L’accordo che si prospetta tra i partiti per una nuova legge elettorale (resta da vedere se si concreterà nei fatti), essendo apparentemente fondato sul “ritorno alla proporzionale” è stato aspramente criticato da uno dei più autorevoli editorialisti del Corriere della Sera, e non soltanto da lui. In verità,  di “ritorno” propriamente  non si tratta, visto che alla proporzionale si era già tornati  con la legge Calderoli, ma casomai di correzioni da tempo e da tantissimi invocate, tra l’altro col Referendum non approvato dalla Corte Costituzionale ma tanto sentito dall’opinione pubblica, tra cui, in primis, la restituzione agli elettori del diritto di scegliere tra i vari candidati e non subire l’ordine di lista imposto dalla Segreterie dei Partiti: modifica questa che sarebbe davvero impensabile e indecoroso che non venisse ora introdotta; e un “premio di maggioranza” che è tale da modificare e violentare  la volontà degli elettori  (chi ricorda la tanto vituperata “Legge truffa” degli anni Cinquanta, che non era in nulla differente dall’attuale e provocò una perdita di consensi non indifferente ai partiti che la sostenevano, tra cui la DC?).

Legge antidemocratica,  davvero, giacché, in nome di una presunta (e in realtà neppure realizzata) governabilità, trasforma quella che è sempre e solo  maggioranza relativa nel Paese  (o, come in altri Paesi più correttamente si definisce: prima minoranza) in una maggioranza parlamentare schiacciante, in grado – se e quando agisca con coesione interna – di far prevalere gli interessi e l’ideologia di una parte sull’interesse e il bene di tutti, ad esempio imponendo una legge aberrante come il “Porcellum” o, peggio ancora, una riforma federale mal concepita, lesiva della solidarietà nazionale e sicuramente costosa.  E tutto in difesa di una “bipolarismo” assunto a valore assoluto e apodittico della democrazia.  Ora, il “bipolarismo” vige in Italia 1994, e ha  fornito prove peggio che deludenti.  Si obietta che ciò è dipeso dal carattere composito, disomogeneo e “non programmatico” delle maggioranze via via formatesi, sia a destra che a sinistra, ed è vero, ma non ci si accorge che così si compie una ovvia  petizione di principio: perché implicitamente si ammette che il “bipolarismo” può in realtà funzionare solo nell’ipotesi che si tratti in realtà di “bipartitismo”, un’ ipotesi la cui affermazione, nella realtà frammentata dell’Italia di oggi e di sempre, sarebbe possibile solo introducendo regole draconiane che riducano la c.d. “offerta politica” (ma che brutto termine!) a due, o al massimo tre partiti, come accade in altre democrazie occidentali, o attraverso una netta scelta a favore del maggioritario, secco (come in Inghilterra e negli Stati Uniti), o a doppio turno (come in Francia);  o almeno di una soglia di sbarramento assolutamente proibitiva (come ad esempio in Grecia). Ma se anche ad ipotesi del genere si  prestassero il PDL e il PD, lo accetterebbero le forze di centro, oggi e, più ancora, speriamolo, domani, parte essenziale del sistema politico? E ammesso che queste fossero d’accordo (se non per il maggioritario, che è impensabile, almeno  per una soglia di sbarramento, diciamo, al 10%), come reagirebbero nelle piazze forze minori (ma che nell’insieme rappresentano ben più del 20% dell’elettorato, come Lega, IDV  e SEL) di fronte a quello che sarebbe facilmente presentato come un vero e proprio colpo di mano? L’autorevole editorialista del Corriere non ce lo spiega: perché le teorie dei politologi sono una bella cosa, ma calarle nella realtà del Paese è una cosa del tutto diversa.

