiva la concorrenza, aperte le frontiere.

Una volta eletto, Malagodi trova nel PLI un’atmosfera non semplice ma il suo temperamento forte e determinato lo conduce, nel 1954, alla conquista della segreteria nazionale del partito, provocando la fuoriuscita della corrente liberale di sinistra, che considera l’ex banchiere un conservatore. Il Partito liberale, in effetti, si pone da allora su una linea moderata tradizionale. La Destra storica è il punto di riferimento ideale di Malagodi, una destra decisamente laica, non affetta da nessuna forma di giacobinismo. Dura la sua battaglia contro il regionalismo, che in certi momenti non è gradita nemmeno a Nenni, che parla infatti di ‘Italia in pillole’. Nella polemica sulla politica economica Malagodi mette in campo la cultura e l’esperienza acquisite all’estero, soprattutto come esperto di finanza. Nelle elezioni politiche del 1963 la strenua opposizione al centrosinistra porta il PLI al 7% (39 deputati e diciannove senatori), il suo massimo storico, facendolo diventare la quarta forza politica.

L’arrivo di Malagodi nel PLI infonde al partito energie nuove e grandi obiettivi che non si intravedevano dai tempi di Cavour e della Destra storica. Nel suo ultimo libro, Lettere senesi ad un cittadino d’Europa (1990), Malagodi offre uno spaccato della sua visione della lotta politica (che è anche una battaglia con se stessi) vissuta con assoluta ‘passione’ e vigile ‘discernimento’: “E vero – scrive – è profondamente vero. Senza passione non si affrontano le battaglie della politica e soprattutto quelle con se stesso, le battaglie dell’io spirituale contro l’io empirico; dell’interesse generale che vogliamo servire, ciascuno a modo suo, contro l’interesse egoistico di persona o di classe che ci attrae e ci serve. Ma occorre anche il discernimento. Senza di esso non si riconoscono le vie che conducono alla meta, vie piene di buche, di triboli, di errori e di inganni, ma LE VIE. Consentimi perciò, mio caro amico, di augurarti che tu possa conservare ed accrescere la tua passione e il tuo discernimento. Di saperli difendere entrambi contro la politica generica e sciamannata”.

Oltre che dedicarsi alla riorganizzazione interna del partito, Malagodi mira a definire il ruolo del PLI quale contrappeso moderato dell’alleanza centrista, tuttavia la sua severità e lo slittamento del quadro politico verso sinistra contribuiscono, sul piano simbolico ancor più che su quello programmatico, a distanziare i liberali dai loro alleati. Il rapporto fra Malagodi e la “destra economica”, come è noto, rappresenta la ragione principale per la quale la sinistra del partito rompe con la segreteria fino alla scissione che si verifica nel dicembre del 1955.

Nelle estenuanti trattative svoltesi fino all’aprile 1957, Malagodi mantiene una posizione di difesa della proprietà, coerente con i suoi presupposti ideologici. Le fratture interne all’alleanza centrista si aggravano nella III legislatura, in cui prevale il tema dell’apertura al Partito Socialista Italiano. Malagodi contrasta duramente qualunque ipotesi di allargamento della maggioranza verso sinistra. La sua ostilità verso il PSI scaturisce dalla coscienza della distanza ideologica fra liberalismo e socialismo, e soprattutto dalla timidezza con cui il PSI si era distanziato dal PCI. Più ancora che come formula politica, il centrismo andava salvaguardato come “atmosfera morale”, ovvero espressione di fede nella libertà e nella democrazia. Aprire una trattativa col PSI avrebbe significato mettere in discussione le radici etiche della scelta occidentale.

Con il IX Congresso del PLI dell’aprile 1962, lancia la proposta dell’‘alternativa liberale’, recuperando e amplificando gli argomenti sostenuti fino ad allora: il liberalismo deve rappresentare l’anima ideale di una coalizione centrista che, saldamente attestata dietro una diga anticomunista, promuova con una politica riformistica ambiziosa la modernizzazione del Paese. Presentatosi alle elezioni del 1963 sulla piattaforma dell’alternativa liberale, il PLI raggiunge il suo massimo storico del 7%.

A partire dall’XI Congresso nazionale, nel gennaio 1969, nel partito si consolida l’opposizione a Malagodi che si trova così sbarrata la via della costruzione politica, tantoché nella seconda metà degli anni Sessanta si impegna soprattutto sul terreno ideologico: già nel 1962 aveva promosso la costituzione della Fondazione Einaudi di Roma, quale sostegno culturale del PLI. Prepara la bozza della Dichiarazione di Oxford del 1967, aggiornamento del Manifesto del 1947 sul quale si fondava l’Internazionale Liberale di cui era stato presidente dal 1958 fino al 1966 (eletto quattro volte). La Dichiarazione ribadisce la supremazia dell’individuo sullo Stato, e la necessità di limitare la burocrazia, il potere pubblico e i vincoli al mercato. Come gli altri testi coevi di Malagodi, la Dichiarazione fornisce un’interpretazione progressiva del liberalismo, affidando a esso il compito di fronteggiare le grandi sfide dettate dall’epoca contingente: il liberalismo è per l’individuo uno strumento di liberazione, di diffusione del potere e delle risorse, di trasformazione e non di conservazione dell’esistente.

