La Seconda Guerra Mondiale è terminata in Europa il 9 maggio del 1945, cristallizzandosi nell’immagine simbolo del soldato sovietico che issa la bandiera rossa sul Reichstag di Berlino – sipario epico calato sulla barbarie di una città regredita all’età della pietra, in cui agli IS-2 da quarantacinque tonnellate si opponevano i ragazzini della Hitlerjugend armati di panzerfaust.

Eppure, sessantacinque anni di storia dopo, gli opposti schieramenti si fronteggiano ancora. L’Europa è pervasa da un tremolio di forze sotterranee che saltuariamente affiorano nei Paesi dell’Europa orientale e del Baltico – dove le lancette dell’orologio sembrano essersi fermate (o meglio, sono state riportate indietro) alle grandi battaglie degli ultimi periodi del conflitto. La semantica della vittoria delle forze del bene si sgretola proprio nelle aree dove la partecipazione al conflitto è stata vissuta dalla popolazione in maniera più controversa e polimorfa. In Ucraina, Lettonia, Estonia i vincitori di ieri sono gli sconfitti di oggi, e la liberazione dall’oppressore sembra ormai coincidere semanticamente con l’oppressione del liberatore.

Infatti, sempre più di frequente gli accadimenti del conflitto sono soggetti a riletture tese a riqualificare il contributo apportato alla causa nazionalsocialista e antibolscevica dalle varie comunità nazionali, in un’ottica di riaffermazione delle proprie identità (anche sotto il profilo etnico) e delle peculiarità del proprio vissuto storico. I veterani delle divisioni SS costituite da Estoni, Lettoni e Bielorussi – lungi dall’essere ostracizzati e demonizzati come succede ai loro commilitoni ‘occidentali’ – si vedono tributati riconoscimenti e commemorazioni.

La questione, ovviamente, non può esser ridotta a mera disputa dottrinale o rigurgito nostalgico; è la geopolitica che si premura di disporre i Paesi su linee di battaglia affatto inedite. Nella lotta per l’estensione delle proprie sfere d’influenza su Baltico ed Europa orientale, gli Stati Uniti hanno scoperto che gli scomodi trascorsi di certi popoli possono rivelarsi alleati preziosi, come dimostra il caso delle dichiarazioni dell’ambasciata statunitense in Estonia.

Sull’altro lato della barricata, i Russi tentano di contrastare l’offensiva storico-diplomatica americana con le stesse armi dialettiche; ergendosi strumentalmente a guardiani dell’ortodossia interpretativa del conflitto, avocano a sé i meriti della pacificazione d’Europa e giustificano con il tributo di sangue la loro preminenza e financo superiorità nei rapporti con i piccoli vicini.

Proprio con queste finalità pedagogiche, la Russia ha presentato alle Nazioni Unite una bozza di risoluzione su “l’inammissibilità di talune pratiche che contribuiscono ad alimentare forme contemporanee di razzismo, di discriminazione razziale, di xenofobia e di intolleranza”, che è stata ripetutamente adottata dall’Assemblea Generale nel dicembre del 2005, del 2006 e del 2007. A titolo di esempio, il 18 dicembre 2008 la bozza ricevette 129 voti a favore, due contrari (Stati Uniti – teoricamente alleati dei sovietici nella lotta contro il nazifascismo – e Isole Marshall) e cinquantaquattro astenuti.

L’iter si è ripetuto puntualmente anche nel 2011. Il 18 novembre scorso, presso il Terzo Comitato dell’Assemblea, il draft è stato regolarmente licenziato con il supporto di centoventi Stati. Tuttavia, trentuno Paesi si sono astenuti e ventidue – compresi significativamente i Paesi Baltici – hanno votato contro. All’Assemblea Generale la risoluzione è stata poi adottata ancora una volta con 129 voti a favore e pubblicata tre settimane fa.

Sergej Lavrov, Ministro degli Esteri della Federazione Russa, ha nonostante ciò definito “vergognosa” la posizione degli Stati europei che, anno dopo anno, mancano di garantire alla risoluzione il sostegno necessario a ricevere un’ampia maggioranza. Il ministro russo ha poi ironicamente ricordato come il Processo di Norimberga non sia soggetto a prescrizione e come la titanica lotta contro il nazifascismo sia costata milioni di vittime all’Unione Sovietica.

Ovviamente, quest’uso strumentale della storia va in direzione diametralmente opposta alla riappacificazione e alla comprensione delle istanze che hanno animato ‘l’altro’, di qualunque schieramento abbia fatto parte. Se è vero che nelle relazioni internazionali il fine giustifica i mezzi, non può sottacersi come le motivazioni personali che hanno portato milioni di individui a fronteggiarsi sui campi di battaglia europei, non dovrebbero esser banalizzate al punto da esser ridotte a semplici strumenti di lotta geopolitica. Mercanteggiare artatamente con le ideologie che hanno infiammato l’Europa, non rende giustizia ai milioni d’individui che si sono immolati sull’ara del conflitto.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Mille volte d’accordo. E tuttavia siamo lontanissmi dai terribili anni Trenta e Quaranta, quando il tentativo nazista di imporsi, anche ideologicamente, in Europa, aveva alle spalle una grande e concretissima forza militare e le risorse di un intero e grande Paese. Questo Paese, la Germania, é ora una democrazia che, salvo rigurgiti minoritari, ha ripudiato quel passato. Stiamo dunque attenti, anzi attentissimi, ai conati di ritorno a ideologie morte e sepolte, sia pure sotto le mentite spoglie di semplice rivisitazione storica, e combattiamoli dovunque e comunque si presentino, Nazioni Unite comprese, ma non confondiamole con un nuovo attacco alla Fortezza Europa, che mi pare fuori di ogni realtá.

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