Ma andiamo oltre e chiediamoci in base, non a quale verità rivelata, ma a quale esperienza vissuta,  il sistema bipolare sia davvero il migliore per garantire benessere e progresso di un Paese. Abbiamo già visto che, se male applicato, esso può portare all’arbitrario prevalere di interessi di una parte (neppure realmente maggioritaria) sul tutto, cosa che, se non è sempre avvenuta da noi, si deve all’esistenza di quei saggi contrappesi  istituzionali verso cui i paladini del bipolarismo  mostrano una malcelata insofferenza. Ed inoltre, la contrapposizione aspra e talvolta intollerante propria del bipolarismo porta a uno spettacolo spesso indegno e frustrante per l’opinione pubblica che vorrebbe invece comportamenti equilibrati e scelte condivise e rende difficile ogni ragionevole consenso, troppo spicciativamente definito “consociativismo” o, peggio “inciucio” (altro orribile termine del lessico politico nostrano: chi lo ha inventato meriterebbe una pesante multa).

Ma vi è un’altra, e fondamentale, considerazione: l’alternanza, sana sulla carta, di forze di segno opposto, anziché favorire politiche stabili e di lungo termine, porta, inevitabilmente al sovrapporsi e al contraddirsi ad ogni legislatura (peggio se di breve durata) di politiche  di segno opposto, quando la crescita economica e sociale chiede oggi, in tutto il mondo,  stabilità e coerenza di linee  sul lungo termine e quelle che altrove si definiscono “politiche di Stato”. Ma ,ci  si dice, con il bipolarismo la gente sceglie a priori le coalizioni e il loro capo, destinati a governarla. Certo è così: sommessamente osserviamo tuttavia che le scelte fin qui effettuate, di destra come di sinistra, non sono apparse, come dicevamo prima, specialmente fortunate. Ci si dice anche: con il bipolarismo la gente può mandare a casa chi ha governato male: certissimo, ed infatti è puntualmente accaduto negli ultimi diciotto anni di storia italiana, segno, mi pare, che il sistema non è poi così perfetto se l’unico rimedio che lascia alla gente, di fronte al puntuale disfunzionamento di un governo e di una maggioranza, è di sostituirli con governi e maggioranze opposte che, molto probabilmente, governeranno altrettanto  male, con la prospettiva di ricambiarli alle elezioni successive, in una ininterrotta serie di montagne russe politiche.

Vogliamo, una volta tanto, attenerci all’esperienza e non alle teorie dei politologi? Vogliamo riconoscere una realtà spesso dimenticata? Che, cioè, per almeno quarant’anni, fino a una degenerescenza dei partiti che non era inevitabile se, per esempio, nella DC di degli anni 90 avesse  prevalso, non l’autoflagellazione di Martinazzoli, o l’impotenza dei vari Forlani e Gava, ma lo spirito innovatore e di riscossa di un Enzo Scotti e di tanti altri, che pure esistevano nelle file del Partito. La Prima Repubblica, basata sul  sistema proporzionale e sul costante dominio del Centro, pur con tutti i suoi difetti ha comunque assicurato una stabilità di fondo che ha consentito all’Italia di crescere in misura mai accaduta nel passato, di portarsi tra le economie più importanti e tra le maggiori democrazie del mondo, rispettando la fondamentale libertà e i fondamentali diritti civili e superando anche momenti di crisi gravissima senza alterare la solidarietà nazionale e sociale di base. E vogliamo riconoscere che  il sistema bipolare della Seconda Repubblica, pur assicurando una stabilità governativa di facciata, non ha sciolto nessuno dei nodi del passato, ma li ha anzi aggrovigliati e aggravati? E visto che ci piace tanto guardare a quello che avviene all’estero, siamo poi  tanto sicuri che Stati Uniti, Inghilterra, Spagna, Francia, siano davvero Paesi in cui tutto va al meglio, le riforme si fanno, l’economia prospera? Forse il sistema bipolare ha impedito la follia della guerra in Irak, la crisi del 2008 e l’ampliamento di una politica di protezione sociale negli Stati Uniti? O la crisi economica inglese? O quella, ben più drammatica, della Spagna?  O la sclerosi economica della Francia, che Sarkozy, malgrado l’ampiezza dei suoi poteri costituzionali e della maggioranza che lo sostiene in Parlamento, non è riuscito a superare (tra parentesi, pensa davvero un uomo dell’esperienza di Bersani che possa riuscirci Hollande, con le sue vecchie, superate ricette socialiste come la settimana di 35 ore o il pensionamento a 60 anni?).

