Lo scoramento è epocale e il rito dell’antipolitica per quanto stucchevole non fa che da cassa di risonanza al clima di incertezza e confusione che aleggia sulla politica italiana, alle prese con sbrigativi lifting preelettorali che puzzano di uova marce. Il trasformismo è qualcosa di ben diverso dal rinnovamento. Fare una ricognizione su quel che resta della Seconda Repubblica è tutt’altro che difficile: sorvolare oggi gli avamposti per fotografare i partiti è un’operazione controproducente, ma rispecchia drammaticamente una realtà che i protagonisti di questo ventennio di transizione proprio non ne vogliono sapere di accettare. Logorati e sfiancati da polemiche interne, i partiti si sono consegnati prima a Monti e poi al caos. Si pensi alla Lega, che anche dopo gli scandali a dieci carati non è riuscita a dare il più semplice dei suggerimenti a Rosy Mauro: farsi da parte. La vicepresidente del Senato, incurante di fischi e pernacchie in aula, si è fatta trovare regolarmente al suo posto. Del Pd che si fa dettare l’agenda dai sindacati ed è del tutto incapace di prendere il toro per le corna abbiamo già detto, idem con patate per l’Italia dei ‘Livori’ by Tonino Di Pietro, una bella copia del ‘Movimento 5 Stelle’ di ‘grillina’ memoria. Per Casini urgono rimedi da cefalea fulminante, perché a forza di girarsi una volta a destra e un’altra sinistra è rimasto in mezzo (pardon, al centro).

Più che perdita dell’identità, siamo allo smarrimento. Berlusconi è tornato a parlare e come al solito ha finito per indebolire ancora di più il delfino spiaggiato: Angelino Alfano. Per il Cavaliere non è ancora arrivato il momento di ritirarsi di buon ordine, perciò ha scelto di tirare fuori dal cilindro tre offerte imperdibili: cambiare il microchip emozionale (feat. Subsonica) all’acronimo Pdl che sa di muffa; elezioni ad ottobre; alleanze con i leghisti da mandare agli atti; infine, anche se non lo ha detto, attendere con ansia febbrile l’arrivo del treno dei desideri guidato da un macchinista che, come l’ex Premier, ha tutte le intenzioni di buttarsi in politica. Stesso vizio insomma, un imprenditore prestato alla cosa pubblica. ‘Italo’ di Montezemolo è già da qualche giorno che avanza sferragliando sui binari del Belpaese. Arriverà puntuale alla stazione di via dell’Umiltà? Difficile dare delle patenti di estetica all’idea di Berlusconi, ma potrebbe essere una via (tortuosa) per comunicare all’elettorato un cambio di facciata e non di sostanza, in barba al rinnovamento e ai propositi per una nuova destra nazionale che faccia le fusa al Partito Popolare Europeo. Luca Cordero di Montezemolo e la sua ‘Italia Futura’ ha tutto da perdere in questo strambo matrimonio, ammesso che venga celebrato con la benedizione dei figliocci di Fini ancora in sella al destriero Pdl (La Russa e Gasparri, tanto per fare degli esempi). Il conflitto d’interessi, considerando le reti del Biscione e il ruolo del presidente del Cavallino in qualità di editore, sarebbe da bollino rosso ma è un argomento che non fa più breccia, quasi da Anticaja e Petrella.

L’ultimo giro valzer di Berlusconi intende stupire in un contesto troppo sfilacciato nel quale poi i cittadini hanno cominciato a leggere i sottotitoli, a scovare le magagne, a fidarsi poco e niente. Si tratta nient’altro che di un restyling alla buona. Dove è più la spesa che l’impresa.

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