L’economia cinese rallenta. Le revisioni della Banca mondiale, inserite nell’aggiornamento trimestrale dedicato all’economia di Pechino, tagliano le stime di crescita del Dragone dall’8,4% all’8,2%: il risultato peggiore da dieci anni a questa parte. I prezzi degli immobili scendono in fretta e il tasso d’inflazione è calato al 4% rispetto all’8% dell’anno scorso.

Alla luce dei dati poco entusiasmanti l’intero sistema-Cina è messo in discussione anche all’ombra della Grande Muraglia. Così, nella consueta conferenza stampa al termine della seduta annuale del Parlamento, il primo ministro Wen Jiabao  ha caldeggiato la necessità di riformare il sistema politico del Paese che, in questi anni di sviluppo frenetico, non è riuscito a stare al passo con l’evoluzione del sistema economico e della società reale.

Nel suo speech il Premier ha lasciato una sorta di testamento politico alla Quinta Generazione di comunisti che il prossimo autunno, in occasione del Diciassettesimo Congresso del Partito, assumerà il comando. Il messaggio è sintetizzato in una frase: «senza le riforme politiche, il Paese corre il rischio di rivivere tragedie come quelle dalla Rivoluzione Culturale». Se il sistema socialista che negli ultimi trent’anni ha consentito al Celeste Impero di crescere in doppia cifra e diventare la seconda economia del pianeta dovesse esaurire la sua potenza propulsiva, porzioni sempre più ampie della società, indipendentemente dal loro livello di reddito, cultura, istruzione, e collocazione geografica, non si sentiranno più rappresentate dal partito unico. Quest’ultimo dovrà, quindi, comprendere la portata del cambiamento in atto e avviare una profonda riforma del sistema autocratico, altrimenti la Cina potrebbe rischiare un’involuzione drammatica come quella sperimentata nell’ultima fase dell’era maoista.

Purtroppo, l’evoluzione politica del Paese durante il decennio di potere dell’attuale leadership dimostra le enormi difficoltà che si celano dietro alla necessità di rinnovamento. Nonostante i buoni propositi, infatti, il grado di maturazione democratica e liberale della Cina è rimasto pressoché identico a quello registrato nei primi anni Duemila.

Non resta che attendere l’insediamento del nuovo establishment per vedere se riuscirà nell’impresa mancata dalla nomenclatura uscente: traghettare la Cina nel terzo millennio, al di là di proclami e buone intenzioni, e proiettare il gigante asiatico nella modernità.

© Rivoluzione Liberale

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