ABC (per i non addetti ai lavori: Alfano, Bersani, Casini) sostengono che abolire il finanziamento pubblico dei partiti sarebbe un disastro. Lo sarebbe  certamente per loro, perché svuoterebbe le pingui casse dei loro movimenti. Noi riteniamo invece che sarebbe un atto dovuto per avviare un processo di moralizzazione della politica e  ristabilire un minimo  di par condicio tra i partiti, morti o morenti, rappresentati in Parlamento e quelli che stanno emergendo nella società per prenderne il posto.

I vecchi soggetti politici della Prima Repubblica hanno avuto indiscutibilmente la funzione di preservare alcune importanti tradizioni culturali ed hanno formato le nuove classi dirigenti. I prodotti dell’antipolitica dell’ultimo ventennio, rispetto ad essi, hanno  ereditato soltanto la  capacità di corruzione, anzi hanno  fatto  ricorso a pratiche ancora più miserabili.

In passato le tangenti servivano a sostenere le elefantiache burocrazie degli apparati politici, oggi finiscono nelle tasche dei maggiorenti della nuova politica ed i cosiddetti rimborsi elettorali vengono spesi per incrementare i lussi (persino l’acquisto di oro e diamanti) ed i vizi privati di singoli esponenti, compreso il dossieraggio contro personaggi del proprio stesso movimento.

I liberali, insieme ai radicali, sempre minoritari, per due volte, hanno riscontrato un consenso plebiscitario da parte dei cittadini per l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti.  Con impudenza il Palazzo ne ha il cambiato nome, da finanziamento a rimborso, decuplicandolo. Le forze minori, come il PLI,   pur avendo partecipato alle elezioni e, in proporzione, speso  anche loro, poiché non hanno raggiunto la percentuale minima prevista da una legge fatta per perpetuare il potere dei  partiti presenti in Parlamento, sono stati esclusi. Si sono chiusi così i cancelli: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.

Ora, pur di fronte a scandali gravissimi, che hanno mobilitato l’opinione pubblica,si sta tentando, con una semplice certificazione formale, di salvare il bottino, senza cambiare nulla, senza ridurre di un Euro, senza eliminare la ingiusta disparità. Non importa il disgusto che tutto questo potrà procurare, se sulla scheda gli elettori finiranno col trovare soltanto i simboli dei marci partiti, oggi dominanti. Gli italiani potranno limitarsi a scegliere di non votare od annullare la scheda, ma non saranno in grado di decidere per il cambiamento, semplicemente perché i nuovi soggetti politici non ci saranno, o avranno una presenza solo virtuale.

Una riflessione elementare: come potrà il Partito liberale senza un Euro di finanziamento pubblico, senza lauti benefits ai parlamentari, senza una sola parola e nessuna presenza ai tolk show televisivi, competere con i vecchi simboli, che hanno determinato distacco e sfiducia, ma che appariranno come gli unici effettivamente in lizza?

Ai cittadini rimarrà la scelta di  non andare a votare, con il risultato che, di fatto, decideranno pochi elettori, legati per interesse ai soliti partiti, i quali continueranno a governare, con un consenso ridotto ai minimi termini, ma che risulterà l’unico formalmente  espresso in positivo. Il  voto maggioritario di astensione non conterà praticamente nulla, salvo due giorni di dotte riflessioni.

Il vero problema è quello di consentire ai nuovi soggetti  (o antichi come il PLI) di tornare in campo alla pari con gli altri: quindi, almeno per la fase di emergenza, si impongono alcune misure prioritarie: niente finanziamento pubblico per nessuno, libertà di acquisizioni di contributi volontari ai partiti da parte dei cittadini, con  diritto a favore di questi ultimi di ottenere a fronte delle elargizioni  una corrispondente esenzione fiscale, parità di informazione e di accesso negli spazi dei telegiornali e nei programmi televisivi, nonché uguaglianza nella presenza di manifesti ed altre forme di propaganda, a tariffe ridotte.

