Il summit delle Americhe è nato sotto una cattiva stella, a cominciare dal brutto caso di prostituzione, che ha visto coinvolti alcuni membri dei servizi segreti americani, offuscando l’opera di seduzione che il presidente Usa Barack Obama si apprestava a portare avanti nei confronti dei suoi omologhi riuniti in Colombia. Undici agenti del Secret Service sono stati rimpatriati negli Stati Uniti e cinque militari sono stati sottoposti a sanzioni disciplinari a causa di una denuncia per il loro comportamento troppo ‘disinvolto’ in uno dei grandi alberghi di Cartagena, dove alloggiavano in preparazione del summit.

Evitando ogni riferimento all’accaduto, Obama è dovuto partire subito all’attacco rispondendo alle ‘accuse’ di alcuni interlocutori che gli rimproveravano di trascurare l’America Latina e di concentrarsi troppo su conflitti lontani come quelli in Iraq e in Afghanistan, così come su altre ‘priorità’ a livello mondiale. “Non siamo mai stati così impazienti all’idea di lavorare come partner di pari livello con i nostri fratelli e sorelle dell’America Latina e dei Caraibi”, ha detto il Presidente americano, rivolgendosi agli uomini d’affari presenti all’inaugurazione della riunione. Obama, venuto per parlare di commercio, è stato subito interpellato dai suoi vicini del Sud su soggetti controversi, come l’assenza di Cuba o l’inefficacia della lotta alla droga. Il tono dei dibattiti che si sono aperti nel porto caraibico di Cartagena, è stato dato sin dall’inizio dal padrone di casa, il colombiano Juan Manuel Santos che ha giudicato “inaccettabile” l’idea di un prossimo summit senza Cuba. “L’isolamento, l’indifferenza hanno dimostrato la loro inefficacia”, ha affermato Santos, il cui discorso è stato  lungamente applaudito.

Il summit ha riunito per due giorni circa – il 14 e 15 aprile scorsi – una trentina di Capi di Stato e di Governo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS). Dedicato all’integrazione regionale e allo sviluppo economico, l’ordine del giorno è stato stravolto da temi più scottanti, a cominciare dalla questione dell’isola comunista di Cuba. I Paesi latino-americani reclamano all’unanimità il ritorno di Cuba in seno all’OAS, mai più rientrata nell’organizzazione dalla sua espulsione nel 1962, al culmine della Guerra Fredda. Il Presidente socialista equadoregno Correa ha boicottato il summit per solidarietà, vertice nel quale sono risultati assenti altri due leader di sinistra, il venezuelano Chavez, indebolito dal cancro, e il nicaraguense Ortega. La questione spinosa di Cuba, così come il sostegno alla rivendicazione dell’Argentina sull’arcipelago delle Falkland – trent’anni dopo il conflitto perso con la Gran Bretagna (che ha il pieno sostegno degli USA, alleati di sempre) – ha dato al summit un significato diverso.

I dirigenti sudamericani hanno anche agitato le acque su un altro argomento ‘scomodo’, denunciando il fallimento della politica anti-droga degli Stati Uniti, primi consumatori mondiali di cocaina, che hanno investito negli ultimi dodici anni,  otto miliardi di dollari nella regione per combattere il narcotraffico, senza peraltro arrivare a un risultato concreto. I Paesi dell’America Centrale, hanno visto morire 20mila persone, solo nell’ultimo anno, perché collegate a qualche cartello della droga. Obama ha ribadito più volte di essere pronto all’idea di un dibattito volto a lottare meglio contro il traffico di droga proveniente dall’America del Sud, ma ha scartato la controversa proposta di una depenalizzazione della cocaina. “A titolo personale e in linea con il pensiero della mia Amministrazione, la depenalizzazione non è la soluzione”, ha insistito il Presidente, intraprendendo un sentiero minato visto che non può permettersi di irritare l’elettorato ispanico, a sette mesi Presidenziali dalle quali spera di ricavare il secondo mandato.

