In uno Stato liberale, gli individui sono, necessariamente, ‘tutti’ uguali. ‘Uguali’ vuol dire, prima di tutto, ‘uguali in dignità’; si è inoltre uguali di fronte alle legge e si hanno uguali opportunità. “Non esiste un uomo che sia più importante di un altro uomo”, sostiene Karl Popper (1902-1994), definendo così il fondamentale principio di uguaglianza del liberalismo.

A proposito dell’uguaglianza degli uomini di fronte alla legge,  in particolare, Luigi Einaudi (1874-1961) afferma: “Corti e tribunali speciali, giudici d’eccezione non devono esistere. Il solo magistrato ordinario, differenziato ovviamente per competenza, deve giudicare. E deve essere indipendente. […] Un paese nel quale i giudici non siano e non si sentano davvero indipendenti […] è un paese senza legge, pronto a piegare il capo dinanzi al demagogo primo venuto, al tiranno, al nemico”.  L’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge è il chiaro presupposto di una sana uguaglianza delle opportunità, la quale, in effetti, dipende dall’assenza di poteri dominanti e dalla lotta contro l’abuso di potere. Quest’ultimo, tendendo a consolidare dei privilegi, deturpa l’uguaglianza delle opportunità e affossa il merito individuale.

Per la dottrina liberale, l’individuo è garante del suo benessere personale e, nel contempo, contribuisce a formare il benessere collettivo ma affinché ciò avvenga devono essere a lui garantiti i margini di azione e i diritti in funzione dei quali poter agire. È questa l’essenza di uno Stato liberale in cui regna il culto dell’uomo e della sua storia e non il culto del potere. Molto spesso “gli uomini sono inclini a venerare il potere”, afferma Popper, ma “non c’è dubbio che il culto del potere è uno dei peggiori generi di idolatria umana, un relitto del tempo della gabbia, della servitù umana […] La storia dei grandi e dei potenti è nel migliore dei casi una superficiale commedia; è l’opera buffa rappresentata dalle potenze che si celano dietro la realtà (simile all’opera buffa di Omero sulle potenze olimpiche dietro la scena delle lotte umane)”.

La storia concreta, e quindi liberale, non è questa. Il liberalismo concepisce la storia come “storia dell’uomo” che, in termini crociani, è sempre “storia della libertà”. In quest’ottica il vero motore della storia è l’individuo e la sua libertà, un concetto, quest’ultimo, che – sottolinea Croce (1866-1952) – “supera la teoria formale della politica e, in un certo senso, anche quella formale dell’etica e coincide con la concezione formale del mondo e della realtà”. La libertà rispecchia “tutta la filosofia e la religione dell’età moderna, incentrata nell’idea della dialettica ossia dello svolgimento che, mercé la diversità e l’opposizione delle forze spirituali, accresce e nobilita di continuo la vita e le conferisce il suo unico e intero significato”.

Partire dall’idea essenziale di libertà, di cui l’uomo è il tempio, è di fondamentale importanza per comprendere, appieno, il significato vero dell’uguaglianza delle opportunità: gli uomini non possono essere uguali se non sono liberi, liberi prima di tutto di agire e quindi di progredire in una prospettiva ‘dialettica’ e di ‘svolgimento’, prescindendo da ogni forma di privilegio.

“In un regime che tutti indirizza dall’alto – afferma Luigi Einaudi – occorre continuamente ottenere permessi, licenze, autorizzazioni, assegnazioni di materie prime, di combustibile, di operai, di partecipazioni a vendite di questo e di quel mercato, d’importazione e d’esportazione […] nessun agricoltore, nessun industriale, nessun commerciante, può fare un passo, può lavorare, comprare o vendere senza il beneplacito, il permesso, la scartoffia riempita da qualcuno che scrive carte e mette firme in qualche ufficio governativo, corporativo, sindacale. Ma bisogna poter giungere fino al signore che mette le firme ed ha il diritto di vita e di morte sulle sostanze e sui redditi dei produttori”. Einaudi aggiunge che in un sistema così fatto “la corruzione è fatale” e, di certo, più che il merito individuale emerge, molto spesso, la capacità di districarsi in un labirinto di privilegi. Tutto questo non corrisponde ai princìpi di uno Stato liberale che, combattendo ogni forma di abuso di potere alimentato da una burocrazia contorta, mira a premiare la capacità dell’individuo di creare benessere personale e collettivo. Libertà vuol dire veder riconosciuti i propri meriti senza disporre dell’ausilio dei potenti.

“In un regime economico di concorrenza – sottolinea Einaudi – esistente in una società di governo rappresentativo, chi ha più filo fa più tela”. Non occorre essere grossi; basta essere bravi e valenti”. Tutto questo vale però in una società che abbraccia la logica di mercato e nella quale il merito prevale sul privilegio, in cui tutti gli individui hanno inoltre la possibilità di esprimere i propri talenti e in cui domina un alto senso dell’etica pubblica.

Occorre comunque dare il giusto peso al merito derivante, nello specifico, dal proprio talento naturale, per evitare di escludere dal sistema meritocratico coloro che, involontariamente, non dispongono dei pieni talenti naturali. Di solito ‘meritevole’ è chi si impegna a fondo per raggiungere i propri obiettivi, quindi appare alquanto illiberale l’idea che sia il ‘talento’ naturale l’unica base del merito. In questo contesto ogni individuo, anche il meno talentuoso o fortunato, ha il diritto di realizzarsi, vedendosi garantite le fondamentali forme di tutela e, nel contempo, i propri meriti.

