Dalla Croisette. Grand Auditorium Louis Lumière. Un’interminabile sequela di applausi e bravò ha accolto, al termine della proiezione, Le Havre, il nuovo ed entusiasmante film di Aki Kaurismäki, di ritorno a Cannes cinque anni dopo Le luci della sera. E che ritorno! Il tutt’altro che freddo regista finlandese ha infatti convinto critica e pubblico quasi all’unanimità, con questo suo poetico e raffinato gioiello cinematografico narrante in chiave ottimista il rapporto d’amicizia instauratosi tra un lustrascarpe sessantenne, anche scrittore e poeta bohemien, e un ragazzo extra-comunitario clandestino desideroso di raggiungere la madre a Londra. Gli attori, guarda un po’, sono ancora gli inseparabili André Wilms e Kati Outinen, a cui si aggiungono i francesi Jean-Pierre Darroussin e, un ahinoi cinematograficamente invecchiato, Jean-Pierre Léaud. Dov’è finito l’Antoine Doinel truffautiano?

Anche il secondo film in concorso, Pater di Alain Cavalier, rigorosamente made in France e incentrato unicamente su un quasi eterno dialogo di un’ora e quaranta tra lo stesso regista e l’attore Vincent Lindon, che divagano senza soluzione di continuità su questioni politiche e aneddoti di vita vissuta, ha convinto il pubblico presente in sala. Solo quello francese però.

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