Dispiegamento dell’esercito e promesse di riforme. Questa è la doppia risposta del regime siriano alle proteste nate nella città meridionale di Daraa e propagatesi fino alla zona curda del paese. Così anche la Siria entra ufficialmente nella lista dei paesi arabi coinvolti dalle rivolte. Il regime di Damasco è stato considerato a lungo molto solido, grazie alla personalità di Bashar al-Assad, campione del nazionalismo arabo, della resistenza contro Israele e contro lo strapotere americano nella regione. Ma qualcosa è cambiato, i giovani siriani sono stati contagiati dal vento del dissenso. A fianco dei giovani “laici” che cercano di mobilitare il popolo siriano attraverso i social network, non dobbiamo sottovalutare le proteste che hanno visto la moschea degli Omayyadi a Damasco come punto focale di ispirazione. Gli slogan “né Iran, né Hezbollah”, fanno immaginare che ci sia una componente ortodossa sunnita che vuole contestare la monopolizzazione del potere da parte della minoranza alawita, politicamente laica, ma vicina all’Iran sciita.

La Siria è un paese complesso. Il potere è in mano al clan degli Assad, il più potente della minoranza alawita ( 12% della popolazione ), mentre i musulmani sunniti costituiscono oltre il 70% della popolazione. Diversamente da molti paesi musulmani però, ha una cultura ricca e tollerante, capace di assicurare eguaglianza per i fedeli delle religioni diverse da quella musulmana, cristiani, ebrei, drusi, adottando da sempre una politica basata sulla laicità dello stato, e puntando sull’alleanza con le grandi famiglie sunnite che controllano ampia parte del settore industriale del paese. Che risposta aspettarci allora da parte del governo? Una repressione feroce, come quella compiuta da Assad padre nel 1982 a Hama, roccaforte dei Fratelli Musulmani che si opponevano al regime, e che vide massacrate più di 20000 persone, o un processo di riforma incerto e accidentato? Bashar non è Hafez, tuttavia, se il regime non riuscisse a salvarsi, il paese potrebbe incamminarsi verso un futuro sconosciuto che porterebbe ad uno stravolgimento di tutto il Vicino Oriente.

Non possiamo sottovalutare l’importanza geostrategica della Siria. Confinante con Libano, Israele, Giordania, Iraq, Turchia e Mediterraneo, la Siria si trova nel bel mezzo del mondo arabo-islamico. Se il regime di Bashar al-Assad cadesse, le conseguenze nella regione sarebbero imprevedibili. Con la sua politica estera, Damasco è diventato l’ago della bilancia di questi equilibri delicatissimi, ha saputo contrapporsi come valido contrappeso all’Iran in Libano agli occhi di Riyadh ( diciamo come “male minore” ), l’Iran vede in Assad un alleato fedele, Israele lo considera un nemico “gestibile” e teme inoltre le conseguenze relative al contagio della ribellione nei territori palestinesi occupati ( chissà, forse questi giovani “ribelli” sono pronti a guardare al futuro e non al passato anche per Israele e Palestina…), la Turchia ha intrecciato con il paese stretti rapporti economici. E se invece si stesse creando un nuovo ordine regionale?

Se stessero nascendo nuovi stati disegnati su base etnica e confessionale? Quello della frammentazione del Medio Oriente (che vedrebbe lo smembramento di paesi come Siria, Iraq, Arabia Saudita ) è un vecchio sogno di alcuni ambienti politici israeliani che vedrebbero il loro paese confrontarsi con paesi delle sue stesse dimensioni, sui quali sarebbe più facile stabilire il controllo. Questo progetto fu rielaborato da George W. Bush che lo chiamò “Nuovo Medio Oriente”. Ma oggi, Obama non ha nessuna intenzione di condannare la Siria come ha fatto con la Libia (anche se la repressione del regime abbia già prodotto numerose vittime), questo è uno Stato-chiave nell’ “asse del male”, toccare la Siria significa sfiorare l’Iran, e questo non è “prudente”. Ma se è vero che la Siria fa paura per tutto quello che una rottura dello status-quo interno potrebbe provocare, non dobbiamo sottovalutare le “altre” rivolte democratiche, quelle meno “famose” ma non per questo meno pericolose.

Lo Yemen, per esempio, è una bomba pronta ad esplodere con conseguenze ancora più imprevedibili che nel resto dei paesi mediorientali. Si trova nel cuore del Golfo di Aden, posizione strategica di tutto rispetto, non ha ricchezze particolari, ma è un covo di Al Qaeda. Anche nello Yemen si è sparato sui dimostranti, e sempre nello Yemen ci sono più armi che abitanti, ma manca l’acqua, la popolazione media ha 17 anni, e le divisioni geografiche, politiche e settarie di questo Paese montagnoso sono al limite. Saleh è al potere da 32 anni, è di fatto un dittatore, riuscirà a mantenere il fragile equilibrio del Paese? E se non ce la fa chi prenderà il sopravvento? Al Qaeda?

L’Europa dovrebbe essere in grado di rispondere a queste richieste di “aiuto” attraverso l’applicazione di strumenti a sostegno della democrazia, dei diritti umani, di uno sviluppo sostenibile che esistono già ma che non sono mai stati applicati ( per esempio la Politica Europea di Vicinato ), o ristrutturando la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo che aveva assistito la transizione dei paesi dell’Europa dell’Est, affinché possa portare avanti lo stesso compito con i paesi della sponda sud. Questo discorso, però, potrebbe funzionare solo se l’Europa riesce a recuperare la compattezza perduta.

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