Prima la difesa nei confronti dei partiti che “non sono il regno del male, del calcolo particolaristico e della corruzione”, poi il monito severo affinché la Politica stessa – quella con la P maiuscola – si risollevi “dall’impoverimento culturale che ne ha segnato la decadenza”. Bastone e carota, si potrebbe dire sintetizzando l’atteggiamento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nei confronti del delicato momento non solo economico-finanziario ma anche politico, che il nostro Paese sta attraversando.

In giorni di continue fibrillazioni all’interno di diversi partiti ma anche e soprattutto d’inchieste giudiziarie che hanno travolto alcune forze interne al Parlamento, Napolitano ha deciso di scuotere con decisione il mondo politico e ha lanciato un appello a tutti quelli che attraverso il voto sono chiamati a rappresentare l’intero popol italianoo. Uno scossone attraverso cui il Capo dello Stato ha parlato di una “grande sfida” e quindi di una scommessa che non sarà facile da vincere. Lo spunto è stato offerto dalla commemorazione – sabato scorso – di Luciano Cafagna, nella sede dell’istituto Treccani. La lezione di Cafagna, per il Capo dello Stato, “è al tempo stesso quella (…) di un’autentica intelligenza politica anche nel sollecitare e guidare la ricerca storica. Ed è anche quella del valore insostituibile della cultura storica, o almeno del senso della storia, come componente della cultura politica, ovvero della cultura di chi fa politica”. Napolitano ha anche invitato i giovani, “oggi troppo distanti” a un maggiore impegno nella vita pubblica. Ma per il Presidente, seppur indirettamente, il seminario di sabato scorso è stato anche l’occasione per una riflessione su quanto si sta muovendo nello scenario politico, con un riferimento al ‘centrismo’: degli studi di Cafagna, il Capo dello Stato ha ricordato in particolare il “significativo” capitolo conclusivo di un libro su Cavour del 1999 in cui compare la “categoria piuttosto contemporanea del ‘ricorso al centrismo’ e insieme con essa una realistica valorizzazione delle ‘arti, a volte geniali a volte mediocri, della mediazione e del compromesso’. Valorizzazione in evidente controtendenza – ha sottolineato Napolitano – rispetto alle correnti demolitorie del percorso della cosiddetta Prima Repubblica e rispetto a una nascente mitologia del più perentorio bipolarismo”.

Viceversa, qualche giorno prima – nel videomessaggio al convegno commemorativo promosso a Ravenna per il centenario della nascita di Benigno Zaccagnini – l’Inquilino del Quirinale, come detto proprio in difesa dei partiti tradizionali, aveva detto che “il marcio si deve estirpare ma guai a demonizzare i partiti, a rifiutare la politica” e fare “di tutte le erbe un fascio”. Anche quando questo marcio sembra diffondersi e farsi soffocante, “non dimentichiamo tutti gli esempi passati e presenti di onestà e serietà politica, di personale disinteresse, di applicazione appassionata ai problemi della comunità. Per cambiare e trasmettere ai giovani la ‘vocazione alla politica’ trarre fiducia dall’esempio di Zaccagnini”. Napolitano, quindi, aveva messo in guardia dal pericolo dell’anti-politica sottolineando che i partiti e la politica “non sono il regno del male, del calcolo particolaristico e della corruzione. Quando si ritorna con il ricordo, storico e personale, su una figura come quella di Benigno Zaccagnini, così ricca umanamente e così a lungo intrecciata con lo svolgersi della vita pubblica in Italia, ci si può chiedere per quale aspetto Zaccagnini, la sua visione, la sua esperienza ci parlano oggi più direttamente e a che cosa ci richiamano più intensamente”. Per il Presidente “l’accento può cadere, certo, su quel che egli fu da uomo della Resistenza, da parlamentare per più di quarant’anni, da rappresentante del movimento politico dei cattolici nella rinata Italia democratica. Ma mi si lasci dire – ha detto ancora – che Benigno Zaccagnini oggi ci parla per come fu tutto quello, per come contribuì a costruire e far vivere la nostra Repubblica e a difenderla anche nelle circostanze più tragiche e dolorose contro il vile e sanguinario attacco del terrorismo”. E ancora, sempre portando l’esempio di Zaccagnini, Napolitano aveva aggiunto che mostrò “un’autentica vocazione alla politica, praticata con fede nei valori da diffondere e consolidare, senza mai smarrire quello che egli definiva ‘l’aspetto più profondamente umano della politica’, e senza venir meno a una ricerca esigente che deve, diceva, ‘trasparire dai nostri comportamenti’”.

Ieri, infine, il Capo dello Stato ha fatto visita al Centro islamico italiano e alla Moschea di Roma. Napolitano ha detto di porre “grande attenzione ai nuovi governi che si formano nei paesi della Primavera araba, come quello tunisino”. Il Capo dello Stato, che ha assistito a un seminario in compagnia dei ministri dell’Interno, Annamaria Cancellieri, e dell’Integrazione, Andrea Riccardi , è il terzo Presidente della Repubblica che, di fatto, visita la Moschea. Prima di lui ci fu nel 1984 Sandro Pertini per la posa della prima pietra del nuovo luogo di culto e successivamente, nel 1995, l’allora Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, partecipò all’inaugurazione.

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1 COMMENTO

  1. Il Capo dello Stato dice cose sagge e non abdica alla sua magistratura morale e di questo dobbiamo essergli grati. Speriamo che le sue non siano quelle che Einaudi definiva “prediche inutili”: e chiediamogli rispettosamente di esplicare i suoi intervento sui Partiti (a cominciare da quello da cui proviene) in modo magari non pubblico ma diretto e perentorio.

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