Oggi i cittadini non sono adeguatamente informati che stanno emergendo altri protagonisti della politica e pensano che rimarranno in campo solo quelli fallimentari e sconfitti della Seconda Repubblica, che invece saranno tutti, o quasi,  spazzati via a furor di popolo.

Il ritorno di soggetti con  patrimoni  di idee, di valori, di cultura, di rigore morale, è necessario per restituire alla politica la credibilità perduta e coinvolgere le giovani generazioni attorno all’azzardo di una visione utopica, ma alta, del proprio futuro, che è l’unica condizione che possa rendere l’impegno civile nell’agone pubblico degno di essere vissuto. Preliminare è quindi restituire alle formazioni politiche il delicato ruolo di custodi di valori ideali culturalmente elevati e, principalmente, la funzione, pedagogicamente e socialmente ancora più importante, di tornare ad essere luoghi per la  formazione consapevole delle nuove classi dirigenti.

Le prossime elezioni politiche dovrebbero vedere tutti in condizioni di reale parità, senza privilegi o svantaggi, senza soldi pubblici e con poche risorse, ma trasparenti, ricevute dai militanti. Una sorta di democratico azionariato popolare dei partiti, consentendo agli elettori quindi il diritto di appropriarsene.  Tale cambiamento sarà possibile soltanto se sarà emanata una legge per il riconoscimento giuridico dei partiti, come prescrive l’Art.49 della Costituzione, garantito da un controllo pubblico, da parte dei rispettivi Comuni, per evitare doppie iscrizioni o abusi. Esattamente quello che in tutti questi anni non si è voluto fare, che invece consentirebbe di eleggere democraticamente ed in modo trasparente gli organi interni e designare i candidati.

Si tratta di scacciare le piccole mafie parassitarie, di impedire carriere non meritate, di  stroncare il clientelismo, che ha fatto andare avanti gli ignoranti, i falliti nella scuola ed in tutti i concorsi, i quali hanno trovato terreno fertile nei retrobottega dei partiti padronali, in nome della fedeltà, finendo con l’essere cooptati persino in Parlamento.

Una svolta morale innanzi tutto, dopo anni di disgustosi metodi e rituali, cominciando dalla eliminazione  delle condizioni per campagne opulente e squilibrate fra un partito e l’altro, fra un candidato e l’altro. Occorrono quindi nuove norme, che impongano trasparenza assoluta dei mezzi di finanziamento, esclusivamente privati e nominativi, divieto di forme invadenti, che determinano  svantaggi enormi, insopportabile invadenza pubblicitaria e violazione della privacy.

Quello elettorale deve divenire un rito democratico, denso di regole deontologiche ed etiche, uguali per tutti. Competizioni libere e non truccate, dove i partiti siano costretti a presentare il meglio di cui dispongono, anziché i portaborse, gli affaristi, i manutengoli ed i ruffiani.

Se tutto questo non sarà fatto e subito, il rischio di una reazione popolare violenta è in agguato. In proposito non è ultroneo ricordare che, nelle guerre civili, l’odio assume livelli dieci volte superiori che nelle altre guerre. Si tratta di una amara esperienza riscontrata in tutto il Mondo ed anche in Italia, durante la resistenza. Il  fenomeno raggiunse il punto più elevato i Bosnia, dando luogo ad un vero genocidio. Troppi sono oggi i focolai, nel Nord Come nel Sud, alimentati da incoscienti egoisti, che, pensando soltanto al proprio vantaggio, per assurgere al ruolo di capipopolo, hanno determinato una situazione di pericolosità senza precedenti, anche con la complicità della recessione economica e del superamento del livello di guardia della pressione fiscale, che generano disperazione sociale.

La Costituente liberale per il futuro dell’Italia, cui stiamo lavorando, vuole essere l’incubatrice di tale cambiamento epocale, attraverso una massiccia opera di contaminazione liberale in vista di pervenire a quel nuovo soggetto politico per l’Italia, posto al centro del sistema, che come obiettivo primario si ponga la modernizzazione del Paese, attraverso una profonda e coerente “rivoluzione liberale”.

© Rivoluzione Liberale

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