Fatti salvi ulteriori ed imprevedibili shock economici, il livello mondiale degli investimenti diretti esteri dovrebbe tornare ai livelli pre-crisi entro il 2013.

Questo il pronostico del  Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon alla presentazione del World Investment Report 2011 redatto dall’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development), una notizia che a primo impatto sembrerebbe ottima, ma che cela una domanda essenziale: dove sono andati questi investimenti?

Il Segretario Generale continua il discorso affermando che per la prima volta in assoluto la metà di essi siano stati indirizzati verso le economie dei Paesi in via di sviluppo, che a loro volta stanno generando un sempre maggiore flusso di capitali in uscita, prima fra tutti la Cina con un aumento del 900% dal 2000 al 2010.

Il problema è che anche i capitali in uscita dai Paesi in via di sviluppo per la maggior parte non vengono destinati ai Paesi europei, ma alle economie del Sud del mondo, garantendo la loro cooperazione nel raggiungimento di uno sviluppo sostenibile e lasciando di fatto il vecchio continente a scarso di liquidità ed investimenti.

Analizzando il documento citato risulta chiaro che l’Europa stia perdendo la sua posizione di meta di investimento dei flussi monetari internazionali, con un calo del 19% nel solo 2010.

Le motivazioni sono comuni e legate all’indebitamento sovrano, alle politiche di austerity (che per un’impresa equivalgono a maggiori tasse sugli utili), all’aumento del prezzo dell’energia, dei carburanti e via dicendo, ma hanno tuttavia effetti molto differenti tra le diverse economie: se gli investimenti in Germania sono addirittura aumentati, l’Inghilterra ne ha persi il 75% e l’Italia il 53%.

Mentre nel caso inglese si tratta soprattutto di uno spostamento degli investimenti finanziari, spaventati dall’incertezza europea, nel caso italiano il problema appare più profondo, strutturale.

Se soltanto il 5,3% degli investimenti esteri in Europa raggiungono l’Italia – che vale il 13% del PIL europeo – e solamente il 15% di essi provengono da Nazioni non europee, è perché la nostra economia è frammentata in migliaia di piccole e piccolissime imprese, perlopiù specializzate in settori di nicchia e con offerta anelastica (enogastronomico, alta moda, automobili di lusso) oppure organizzate in distretti produttivi di beni facilmente replicabili (mobili, tessuti, manifatturiero in generale) e non più competitivi sul mercato, invaso da quelli a basso costo generalmente orientali.

Un’economia che riceve 13 miliardi di euro all’anno in sussidi per sopravvivere e che non può, per dimensioni e disponibilità, investire in ricerca ed offrire un passo in avanti nelle tecnologie, è destinata a quegli 11.615 fallimenti aziendali, registrati nel solo 2011, avvenuti per il 76% nel cuore produttivo del Nord-Est.

Non è più possibile, specie ora che siamo di fatto entrati in recessione, pensare di creare una riforma economica che non consideri la composizione dell’offerta produttiva italiana, più che i meccanismi di ingresso o uscita dal mondo del lavoro, perché se non si torna ad intercettare parte degli investimenti esteri – ora che sono nuovamente in crescita – modificando l’attrattività delle imprese italiane, ci saranno sempre meno lavori in cui entrare, o da cui uscire.

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