Il 26 giugno 1972 Malagodi lascia la segreteria del partito e ne diventa il presidente. La successiva subordinazione del PLI alla DC, e alla sua continua emorragia elettorale, conducono i liberali ad una grave crisi interna (metà degli anni Settanta), in balìa della quale viene messa in discussione la maggioranza guidata da Malagodi. Consapevole del pericolo di una scissione, nell’estate del 1975 Malagodi intavola una trattativa per trovare un compromesso fra le tendenze interne al PLI. L’accordo si concretizza nel Consiglio nazionale del gennaio 1976: Zanone viene eletto segretario, ma al presidente d’onore e al nuovo presidente, il malagodiano A. Bignardi, sono attribuiti poteri rilevanti che Malagodi utilizza nei mesi successivi al fine di evitare qualunque patto di governo, di qualsiasi genere, col PCI.

Malagodi si dimette nel luglio 1977 quando il PLI firma la mozione Piccoli che sancisce l’accordo fra la DC e i partiti dell’astensione – una frattura che solo il Consiglio nazionale di ottobre riesce a sanare, ribadendo l’opposizione al compromesso storico. Nel gennaio 1979, al XVI Congresso liberale, la corrente di Zanone conquista la maggioranza assoluta. Zanone conduce i liberali all’incontro con il PSI che Malagodi aveva sempre contrastato.

Nel 1980-81 presiede il comitato incaricato di preparare la bozza di un nuovo documento programmatico dal quale si deduce l’appello di Roma del 1981 che, in continuità con la Dichiarazione di Oxford del 1967, definisce il liberalismo come forza di rinnovamento, calibrata ai bisogni dell’epoca in cui convivono pericoli e opportunità.

Malagodi considera il liberalismo una battaglia permanente “che ha le sue radici in tutta la storia d’Italia” e che costringe i combattenti in una perpetua “postura di opposizione rivoluzionaria (costituzionale, democratica, pacifica, ma sempre intimamente e sostanzialmente rivoluzionaria)” anche all’interno di parentesi governative o di maggioranza. Considera inoltre un grave errore, sul piano “morale oltreché politico”, ritenere che stare all’opposizione significhi perdere in influenza. Polemizzando con coloro che egli chiama i “liberali oligarchici”, devoti ai sistemi maggioritari uninominali, nel 1968 su ‘Libertà Nuova’ Malagodi scrive: “Io non credo al liberalismo oligarchico; credo al liberalismo democratico. I liberali oligarchici, in fondo, lo vogliano o no, sono dei razzisti; non razzisti della pelle, ma razzisti delle persone per bene (da una parte) e dei tangheri (dall’altra), questi ultimi che formano, secondo i primi, la grande massa dell’umanità […] Con la democrazia parlamentare vanno di conserva non solo la pluralità dei partiti, ma anche il sistema elettorale proporzionale”. E aggiunge: “Una delle caratteristiche dei liberali oligarchici è di avere una preconcetta irragionevole simpatia per il sistema uninominale, come se esso non significasse in Italia la scomparsa delle forze intermedie, e cioè la scomparsa dei liberali e dei socialisti democratici, a favore del blocco clericale sostanzialmente populista-conservatore, da una parte, e di un blocco comunista, dall’altra”.

Malagodi, innovatore in economia e nella concezione delle funzioni dello Stato, con un’anima da conservatore ma con una mente progressiva, è “Il” combattente liberale, fermo e rigoroso, per cui “la Storia non si fa con le ipotesi”. Ha contribuito alla costruzione dell’Europa Unita e al Liberalismo Internazionale (oggi novanta partiti attivi in sessantacinque Paesi); ha riaffermato il valore etico-politico dell’opposizione democratica, incoraggiando un liberalismo democratico promotore della difesa dei diritti umani e sociali; ha combattuto le sue battaglie a difesa di un mercato aperto, ma regolato; ha difeso la libertà religiosa e la laicità delle istituzioni trasmettendo ai suoi contemporanei, e proiettandola nel futuro, la sua fede nella libertà come principio laico ed immanente, forza creatrice e moltiplicatrice di opportunità per tutti gli individui. Malagodi ha difeso il liberalismo come grande forza formatrice degli uomini di tutti i tempi (del passato, del presente e del futuro).

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