La rivoluzione colorata in salsa russa, con buona pace dei media occidentali, è ingrigita anzitempo, perdendo smalto già a poche settimane di distanza dalle elezioni presidenziali. Le manifestazioni si son fatte sporadiche, anche se le opposizioni hanno chiamato a raccolta la cittadinanza per una grande dimostrazione di forza a ridosso del reinsediamento di Putin alla cui riuscita – in realtà – sembrano credere in pochi.

Alcune contromosse varate dal Cremlino hanno lasciato intendere che dopo aver usato (poco) bastone, il governo abbia voluto provare la carota per depotenziare definitivamente il movimento di protesta. Con un accorto calcolo politico, il movimento giovanile filoputiniano Naši ha deciso di scendere in piazza il 16 aprile per una manifestazione contro la corruzione cui è attesa la presenza di circa 50.000 persone. Tematica sensibile, cavalcata dai contestatori negli ultimi mesi, di cui ora il partito-monstre vuole appropriarsi togliendo l’argomento alle forze di opposizione.

Altra contromisura è la legge volta a semplificare le procedure di registrazione per i partiti politici in Russia, varata la settimana scorsa dal presidente Medvedev ed immediatamente applicabile. In particolare, è stato abbassato a 500 (da 45.000) il numero minimo di iscritti necessari all’accreditamento di un partito ed è stato abolito l’obbligo della raccolta di firme per partecipare alle tornate elettorali.

Tali misure sono state discusse nell’ambito di un foro di dialogo parlamentare e in un paio di incontri ufficiali cui ha partecipato il presidente della Federazione con i rappresentanti di alcuni partiti non registrati (fenomeno del tutto caratteristico del panorama politico russo, sorprendente per la sua portata). Nonostante la legge sia stata salutata da esponenti governativi come “la nostra risposta alle strade”, esiste il sospetto che la manovra sia stata un semplice escamotage per ammantare di democraticità il “nuovo corso” federale. Proprio questa considerazione ha provocato la defezione di alcuni partiti chiave, primo fra tutti il Parnas (guidato da Boris Nemcov, Vladimir Ryžkov e Mihail Kas’janov – solo il primo ufficialmente invitato agli incontri con il presidente). Esistono poi una serie di movimenti e leader politici che non sono stati tenuti in considerazione durante i lavori preparatori del disegno di legge. Il Cremlino ha giudicato persona non grata Sergej Udal’cov, storico leader di Avangard krasnoj molodëži (Avanguardia della gioventù rossa, il cui acronimo AKM è – affatto casualmente – lo stesso del Kalašnikov) e confluito recentemente col suo importante gruppo giovanile nel Levyj Front (Fronte della sinistra). Altro convitato di pietra è stato il controverso Eduard Limonov, alla guida di Drugaja Rossija (Un’altra Russia), che vanta decine di migliaia di membri e svariati drugorossi “prigionieri politici”. È poi mancato all’appello l’immarcescibile Garri Kasparov, che con il suo movimento Solidarnost’ (il cui logo è significativamente di colore arancione) sembrerebbe esser riuscito a raccogliere in un meltin pot di dubbio gusto e di ancor più dubbia tenuta le mille anime dell’antiputinismo – dai liberal più spinti a frange di nazionalbolscevichi “duri e puri”.

Il particolare impegno che il presidente uscente sembra aver profuso nel portare a termine in tempi rapidi l’iter parlamentare del disegno di legge è stato variamente interpretato: alcuni analisti ritengono si sia trattato di un tentativo di giustificare agli occhi dell’opinione pubblica la propria esistenza politica a seguito del trionfo elettorale di Putin. Manovra compiuta accreditandosi quale politico sensibile ai bisogni delle opposizioni, sottolineando quindi la propria alterità rispetto al “padre padrone”. Altri più saggiamente ritengono che la riforma sia stata concordata fra il duo governativo (come molte altre scelte strategiche in passato) con lo scopo di agevolare la fase iniziale del delicato mandato presidenziale appena ricevuto da Putin, spuntando le armi dei contestatori e rinsaldando la popolazione attorno alla figura dello zar.

In conclusione, se l’esclusione di alcuni esponenti politici (vieppiù molto chiacchierati per via delle loro frequentazioni “occidentali”) può portare a considerare l’operazione un semplice maquillage, nondimeno una maggior partecipazione delle forze sociali alla vita pubblica dovrebbe andare nel segno di un benefico allargamento del perimetro democratico nell’agone politico russo.

© Rivoluzione Liberale

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