Divertiamoci a fare un giochetto: prendiamo da un lato la Grecia, dove vige da tempo un rigido sistema bipartitico, fondato sull’alternanza conservatori-socialisti  propiziata da un’altissima soglia di sbarramento e, dall’altro lato, la Svizzera, ove il sistema di governo è fondato da sempre sulla collaborazione tra tutte le forze politiche (escluse solo le frange estreme) in misura proporzionale alla rispettiva forza nel Paese, e senza altra ideologia che il buon senso e l’interesse comune. Quale dei due Paesi vi sembra meglio amministrato?

Piaccia o no ai politologi più illustri, il problema  non sta dunque solo nella estrema difficoltà  di realizzare in Italia un bipolarismo davvero funzionante, ma in una realtà ancora più di fondo:  il bipartitismo o bipolarismo non garantiscono di per sé buon governo, o governo adeguato alla realtà del mondo di oggi. La caduta delle ideologie assolute, da quella marxista  a quella ipercapitalista, e insieme la crescente complessità dell’economia  globalizzata, sempre più in mano all’impersonalità dei “mercati”, hanno dimostrato all’evidenza, un po’ dappertutto, che le vecchie etichette e le vecchie ricette non servono più, ma si impongono formule che rendano possibile una sintesi equilibrata delle varie esigenze (qual è quella insita nei programmi liberali) e si basino su un consenso più ampio, che superi i tradizionali e superati steccati della politica ideologica. È strano che chi reclama il bipolarismo assoluto lodi poi l’esperienza Monti, che dimostra proprio quell’esigenza e del bipolarismo è l’esatto contrario, sia pure destinato a essere transitorio. E che gli stessi si rifacciano con tanta (e giusta) ammirazione al l’esempio  di maggiore e più durevole successo in Occidente, non la Francia né l’Inghilterra, ma la  Germania, retta da una legge elettorale che ha poco a che fare con quelle vigenti in quei Paesi, e capace di ricorrere, quando occorra, alle grandi coalizioni che sono la negazione del bipartitismo, e in cui la politica giorno per giorno si sforza, chiunque sia al potere, di formare consensi ampi e  trasversali sulle politiche fondamentali  (e non è casuale che alcune forze politiche di centro in Italia, e persino forze sindacali, si ispirino  al modello tedesco che però, aggiungiamolo subito, richiede, come del resto ogni altro modello, doti di serietà, rigore e disciplina non troppo lontane da quelle tedesche).

Detto questo, nessuno può essere cieco di fronte alle profonde carenze della Prima Repubblica e del sistema proporzionale su cui essa si basava: instabilità dei Governi, incapacità di programmazione politica ed economica di lungo termine e, meno che mai, di una vera azione riformista, ricerca del consenso ad ogni costo e conseguente crescita di un debito statale insopportabile e via dicendo. Sono difetti troppo noti e studiati per essere negati o minimizzati. E tuttavia, non ci si venga a dire però che i difetti che si rimproverano genericamente alla classe politica siano difetti di tutti i politici, e che essi  dipendano solo, o in  parte prevalente, dal sistema proporzionale: perché  se c’è stato consociativismo e autoreferenzialità nella classe politica per far avanzare e proteggere privilegi corporativi,  moltiplicando posti, sinecure, prebende, finanziamenti, e promuovendo nepotismo e clientelismo, con costi crescenti per il bilancio pubblico, ciò  è appartenuto indifferentemente alla Seconda come alla Prima Repubblica ed è un problema, non di sistemi elettorali, ma di semplice coscienza delle persone che incarnano le istituzioni. E si dimentica facilmente che di tali vizi sono partecipi, in misura anche peggiore,  anche non pochi esponenti della classe dirigente economica, burocratica (compresa quella giudiziaria) ed universitaria del Paese e, quindi, in definitiva, ne è partecipe e corresponsabile una parte non indifferente della società civile. Tutto questo vale naturalmente anche per la corruzione, i cui esempi  quotidiani dimostrano all’evidenza che si tratta di un male senza tempo, purtroppo legato  all’avidità umana: un fenomeno che va combattuto e, se non eliminato, almeno fortemente ridotto, sulla base della volontà, non di una parte politica, ma della grande maggioranza del Parlamento.

