Per le strade di Rangoon gli uomini portano come sempre i loro sarong colorati e le donne hanno ancora il viso incipriato di thanaka. Ciò nonostante qualcosa è cambiato. Gli scaffali sono debordanti di riviste nuove di zecca, che non esitano più a dedicare la loro prima pagina ad Aung San Suu Kyi e alla politica. Le immagini del Premio Nobel per la Pace e di suo padre Aung San, uno dei fondatori della Nazione birmana, sono discrete, ma ben presenti.

Difficile immaginare che solo cinque anni fa, i militari, in quelle stesse strade, sparavano a vista sui bonzi durante quella che è stata impropriamente chiamata  la “rivoluzione  zafferano”. Il dittatore di allora, il generalissimo Than Shwe, trascorre ormai una tranquilla pensione Naypydaw, l’imprevedibile capitale del Paese. La giunta militare si è dissolta autonomamente. Nel Novembre del 2010, furono indette delle elezioni legislative in base alla nuova Costituzione. Boicottate, all’epoca dalla Lega Nazionale per la Democrazia (LND) di Aung San Suu Kyi, hanno visto formarsi un nuovo Parlamento dominato da vecchi militari. Nel Febbraio del 2011, viene nominato un Governo semi-civile con l’ex Generale Thein Sein a suo capo. Con grande sorpresa di tutti, il Generale mette in piedi un programma di riforme senza precedenti: i prigionieri politici vengono amnistiati, si moltiplicano i trattati di cessate il fuoco con gli eserciti etnici ribelli, il giogo della censura si allenta, gli investimenti stranieri vengono incoraggiati e soprattutto Aung San Suu Kyi ritrova la libertà di movimento e di parola.

Considerata solo due anni or sono come il nemico pubblico numero uno per la giunta allora al potere, “l’oppositore” birmano Aung San Suu kyi ha finalmente ottenuto un seggio da deputato alle elezioni avvenute Domenica primo Aprile. Al termine di un processo di transizione non violento e controllato dall’esercito, la nuova “squadra” ha proposto a Suu Kyi di far parte dello scacchiere politico ufficiale. Secondo gli esperti, il Governo ha tutto l’interesse di vedere trionfare la sua “rivale”, da tempo sotto i riflettori della comunità internazionale.

Sun Kyi ha più volte denunciato una campagna elettorale piena di irregolarità, ma ha anche rivendicato il bisogno di parteciparvi – quindi legittimare – il processo in corso. Malgorzata Wasilewska, un’osservatrice dell’UE ha giudicato lo svolgimento delle operazioni “incoraggiante”, tenendo ben presente che era ancora troppo presto per trarre conclusioni sull’insieme del Paese e sula reale credibilità del processo. Anche Surin Pitswan, Segretario Generale dell’Asean, ha mandato degli osservatori e ha dichiarato che in generale le cose si sono svolte bene, considerata la situazione particolare del Paese. A sua volta Hillary Clinton, in margine alla Conferenza degli Amici della Siria che si è tenuta a Istanbul proprio negli stessi giorni delle elezioni, ha dimostrato un prudente ottimismo sull’evoluzione politica della Birmania. Queste elezioni parziali mirano a sostituire deputati chiamati a coprire altri ruoli dalla loro nomina in Parlamento lo scorso anno. C’erano “in palio” 45 seggi: 37 per la Camera bassa del Parlamento (440 deputati), 6 per la Camera alta e due per le camere regionali.  Anche se la LND ha  vinto nelle 44 circoscrizioni dove ha presentato i suoi candidati, il Governo non teme per il suo potere. Il Partito della vecchia giunta  –Partito della Solidarietà e dello Sviluppo dell’Unione (USDP) – aveva preteso l’80% dei seggi in Parlamento nel 2010. Un quarto dei parlamentari sono, in virtù della Costituzione, dei militari in servizio designati in margine al processo elettorale

Nonostante ciò, la Birmania scopre una scena politica inedita con l’elezione dell’oppositrice Aung San Suu Kyi. Ma passata la felicità iniziale, il futuro della “Signora” (the Lady come viene chiamata dal suo popolo) è ormai impregnato di compromesso politico. Quindi d’incertezza. Suu Kyi, sulle cui spalle riposano le aspettative di tutto un popolo, deve ora trasformarsi in forza propositiva e tentare di portare soluzioni alla povertà affrontando questioni cruciali, ma tecniche: l’aiuto ai contadini, la pressione fiscale, la promozione degli investimenti.

Da quando l’ex nemica pubblica del potere ha annunciato che si sarebbe candidata, il suo futuro è stato oggetto di ogni sorta di congettura. In Gennaio, un consigliere della presidenza, aveva assicurato che avrebbe potuto ottenere un posto “appropriato”, se non addirittura essere “nominata al Governo”. Ma oggi nessun dirigente pubblico ha ritirato fuori queste ipotesi. Da parte sua Suu Kyi ha dichiarato che per niente al mondo avrebbe rinunciato al suo tanto agognato posto in Parlamento. Voci di corridoio hanno parlato di un ruolo di mediatore tra il potere e i gruppi etnici ribelli. Ruolo che alla Lady non dispiacerebbe. Il prossimo capitolo rimane da scrivere anche se per alcuni esperti, il suo margine di manovra politica è oggi, di fatto, più ridotto che se fosse rimasta all’opposizione, senza “ufficializzare” la sua posizione. A qualcuno sembrano lontani gli anni 2002-2003, quando Suu Kyi privilegiava lo scontro diretto con i militari. Molti oppositori questo glielo hanno rimproverato, giudicandola responsabile di una sorta di impasse.

Il sospetto aleggia soprattutto tra gli oppositori esiliati. Sostengono che il formidabile arsenale repressivo è sempre in piedi, che il Parlamento è per il 90% in mano ai militari, che molti prigionieri politici sono ancora in cella e che abusi terrificanti continuano ad essere perpetrati nelle regioni popolate da minoranze oppresse. Per loro questa apertura non è che un falso storico destinato a vedere Suu Kyi come capro espiatorio per ottenere, senza grandi sacrifici, il termine delle sanzioni e la fine di una dipendenza dalla Cine, diventata insopportabile. In seno alla Lega stessa, alcuni leader storici non nascondono i loro dubbi.

Ma per l’immensa maggioranza dei Birmani, che hanno potuto vedere in televisione Suu Kyi fare un grande discorso politico, sentirla alla radio di Stato e assistere liberamente ai suoi comizi, non c’è ombra di dubbio che la pagina nera della dittatura sia stata girata. Il terrore che ha paralizzato il Paese si è dissolto. Una nuova generazione di militanti, indenni ai traumi subiti dai più “grandi”, vede nelle elezioni generali del 2015, la vera partita per il cambiamento.

Fino ad allora, Suu Kyi e la sua quarantina di eletti dovranno portare avanti una serie di lotte parlamentari per l’abolizione delle leggi più inique. Sperando che la giunta non richiuda la finestra della speranza. A più riprese la Birmania ha conosciuto periodi di “apertura”, ma nessuno di questi ha avuto tale ampiezza. A tal punto che qualcuno ha già soprannominato Thein Sein il “Gorbaciov birmano”.

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