L’essenza del concetto di ‘uguaglianza delle opportunità’ consiste, in effetti, nel riconoscere anche i meriti degli individui più deboli che, purtroppo, non hanno ricevuto dalla natura tutti i talenti (necessari). “Bisogna far rilevare che la condizione sufficiente per avere eguale giustizia – afferma John Rawls (1921-2002) –  cioè la capacità di personalità morale, non è affatto rigorosa. Quando qualcuno è privo della potenzialità necessaria, o dalla nascita o per motivi accidentali, questo fatto è considerato o un difetto o una privazione. Non c’è nessuna razza, o gruppo riconosciuto di esseri umani, che siano privi di questo attributo. Soltanto individui isolati mancano di questa capacità, o della sua realizzazione in misura minima, e ciò è la conseguenza di circostanze sociali ingiuste o impoverite, o di fatti contingenti fortuiti. Inoltre, anche se gli individui hanno capacità variabili per il senso di giustizia, questo fatto non costituisce una ragione per privare quelli che hanno una capacità inferiore della completa protezione della giustizia. Una volta soddisfatto un certo minimo, una persona ha diritto alla libertà eguale alla pari con ciascuna altra”.

In quest’ottica la teoria della giustizia di Rawls, dalle conseguenze ‘apparentemente’ illiberali, non mira a livellare o limitare le singole riuscite personali (soprattutto dei più talentuosi) – Rawls sostiene che essendo il talento naturale non meritato, esso non è di proprietà di chi lo possiede e, di conseguenza, va esercitato a vantaggio di altri – ma all’applicazione coerente (rigorosa) del principio di equa opportunità. Tale principio esige che si giudichino le persone senza subire né l’influenza della loro posizione sociale né l’influenza, preminente, del proprio talento naturale. Il merito appartiene (e deve essere riconosciuto) anche a coloro che godono di talenti naturali minori. “Il riconoscimento del principio di differenza – continua Rawls – ridefinisce le ragioni delle ineguaglianze sociali come concepite nel sistema di eguaglianza liberale: e quando viene dato il peso appropriato al principio di fraternità e a quello di riparazione, la distribuzione delle qualità e i fattori contingenti delle circostanze sociali possono essere accettati con maggiore facilità. Siamo più propensi a soffermarci sulla nostra buona sorte ora che queste differenze sono concepite a servizio del nostro vantaggio, invece di deprimerci all’idea di come avremmo potuto stare meglio se avessimo avuto fortuna come gli altri e se solo tutte le barriere sociali fossero state eliminate”.

La concezione della giustizia ‘rawlsiana’, se fosse realmente riconosciuta pubblicamente come tale, avrebbe, con più probabilità delle sue concorrenti, maggiore efficacia. Essa potrebbe esplicare, al meglio, la sua capacità di trasformare positivamente la prospettiva del mondo sociale, riconciliandola con un ordine meritocratico naturale ed aperto a tutti, per ripristinare, in questo modo, condizioni di vita più umane.

Rawls formula la sua teoria della giustizia rielaborando la teoria classica del contratto sociale con l’intenzione principale di sviluppare un approccio alternativo all’utilitarismo, in cui il bene è definito in modo indipendente dal giusto. Per Rawls le diverse varianti dell’utilitarismo possono differenziarsi per il modo in cui definiscono la concezione del bene ma hanno in comune, sempre e comunque, il fatto di definire la giustizia secondo il criterio della soddisfazione e della realizzazione di ciò che è stato ‘preventivamente’ definito come bene. Ciò comporta conseguenze, spesso molto gravi, che il liberale senso della giustizia non può accettare: primo, il mancato riconoscimento delle ineguaglianze che, di conseguenza, non sono adeguatamente valorizzate; secondo, il rischio che, per la felicità della maggioranza (utilitarismo), le libertà fondamentali di alcuni (i meno avvantaggiati) siano legittimamente violate.

La giustizia come equità – il concetto chiave dell’opera Una teoria della giustizia di Rawls – è invece il tentativo di proporre una teoria di tipo deontologico, in base alla quale le concezioni del bene sono definite all’interno dei limiti di ciò che è giusto (cioè equo) e non viceversa. In pratica viene attribuita priorità alla giustizia rispetto al bene. I principi di giustizia sui quali si fonda la struttura della società devono inoltre essere il frutto di un ‘accordo originario’, e proprio per questo Una teoria della giustizia può essere considerata una riproposizione della tradizione contrattualistica.

Una società giusta è quindi un diritto fondamentale, inalienabile, di ogni individuo e il liberalismo politico appare la risposta più funzionale all’esigenza odierna di una società che sia ben ordinata ma, nel contempo, sia basata su un sano pluralismo e un’efficace idea di giustizia, fondata sul rispetto della dignità e del merito individuale, senza eccezioni. In questo contesto, in condizioni di equa eguaglianza delle opportunità, le diseguaglianze economiche e sociali, o di altro genere, devono essere associate a posizioni e cariche aperte a tutti. Ogni persona ha uguale titolo a un sistema pienamente adeguato di eguali diritti e libertà fondamentali e l’attribuzione di questo sistema al singolo deve essere compatibile con la sua attribuzione a tutti gli altri individui. Il sistema, inoltre, deve garantire a questi ultimi l’equo valore delle uguali libertà politiche, economiche e civili, che rappresenta una delle fondamenta della dottrina liberale.

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