“Motivato (come tutti) dall’interesse personale e dalla disutilità del lavoro ma con il potere unico di tassare, la risposta del Governo è invariabilmente sempre la stessa: massimizzare le spese per la difesa”. Così diceva Hans-Hermann Hoppe, economista liberale della scuola austriaca, nel lontano 2001, quando la crisi era profetizzata da pochissimi pensatori, e le spese inefficienti impazzavano, all’estero come in Italia.

Il Governo Monti nel febbraio 2012 ha invece dato segno della propria buona volontà nell’affrontare un tema così spinoso, proponendo una serie di tagli all’apparato nazionale di difesa, che dovrebbero portare innanzitutto a una riduzione progressiva del 20% dell’organico, dai 183mila militari e 30mila civili attuali a 150mila e 20mila in un futuro prossimo, quindi a un calo degli acquisti dei nuovi mezzi (tra cui i famosi F35 da acquistare da qui al 2023 con una spesa di 18 miliardi di euro) e infine una riduzione delle strutture del 30% in 5-6 anni.

Non vi sono dubbi sulla necessità di una Difesa organizzata e attiva, perché nonostante l’Italia – nero su bianco nella Costituzione – sia una Nazione non aggressiva, nello scacchiere geopolitico l’influenza si misura ancora oggi anche in termini di (dimostrazione di) forza, ma ciò che va considerato è l’efficienza della forma di forza a nostra disposizione.

Molti dubbi sono stati sollevati da diversi esperti sull’effettivo utilizzo che, in un remoto scenario futuro di guerra, potrebbero avere i pesanti mezzi oggi a disposizione, figli di una concezione di guerra tipica della vecchia corsa agli armamenti USA/URSS, ma probabilmente inadatti alle nuove modalità di guerriglia leggera post-Torri Gemelle.

Inoltre, per quel che riguarda la specifica realtà italiana, come dimostrano i dati della Banca d’Italia, sebbene sia destinato alla Difesa ‘solo’ l’1,7% del Pil annuale, cioè nettamente meno della media mondiale del 2,5%, queste risorse vengono riversate al 70% sulle spese dell’organico e al 30% sull’operatività, anziché essere ripartite al 50 e 50 come nella maggior parte dei Paesi. Questo rapporto, a detta dello stesso ministro Di Paola, va ricalibrato per ottenere una migliore efficienza della spesa, ossia meno personale ma più specializzato e qualificato, meno mostri mangia-benzina ma più investimenti in ricerca e nuove tecnologie.

Altrimenti il costo/opportunità delle risorse per la Difesa risulterebbe troppo oneroso rispetto agli innumerevoli progetti civili che potrebbero essere portati a compimento con le stesse spese, diversamente investite. Un costo che lo Stato italiano, tecnicamente ma soprattutto moralmente – a fronte delle difficoltà quotidiane dei cittadini – non può permettersi di pagare.

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