Chi dunque sostiene che la proporzionale riporterebbe in Italia vecchi vizi, prima di tutto non si rende conto che questi vizi non son affatto scomparsi  con il bipolarismo, che li ha in alcuni casi persino aggravati  e, allo stesso tempo, dimostra una letale sfiducia nella capacità di una classe dirigente degna di questo nome, in un Paese avanzato, di autocorreggersi di fronte alla pressione della realtà e di un’opinione pubblica sempre più sveglia e avvertita, capacità nella quale dobbiamo invece esprimere un atto di fede, se non vogliamo disperare del nostro avvenire.  Le possibilità di correggere le carenze del sistema proporzionale ci sono e sono, in definitiva, le stesse che si impongono per qualsiasi altro sistema: la corruzione può e deve essere combattuta con apposite leggi e una sorveglianza attenta e diffusa; la partitocrazia va ridotta attraverso un’opportuna legge elettorale, i privilegi della dirigenza, tanto politica quanto imprenditoriale, amministrativa  od universitaria, possono essere ridimensionati, i costi della politica ridotti, le finanze dei Partiti rese trasparenti e limitate; l’instabilità governativa del passato può essere corretta con la “sfiducia costruttiva” (funziona in Germania; proviamo a farla funzionare da noi); l’iperframmentazione, perlomeno in Parlamento, come si è dimostrato nel 2008, può essere contenuta con soglie di sbarramento ragionevoli, che portino al formarsi di tre o quattro (non di più) grandi aggregazioni politiche; l’autorità e il ruolo guida del Presidente del Consiglio possono essere rafforzati con regole opportune, senza tuttavia arrivare a forme di “autocrazie  democratiche”, perché l’illusione il “furher prinzip” sia capace di risolvere tutti i problemi è, appunto, un’illusione che richiederebbe per realizzarsi un esemplare di deus ex machina davvero difficile da trovare (non ci è bastato Berlusconi? davvero non capiamo che un grande Paese civile deve essere diretto non da una specie di ciclico “uomo della Provvidenza” ma da un’élite democratica, culturalmente preparata?);  l’economia e l’impiego possono essere rilanciati con le opportune riforme e liberalizzazioni, ma anche con una più aggressiva apertura ai grandi mercati mondiali; il debito pubblico deve essere poco a poco ridimensionato con i necessari  tagli della spesa pubblica  (a cui s’impone che il Governo Monti ponga mano senza ritardo).

Tutto questo però richiede oggi, e richiederà nel futuro, politiche equilibrate e “centriste” fondate su consensi ampli, in Parlamento e nel Paese. Perché quella che esiste e durerà per molto tempo non è l’ordinaria amministrazione, ma una sorta di emergenza economica e civile che richiede il concorso dei più. Questa è la scommessa  che nessuna ricetta bipartitica o bipolare può, o potrà per molto tempo, affrontare e vincere nella realtà,  ma che richiede uno sforzo collettivo e durevole, tra le forze politiche e i cittadini di questo nostro amatissimo e difficile Paese. Un Paese, come De Gaulle scriveva della Francia, sempre emblematico sia nelle sconfitte che dei trionfi, sia nella miseria che nella grandezza.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI