In tempi di euroscetticismo, nella stessa Francia dove François Hollande prenota, dopo il successo del primo turno, la residenza all’Eliseo, il cinema ritrova quello spirito conciliante e inclusivo, spesso malamente inibito, del Vecchio Continente. E lo fa sullo sfondo del Festival L’Europe autour de l’Europe, delocalizzato al ‘Centre Culturel de Serbie’, per presentare in anteprima transalpina, Cinema Komunisto, documentario della trentunenne Mila Turajilic, che alle pagine di RL ha offerto la sua voce e i suoi pensieri, per parlarci un po’ di questa sua lunga esperienza di ricerca e di scoperta, coraggiosa ma intimamente avvolgente.

“Un viaggio durato cinque anni, a rovistare tra cimeli e archivi polverosi, un vero e proprio on the road finalizzato a ricomporre, narrandola, l’altra storia della nostra ex-Jugoslavia. Una storia nascosta per molti, troppi anni, per provare ad aprire un dibattito e mostrare al mondo occidentale che l’ex-Jugoslavia aveva una propria e radicata identità culturale e sociale”, ci rivela Mila Turajilic con un filo di rabbia e un contenuto sussulto d’orgoglio. Dove gli studi dell’Avala Film, dismessi prima che scoppiasse la guerra degli anni ‘90, sono rievocati nostalgicamente dal proiezionista personale di Tito, Leka Konstantinovic. “Il complesso cinematografico della ‘Avala Film’ – continua Mila – rappresentava un mondo a sé stante, ideale, che racchiudeva tra le sue permeabili mura le migliori forze culturali dell’epoca. Oltre a essere luogo d’attrazione per molte tra le più importanti celebrità dell’epoca, Alfred Hitchcock, Orson Welles”. Ma soprattutto con una presenza preponderante del made in Italy, con la partecipazione delle nostre dive – in quella che verrà chiamta la ‘Hollywood dell’Est’ – e l’influenza stilistica dei nostri stessi capolavori nel cinema jugoslavo.

“Nell’età d’oro del cinema jugoslavo, negli anni ’60, il cinema italiano era continua fonte d’ispirazione. Nell’estetica, nella scelta musicale, nello spirito, nell’atmosfera e in più, molte personalità cinematografiche dell’epoca, come Sophia Loren, Carlo Ponti e Giuseppe De Santis, che sposò una donna jugoslava – sottolinea Mila Turajilic – facevano sovente visita alla nostra amata nazione”. Una nazione che non esiste più, dove la chiusura degli studi cinematografici dell’’Avala Film’ ha metaforicamente rappresentato la fine delle speranze jugoslave, dove anche Tito, universalmente e unicamente conosciuto come efferato dittatore, ne esce come un essere umano. “Non si fermava mai, guardava dai due ai quattro film al giorno – conclude la Turajilic – e francamente non so dove trovasse il tempo per farlo. Era un uomo, come tutti gli uomini, con le sue debolezze e le sue angosce, simbolo nel bene e nel male di un’epoca che non tornerà più”.

© Rivoluzione Liberale

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