Un grande statista diceva: “voi potete anche non occuparvi di politica, ma la politica si occuperá di voi”. Ciò è vero anche per la politica estera o, meglio, per l’insieme delle vicende ed eventi che si svolgono fuori dei confini nazionali – sempre più angusti – e, in un mondo ogni giorno più “globale” e interconnesso, influiscono direttamente o indirettamente, ma con inevitabile  sicurezza, sui fatti di casa nostra. Quanto avviene all’estero, almeno nei Paesi più importanti, dunque, che ci piaccia o no, ci riguarda da vicino. Il fatto che normalmente vi prestiamo un interesse limitato e distratto, preferendo immergerci nelle piccole o grandi vicende paesane, é simboleggiato dal lemma noto a tutti i giornalisti, per cui “non c’è notizia importante se non locale”. Una spiegazione sta forse nella maggiore immediatezza delle conseguenze di quanto avviene in casa, e nella consapevolezza che su questo possiamo, anche se in misura ridottissima, incidere, se non altro con lo strumento del voto, mentre sugli eventi esteri sentiamo di non avere alcun tipo di influenza e preferiamo perciò lasciarli all’attenzione di qualche specialista.

Eppure, da come andranno alcune cose nel mondo, dipenderà in parte non secondaria il nostro futuro. Se vogliamo un esempio recente  di questa realtà, non abbiamo che da ricordare la crisi economica del 2008, nella quale siamo ancora immersi, nata negli Stati Uniti come frutto a lungo termine della scriteriata amministrazione di George W. Bush.  Sappiamo bene, inoltre,  che ogni stormir di fronde nel Medio Oriente provoca variazioni nel costo dell’energia che si ripercuotono immediatamente sulla nostra economia e sul nostro tenore di vita.

Guardando davanti a noi, quali sono gli eventi dei prossimi mesi che incideranno sul nostro futuro?

Il Medio Oriente, e in particolare l’Iran, sono temi ovvi: una grave crisi in quell’area, provocata dall’insistenza iraniana a dotarsi di armi nucleari, specie se si trasformasse in conflitto militare, avrebbe conseguenze imprevedibili nella loro portata, ma certamente dannosi.

Ma nell’immediato, l’interesse si porta, com’é giusto, sul secondo turno delle prossime presidenziali francesi. Stando ai numeri, la partita non sembrerebbe giocata. I socialisti, sommati ai seguaci di Melanchon e ai vari movimenti verdi, non supererebbero il 43 o 44%. Sarkozy, se anche riuscisse a fare il pieno di tutti i voti della Le Pen, non supererebbe il 46%. Decisivi potrebbero essere dunque i voti centristi andati nel primo turno a Bayrou, che probabilmente si divideranno tra i due poli. Eppure, i sondaggi danno vincente Hollande con un margine di 5 o 6 punti: prendiamoli per buoni e immaginiamo una vittoria socialista. Più che un successo di un candidato abbastanza scolorito come Hollande, si tratterebbe di una sconfitta del Presidente uscente Sarkozy. Le ragioni, ampiamente e  autorevolmente analizzate anche su queste colonne, sono  varie: la crisi, che colpisce sempre maggiormente i governi in carica (vedi la Spagna e c’é chi a questo proposito argomenta che il torto di Sarkozy sarebbe principalmente di aver stretto un asse con la Merkel, subendo la politica di rigore imposta dalla Germania: sarà! Personalmente penso, conoscendo un po’ l’opinione piuttosto mutevole dei nostri cugini di oltralpe, che il motivo vero stia nella personalità del Presidente uscente, che ha irritato molti francesi per la sua arroganza, le promesse incompiute, i tic nervosi, gli eventi complessi, l’enfasi sulle vicende private e i piccoli o medi scandali del suo mandato. Nel mondo moderno, ci si stanca presto degli idoli che noi stessi abbiamo creati e ci si affretta a distruggerli con un certo entusiasmo liberatorio, correndo appresso a nuovi idoli o a nuove illusioni.

