Il primo turno delle presidenziali francesi registra non soltanto la prevista sconfitta di Sarkozy, ma quella dell’asse con la Merkel e di una insoddisfazione, diffusa in tutta l’Europa, verso una politica economica errata, imposta dalla Germania, di cui tutti gli altri Stati stanno pagando il conto. Il crollo delle borse e l’aggravamento degli spread lo dimostrano.

Hollande non ha vinto, ha soltanto ottenuto un piccolo vantaggio per il fatto di essere il maggiore oppositore di un Presidente impopolare. Il dato più significativo ed insieme più preoccupante, è stato il successo di Marine Le Pen, che ha intercettato la protesta. Il risultato finale delle elezioni, quindi, è più che mai nelle mani di quel modesto, ma significativo 8,5% ottenuto da Bayrou. Chi dei due contendenti al ballottaggio saprà conquistarne l’elettorato, sarà il prossimo Presidente francese.

Per paura di un condizionamento della  sinistra radicale nei confronti di Hollande, molti elettori, che hanno votato al primo turno per l’estrema destra, sceglieranno Sarkozy, ma questo non gli basterà per ribaltare il verdetto a suo favore. Se il candidato socialista, che comunque prenderà i voti andati al primo turno a Melenchon, saprà aprire al mondo liberaldemocratico del Centro, magari offrendo a Bayrou di guidare il prossimo Governo, la Francia si libererà di Sarkozy, altrimenti lo avrà per altri sette anni alla presidenza.

Bisogna fare tesoro per il futuro dell’Italia, di quanto sta avvenendo oltralpe. Alcuni segnali vanno attentamente analizzati. E’ vero che la Lega Nord rischia di rimanere sommersa sotto il peso degli scandali, che la stanno travolgendo e che coinvolgono direttamente il suo leader e fondatore, ma, allo stesso tempo,  sta pericolosamente crescendo il movimento di Grillo, che rappresenta, in forma rinnovata, la stessa identica protesta della Lega, ma che tuttavia non sconta il limite geografico del semplice radicamento nordista. Travolti dalla scandalosa difesa del finanziamento pubblico, rischiano di venire gravemente penalizzati tutti i partiti della Seconda Repubblica, non soltanto il PDL.

Sembra averlo capito Casini, ma non è chiaro a chi si rivolga quando propone un nuovo partito dei moderati. Pensa di mettere in moto un processo di aggregazione delle forze laiche e cattoliche del Centro? Concorderemmo senz’altro, pur ritenendo sbagliato il termine “moderati”, perché semmai bisognerebbe assumere una postura rivoluzionaria, in direzione di quella “rivoluzione liberale”, da molti invocata a parole, ma non praticata, per il costo in termini clientelari, che imporrebbe una scelta di rigore e sviluppo. Se invece si tratta semplicemente di un OPA sul PDL, il capo dell’UDC sbaglia due volte: significherebbe  che non ha fatto i conti con la forza ancora notevole di Berlusconi, il quale rimane l’unico in grado di tenere insieme quello che resta del suo partito, pure in grave crisi, ma che rappresenta comunque una percentuale elettorale a due cifre.  Sbaglierebbe principalmente se si illudesse che in Italia esistano le condizioni per ritornare ad una egemonia democristiana, creando sulle ceneri del PDL, un soggetto maggioritario, che faccia riferimento al Partito Popolare Europeo. In ogni caso una tale prospettiva non potrebbe interessare i liberali, che sono tutt’altra cosa.

Il nostro Paese, come tutta l’Europa, oggi necessita di una forza di progresso, riformatrice, di stampo autenticamente liberale, non di un rafforzamento dell’ala  conservatrice e clericale, come non crede più alla perdente opzione socialdemocratica. Quando parliamo di una Costituente liberale in grande, pensiamo a questo, non ad un semplice allargamento dell’area di consenso del PLI, aggregando delusi e reduci. Esistono le condizioni per un forte cambiamento , a differenza della Francia e della stessa Germania, dove la FDP non è stata in grado di contrastare le scelte protezioniste della Merkel.

Il Governo Monti, dopo aver subìto, e non avrebbe potuto fare altrimenti, in quella fase, il condizionamento dell’UE, che ha dettato la manovra fiscale ed ha accelerato il processo di recessione, potrebbe oggi imporre una politica continentale di effettivo sostegno allo sviluppo ed all’occupazione, attraverso la creazione degli eurobond ed un programma straordinario di investimenti. Sul piano interno potrebbe varare un provvedimento di effettiva riduzione della spesa statale, insieme ad una cospicua cessione di patrimonio pubblico, per ridurre il debito ed agire in direzione del contenimento dello spread e del costo degli interessi, sia in cifra assoluta che in termini di relativi tassi. Tale svolta consentirebbe una coraggiosa ed immediata riduzione del carico fiscale sui redditi di lavoro e d’impresa,  unico vero stimolo alla ripresa economica e dei consumi, ma, soprattutto,  rappresenterebbe un deterrente per la lotta all’evasione, attraverso aliquote più accettabili, principalmente a favore di chi dovrebbe investire o di chi si trova in condizioni più disagiate.

Attorno ad una scelta di questo tipo ed al ritorno di fiducia che ne deriverebbe, si potrebbero aggregare le forze riformatrici e potrebbe prendere corpo una componente politica di ispirazione liberale. La vera sfida dell’Italia è questa. Mario Monti, la cui azione si è appannata a causa dei veti incrociati dei due principali partiti che lo sostengono, se assumesse l’autonomia che gli permise di far approvare i primi provvedimenti, potrebbe rappresentare, anche senza un suo diretto impegno in politica, il punto di riferimento di un rinnovamento e liberarsi dal ricatto delle corporazioni.

Su questa scia, le forze del progresso e della modernizzazione potrebbero trovare il coraggio di lanciare, in vista delle elezioni del prossimo anno, un vero programma liberale di riforme.

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