Se non ci fosse la Lega, bisognerebbe inventarla. Ma invece c’è, e resiste. Tutti arroccati a difesa del Carroccio tipo mossa da scacchisti navigati.

Nell’annus horribilis dei partiti, di spunti interessanti da via Bellerio ne arrivano a vagonate. Le Procure da nord a sud tirano fuori nomi e cifre sconfortanti, un tesoriere (Belsito) che gestisce montagne di denaro (pubblico ovviamente), intrallazzi con la malavita organizzata, compravendita di diplomi e lauree, immobili, auto e altre spese e spesucce per rallegrare la vita al cerchio magico e ai suoi adepti. E’ successo insomma che qualcuno ha cominciato a sputare per aria finendo per colpire tutti o quasi. Maurilio Canton, segretario provinciale del partito a Varese, si è dimesso.

Pensiamo a Renzo Bossi, che voleva diventare delfino ma gli tocca morire da Trota, consigliere regionale senza né arte né parte, una caricatura vivente più volte ridicolizzato e smascherato dall’autista-bancomat. Il figlio del senatùr si è dimesso dalla carica, difficile che ne risentiremo ancora parlare. Il grande capo un passo indietro lo ha fatto, proprio lui che la Lega l’ha fondata ma che negli anni complice la malattia non è riuscito a tenere in piedi. A cominciare dalla base, dalla famiglia.

Il triumvirato Maroni-Calderoli-Dal Lago traghetterà il partito fino al prossimo Congresso, che l’ex numero uno del Viminale vorrebbe organizzare al più presto, già a giugno. Bobo Maroni alla platea armata di scope verdi alla mano inneggianti la pulizia da fare all’interno del partito, ha ribadito il concetto di partenza: “ripartire subito, la Lega risorgerà”.

Possibile che Maroni non sapesse nulla degli ammanchi dalle casse di via Bellerio, dei conti che non tornavano oppure dei soldi che andavano a Tizio o Caio? Certo è che il bubbone scoppiato gli ha fatto risparmiare un sacco di tempo e con buone probabilità il leader del partito sarà lui. Del resto l’incoronazione del popolo padano c’è già stata. Una serata di orgoglio leghista, si è detto. Speriamo che con il rinnovamento in futuro non si debba più assistere a quei riti un po’ pacchiani sul greto del fiume Po a riempire ampolle e borracce.

Chi invece bazzicava spesso dalle parti di ‘Roma ladrona’ proprio non ne vuole sapere di schiodarsi dalla poltrona, pardon poltronissima. Rosy Mauro, sindacalista e leghista della prima ora, di cui si ricorda una seduta a Palazzo Madama tra il comico e l’imbarazzante a suon di “chi è favorevole, chi è contrario? Non è approvato!”, sposa la teoria del complotto. Dice di non aver mai preso un euro dal partito e di non conoscere il cantante varesotto Pier Mosca (pare sia il suo amante) se non per il fatto di essere il suo capo scorta. Sarà, ma pare invece che il novello Elvis padano non solo sia molto intimo della vicepresidente del Senato, ma che abbia usufruito della liaison per comprarsi diploma e laurea. Roba da far impallidire il Cepu.

Da ex ministro dell’Interno, Maroni ha tuonato contro la Mauro: “O si dimette, o la cacciamo noi”. Polizia e pulizia, dunque. La ‘nera’ (ma è un soprannome che la Mauro ha smentito) se ne infischia e tira dritto. Più che politica ‘celodurista’, questa è faccia tosta.

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