In Italia, i nostri leader di sinistra si sono sprecati in elogi ed espressioni di speranza a favore di Hollande, vedendo con la sua vittoria l’avvio di una sorta di fase liberatrice per tutta l’Europa e di prodromo per il ritorno della sinistra al potere in Italia.  E’ naturale che così sia, da parte di chi cerca, in un grande Paese tanto vicino a noi, modelli e referenze (gli stessi entusiasmi salutarono anni fa la vittoria di Blair in Inghilterra, ma i seguiti giustificarono solo in parte le speranze della nostra sinistra).  Io sarei più cauto. Intanto, sino alle elezioni politiche di giugno, Hollande, se eletto, potrà fare poco o  nulla, dovendo interagire con una maggioranza e un governo ancora gaullisti. Ma se anche riuscisse a conquistare una maggioranza autonoma, sarebbe davvero in grado di attuare le sue promesse?  Sta molto bene affermare che si vuol rilanciare la crescita i n Europa, ma bisogna vedere come e con che mezzi. Non certo con una riforma del mercato del lavoro che i socialisti, in buona logica, tenderanno piuttosto ad appesantire ritornando a vecchie ricette in realtà disastrose. Con un aumento della spesa pubblica? Questo appare l’orientamento del candidato Hollande, quando promette una revisione del “patto fiscale”  europeo. Ma riuscirà Hollande presidente ad imporla a un’Europa in cui la vera, la grande e trainante forza economica, la  possiede la Germania? E conviene davvero all’Europa abbandonare il rigore deciso (non per un diktat tedesco, mi spiace ricordarlo, ma per la realtà del debito pubblico spaventoso che pesa su tanti Paesi europei ed é costane minaccia di un  catastrofico default)? Non pare certo questa la linea del Governo Monti.  É tuttavia evidente che, con Hollande all’Eliseo, e con le resistenze apparse anche altrove (tra l’altro, nell’insospettabile Olanda, al patto europeo) il problema si porrà, ed è sperabile che una ragionevole via d’uscita – che consenta  di accelerare la ripresa nell’eurozona senza mettere in pericolo la stabilità delle finanze e dell’euro – possa essere trovata.

Una parentesi sulle vicende francesi. Il nostro Berlusconi non ha perduto neppure questa occasione per rendersi ridicolo, avendo sentenziato nell’ordine: che Sarkozy aveva vinto grazie ai suoi consigli;  che lui é “più alto” di Sarkozy (probabilmente é una nobile questione di tacchi); chela signora Bruniè comunista; e che lui rispettava tanto la grandezza di Mitterand che gli lasciava la precedenza al bagno!

Torniamo seri. Il problema che dovrà affrontare il futuro Capo dell’Eliseo sarà quello della sicurezza; a sua volta altro problema é quello dell’immigrazione. Le ricette dell’estrema destra, che Sarkozy ha mostrato di rincorrere, sono certo rozze. Ma il problema è serio: cosa intendono fare i socialisti? Riaprire indiscriminatamente le porte? Stiamo attenti: la politica di immigrazione seguita per tanti anni ha creato in tutta Europa problemi che sono all’origine dei crescenti successi della destra estrema. Non meravigliamoci se questa, sfruttando le paure collettive avanza in tanti Paesi europei e, invece di stracciarci inutilmente le vesti, riflettiamo al perché di quest’avanzata, certo pericolosa, e non  ripetiamo le ricette che l’hanno permessa. Sotto questo punto di vista, se la linea di Sarkozy, revisionista degli accordi europei, sarebbe nefasta (e creerebbe all’Italia problemi seri), una riapertura delle porte a tutto o a tutti, o l’impossibilità di definire una politica europea comune e consensuale, sarebbe altrettanto pregiudizievole.

Non suoniamo perciò fanfare di gioia nella prospettiva di Hollande presidente. Attendiamo  piuttosto di vedere come si muoverà in concreto.

Altra scadenza elettorale non lontana è quella americana. Allo stato, Obama e il suo ormai certo opponente repubblicano, paiono alla pari nei sondaggi. Un nuovo mandato democratico appare certo più rassicurante, se non altro perché Obama si é mostrato aperto verso l’Europa e prudente in politica estera, rifuggendo dal tipo di interventismo che ha caratterizzato l’Amministrazione precedente. Romney tuttavia non sembra un avventuroso e, per fortuna, rappresenta la tendenza moderata del suo Partito (anche se, per ragioni elettorali, durante la campagna per le primarie si é spostato sulla destra per captarne i voti). Speriamo che in Romney – eventualmente presidente – il senso della realtà prevalga sulla demagogia di certi suoi discorsi da candidato.

Da ultimo, la Cina.  Ce ne interessiamo di meno, perché tra l’altro è difficile orientarsi nei meandri della politica e della mentalità di quel Paese, davvero così lontano. Lontano ma, per mille ragioni, vicinissimo. La Cina é il Paese più popoloso e la seconda economia del mondo. Fa un po’ sorridere la preoccupazione dei grandi analisti economici che ponderano gravemente sul rallentamento dell’economia cinese, giacché l’aumento del PIL é  diminuito dello 0,2, passando dall’8,6  all’8,4%!  Grande esportatore, può essere in futuro un mercato davvero importante per un Paese come l’Italia e contribuire non poco alla nostra ripresa. Grande investitore, può contribuire, e di  fatto contribuisce, a  collocare i nostri titoli pubblici. Ogni decisione economica (sempre, all’origine, politica) presa a Pechino, come quella di diminuire l’enfasi sulle esportazioni e aumentare i consumi,   influirà perciò direttamente su di noi. La brutale destituzione di Bao, rappresentante della sinistra radicale e neo-maoista, e lo stato delle candidature al polibureau del Comitato Centrale del PC,  in cui risiede il vero potere cinese, paiono garanzia di una sostanziale continuità nella condotta economica del gigante asiatico e quindi permettono un ragionevole ottimismo per il futuro dei nostri scambi con quell’immenso Paese.

© Rivoluzione Liberale

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