Obama ha tentato di mettere l’accento sulle relazioni commerciali del suo Paese con l’America Latina che assorbe il 40% delle esportazioni americane. Ha incolpato la stampa affermando che “troppo spesso punta l’attenzione, durante summit di questo tipo, sulle controversie e, come in questo caso, su controversie che risalgono a un’epoca nella quale non ero neanche nato” (è del 1961, due anni dopo la presa di potere da parte dei castristi). Ma, nonostante le capacità persuasive e lo charme che caratterizzano Obama, il summit di Cartagena ha messo in evidenza le divisioni tra gli Stati Uniti e i suoi vicini.

Cuba non c’era. La grande isola è stata però anche la grande protagonista. Già nel 2009 a Trinidad e Tobago, i Presidenti del Continente avevano, all’unanimità, criticato aspramente l’esclusione dell’Avana, per motivi legati alla Guerra Fredda e che non avevano più ragion d’essere. Avevano allora pregato Barack Obama, da poco eletto, di mettere un termine alla fine di questo anacronismo. Tre anni dopo, i toni non sono più così concilianti. I Paesi dell’Aba (Alleanza bolivariana per le Americhe, nata in contrapposizione all’ALCA voluta dagli USA – entrambe zone di libero scambio) hanno annunciato che non avrebbero più preso parte a questi incontri se Cuba non vi fosse stata invitata. Il principio è condiviso da moltissimi Capi di Stato, a prescindere dalla loro appartenenza politica. La tesi difesa da Washington secondo la quale Cuba non avrebbe intrapreso nessuno sforzo in senso ‘democratico’, non trova più proseliti nella Regione. Non è più mistero per nessuno che il problema è di ordine interno, dovuto alla potenza economica e politica della diaspora anti-castrista di Miami che ha in mano le chiavi del futuro scrutinio presidenziale.

Il fallimento, perché è stato un fallimento, dell’ultimo summit delle Americhe ha messo in evidenza l’isolamento crescente degli Stati Uniti (e del Canada) all’interno del blocco dell’OAS ed ha riacceso il dibattito sull’utilità di questo organo come luogo di negoziazione e risoluzione di conflitti. L’aver imposto temi scottanti come droga e Cuba è la dimostrazione di quanto terreno abbiano perso gli USA in America Latina. Un vero colpo al cuore per la culla della cultura moralizzatrice e proibizionista. Ma i tempi sono cambiati. Se prima l’America Latina era percepita come un monolite di Stati la cui economia dipendeva dal sostegno americano, oggi molti di questi Paesi sono diventati destinazioni di prima scelta per gli investitori esteri e hanno cominciato a camminare da soli. Le compagnie cinesi fanno a gara per investire in petrolio, suoli fertili e contratti commerciali. L’economia americana nel frattempo fa fatica a risollevarsi e il suo budget in aiuti a Paesi terzi si contrae continuamente.

Con trentadue Paesi a favore del reinserimento di Cuba nell’OAS, e solo Stati Uniti e Canada contrari, è probabile che la diplomazia regionale rimetta in causa l’esistenza di questo organismo. Già deve rivaleggiare con associazioni simili o alternative come L’Unione degli Stati dell’America del Sud (UNASUR) e la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (CELAC). Ci si chiede ora se, come l’embargo su Cuba, l’OAS non sia più che un vestigio della Guerra Fredda che ha largamente fatto il suo tempo. Non dimentichiamo che il Brasile è ormai considerato da molti, alla stregua degli Stati Uniti di domani (non solo economicamente). Gli USA non possono più sottovalutare il ‘richiamo’ della Presidente, Dilma Rousseff, che ha chiesto loro di stabilire rapporti di ‘pari a pari’ con l’America Latina, perché è lì che si trovano i loro interessi strategici per il futuro.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI