Illustre prof. Panebianco,

spesso concordo con le Sue analisi sul Corriere della Sera, ma  questa volta dissento radicalmente dal suo editoriale del 24 aprile (“l’antipolitica ed i suoi antidoti”).

Muovendo dal condivisibile auspicio che l’Italia abbia in primo luogo bisogno di crescita, perché la recessione comporta non solo impoverimento ma mette anche a rischio la Democrazia, Lei ne  fa scaturire la necessità di un forte potere decisionale concentrato in una sola mano.

Sulla base di questa premessa, Lei definisce i partiti come “organismi parassitari”, ne assume come indefettibile la loro natura “oligarchica” o “monocratica” e così finisce per manifestare la sua preferenza per il “leaderismo” che ha informato di sé la c.d. seconda repubblica (che volutamente scrivo con la “r” minuscola).

Ora, illustre professore, Lei stesso si è definito più volte “liberale”, ma mi consenta di dirLe che quella da Lei individuata è tutto fuorché una soluzione liberale, secondo quanto abbiamo imparato dallo studio del Costituzionalismo Liberale o dalla lettura di Croce e Malagodi.

Nel Suo articolo Lei paventa il trionfo, oggi in Italia, dell’antipolitica; concordo, ma non si tratta di una reazione alla “politica” genericamente intesa, quanto piuttosto a “questa politica”, quella cioè che si è manifestata in tutti i suoi difetti negli ultimi venti anni.

Perché quella che si è affermata dal 1994 in poi non è la “politica”, ma piuttosto forma diversa di “antipolitica”, fondata sul berlusconismo e via via  infarcita di bossismo, dipietrismo, veltronismo , ognuno di essi nato dalla spasmodica tentazione di una vocazione maggioritaria priva di reale consenso e proprio per questo coltivata all’ombra di un sistema elettorale  sostanzialmente antidemocratico, sganciato da ogni confronto tra diverse idee della convivenza civile, che ha favorito la nascita di partiti artificiali ed ha finito per resuscitare i peggiori istinti plebiscitari sempre presenti nella nostra società.

Oggi ci troviamo di fronte ad una sorta di “antipolitica dell’antipolitica”, e l’antidoto per questo virus mortale per la Democrazia non è la competizione tra leader autorevoli di partiti deboli, ma il ritorno a partiti fortemente identitari, che derivino la loro ragion d’essere da una rigorosa tradizione culturale, oserei persino dire (se non fosse ormai divenuta una sorta di bestemmia) ideologici.

Ciò che dovrebbe fare la differenza nella competizione politica non è il carisma o la forza economica o mediatica del capo di turno, ma la visione, il messaggio, la tensione etica, persino l’utopia.

Mi onoro di iscrivermi d’ufficio a quella categoria, che Lei professore, definisce di “intellettuali della Magna Grecia”, perché ritengo, come é agevole constatare, che è stato proprio l’ultimo ventennio, fatto di leader forti e di partiti leggeri e non ideologici, a farci sperimentare istituzioni di governo “acefale, deboli e frammentate”, con gravi conseguenze per la tenuta complessiva del Paese, che ha smarrito la stessa convinzione di essere una società coesa e solidale.

A fronte di ciò che accadeva al centro, con le leggi ad personam e con la sfrontata difesa degli interessi del leader, che proprio per questo ha accettato di pagare il prezzo della disunità del Paese, abbiamo visto, in periferia, il potere sconfinato ed ancora più corrotto e odioso dei colonnelli, dei capitani e dei caporalmaggiori.

La facile constatazione che la politica ne sia quindi uscita sfigurata, dipende dalla indulgenza registrata nelle critiche alla Democrazia fondata sui partiti, anche se, come sosteneva Churchill, nessuno ha inventato un sistema migliore.

Per ricondurre l’antipolitica negli scantinati, dove Lei vorrebbe giustamente relegarla, ci vogliono soggetti politici autentici, la cui denominazione non ricordi la botanica o la zoologia, né, peggio, il nome del capo o del padrone, ma piuttosto il ceppo culturale dal quale derivano.

I partiti non possono che essere socialisti, comunisti, conservatori, popolari, liberali, nazionalisti, fascisti, e via elencando, oppure non sono tali, ma solo aggregazioni di potere.

In Europa ogni esperienza di leadership forte ha prodotto conseguenze dolorose e disastrose: Hitler, Mussolini, Stalin, Lenin, Ceausescu, Franco, Salazar e potrei continuare per arrivare fino a Berlusconi, che non ha cancellato la democrazia, ma l’ha profondamente inquinata, fino quasi a sterilizzarla in un sistema nutrito dall’adorazione dei suoi fans e dall’odio, eguale e contrario, dei suoi nemici.

Se non si prendono severamente le distanze da questo scenario, esso potrebbe ripetersi, magari peggiorato, e, al posto del tycoon lombardo, potremmo avere domani, come imbonitori di turno, un qualsiasi Grillo “parlante” o un Celentano “cantante”, o un altro demagogo miliardario e/o mediatico (le due cose possono coincidere, con effetti ancora peggiori).

L’Italia non è la Francia, che si è potuta permettere la costituzione della Quinta Repubblica, sfuggendo al pericolo autoritario, perché ha  avuto la fortuna di poter contare su una destra oppositrice del fascismo di Vichy  e su un personaggio come De Gaulle, che aveva sfidato il nazismo, e tuttavia sempre pronto a ritirarsi a Colombey les deux églises in solitario e sdegnoso silenzio.

L’Italia non è in alcun modo paragonabile agli Stati Uniti, il cui sistema democratico ha solidi ancoraggi culturali, che discendono dai valori luterani e calvinisti posti a base della sua Costituzione, con un forte bilanciamento di poteri tra la federazione e gli Stati e tra i Parlamenti ed i Governi, federale e locali, con mandati esecutivi brevi e rinnovabili per una sola volta, con elezioni di medio termine e rinnovi parziali degli organi legislativi, con una Corte Suprema eletta a vita, in una società non conformista com’è invece tendenzialmente la nostra.

In Europa la tradizione è diversa; In Italia, poi, è diversissima, per ragioni culturali su cui non qui il caso di indugiare.

Il modello di riferimento per il nostro Paese non può che essere quello della Germania, con cinque partiti (popolari, liberali, socialisti, verdi, nazionalisti) o quello britannico con quattro (conservatori, liberali, laburisti, localisti), o anche quello francese (con la proliferazione partitica registrata nelle ultime elezioni presidenziali); ciò che è comunque imprescindibile, è un sistema parlamentare, fondato su soggetti politici valoriali.

Non sarei neppure pregiudizialmente contrario ad una repubblica semipresidenziale alla francese, purché fondata su partiti forti che siano in grado di collegare la società con le istituzioni, e quindi anche presidiata da forti contrappesi parlamentari.

La democrazia liberale non si può fondare su una delega in bianco all’uomo del destino, ma impone una netta separazione tra i poteri: un esecutivo in grado di governare, un Parlamento indipendente dal governo e quindi in grado di esercitare un reale controllo politico, ed una magistratura in grado di esercitare celermente il controllo di legalità, e, sovra ogni cosa, una costante vigilanza dell’opinione pubblica attraverso una stampa libera da interessi di parte ed attraverso l’impegno sociale dei corpi intermedi della Società (sindacati, associazioni, onlus, aggregazioni di ogni tipo, e, ancora una volta, movimenti di opinioni e partiti).

Al di fuori di questo quadro, che comporta ovviamente inevitabili complicazioni, vi sono soltanto soluzioni sostanzialmente antidemocratiche: sogniamo di andare in USA e rischiamo di ritrovarci in sud America.

Immagino l’obiezione: ma, la stabilità dei Governi?

A parte che la stabilità non è sinonimo di efficienza nell’azione di governo, basterà osservare che se nella Seconda Repubblica abbiamo avuto esecutivi di lunga durata, non per questo possiamo definirli più stabili e, meno ancora, più efficienti.

E’ vero che nel primo cinquantennio repubblicano si sono avvicendati una cinquantina di governi.

E tuttavia, se anche cambiavano spesso presidenti e ministri, il più delle volte per assecondare gli equilibri instabili della Democrazia Cristiana, è pur vero che nei cinquanta anni della c.d. prima Repubblica (questa volta con la “R” maiuscola) le formule di Governo (quelle che effettivamente garantiscono la stabilità) sono state sostanzialmente solo quattro: il Centrismo, il Centro-sinistra, la sciagurata e breve esperienza della Solidarietà Nazionale ed il Pentapartito.

A causa di tale ricordo, non mi faccia il torto di ritenermi conservatore e nostalgico di quel periodo, che è finito e non può ritornare, ma mi consenta di rifiutare la scorciatoia dei luoghi comuni.

Pensi al danno arrecato alla nostra Democrazia da alcuni cosiddetti maitre a penser, come Scalfari e Montanelli, che, con la ingenua complicità di Mariotto Segni, ci hanno regalato il bipolarismo degli ultimi venti anni, al termine dei quali l’Italia non ha fatto un solo passo in avanti nel concerto internazionale, mentre ha visto ripetersi al suo interno i peggiori difetti della fase terminale della prima Repubblica.

Non vorrei che altri maestri, in nome di una presunta più efficace cura contro l’antipolitica, ci facessero precipitare nel chavismo o nel peronismo in salsa “amatriciana”.

La modernizzazione del Paese non passa, com’è accaduto negli ultimi anni, da uno scontro senza quartiere tra destra e sinistra, che, pur assomigliandosi, si sono combattute solo per la conquista del potere.

Occorre invece un libero e democratico confronto tra visioni diverse della società, tutte rispettabili: un onesto conservatorismo (più o meno clericale), un riformismo socialista, un liberalismo riformatore, un operaismo postcomunista.

Questo modello di Democrazia, che è quello liberale, non può prescindere dai partiti che anzi, nello spirito dell’art.49 della nostra Costituzione, dovrebbero avere un minimo di regole comportamentali, fissate per legge ed eguali per tutti, per la designazione delle dirigenze interne e dei candidati esterni, con possibilità (ancora una volta eguali per tutti) di godere di un finanziamento esclusivamente privato e fiscalmente incentivato, la cui trasparenza va garantita dalla Corte dei Conti.

Con la stima di sempre e coi più cordiali saluti.

Stefano de Luca

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© Rivoluzione Liberale

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6 COMMENTI

  1. Caro Stefano,
    mi complimento per questa meravigliosa lettera aperta. Un reale “manifesto oggettivo” e coraggioso del perchè siamo giunti a questo punto.

  2. Egregio sig. De Luca
    Mi permetto di interloquire, anche se da umile neo-iscritto.
    La sua analisi risulta infatti, a un giovane come me, datata.
    La Sua sostanziale difesa del sistema politico della prima Repubblica, basato sul potere delle segreterie di partito, si basa precipuamente sul rifiuto dei lati negativi del sistema bipolare – e più personalizzato – instauratosi con le elezioni del 1994 e sulla preferenza accordata allo scontro di idee contrapposto allo scontro tra persone. Non vi è chi non veda tali lati negativi, da Lei esposti, e non vi è chi non ritenga che il confronto tra le idee sia più importante e proficuo del confronto tra personalità contrapposte.
    Tuttavia, io attribuisco le degenerazioni del bipolarismo non ad una incompatibilità genetica di tale sistema col nostro Paese o con le idee e le tradizioni politiche liberali, quanto alla mancata riforma del sistema elettorale e soprattutto alla mancata riforma del sistema costituzionale italiano, che resta informato alla “dittatura parlamentare”, degenerata poi nella “dittatura partitica”, e che ha impedito l’azione di governo del centro-destra e del centro-sinistra, costringendo i relativi Governi alla gestione di Ministri non individualmente sostituibili da parte dei premier ed alla gestione del consenso di schieramenti di maggioranza estremamente compositi. In sostanza ci siamo trovati di fronte niente altro agli stessi problemi che hanno piagato la prima Repubblica, aggravati dallo scontro frontale tra personalità non all’altezza della situazione.
    Sono fermamente convinto che il bipolarismo avrebbe dato miglior prova di sè in un contesto costituzionalmente adeguato ed il sostanziale rifiuto del bipolarismo da Lei avanzato non pare invece cogliere tale possibilità e conduce ad un malinconico ritorno all’antico.
    Inoltre, l’espressione di candidati “forti” nulla toglie allo scontro tra idee, quando tali candidati siano individuati tramite percorsi di selezione espliciti ed aperti alla critica, dapprima all’interno dei partiti – che così conservano il loro ruolo fondamentale, che non è la gestione del potere – poi all’interno di una coalizione, e solo da ultimo nell’agone elettorale. Scegliere un candidato autorevole e pronto a gestire un effettivo potere decisionale non significa che tale candidato debba essere il padrone del partito, come è stato nel centro-destra a causa particolarmente di carenze legislative nel settore del conflitto d’interessi. Al contrario, il ripudio per principio di personalità di spicco comporta la prevalenza di personalità sfuggenti, che si sanno magari guadagnare le candidature per l’auto-perpetuazione al vertice data dal mero controllo che queste sanno esercitare sui meccanismi interni ai partiti
    Pur condividendo in parte la Sua analisi comparatistica dei sistemi politici di alcuni Paesi stranieri, non v’è dubbio gli Italiani d’oggi abbiano sufficiente coscienza democratica per gestire un sistema politico ove al Governo si attribuiscano maggiori poteri, sottraendoli alle segreterie di partito. Il Governo esercita necessariamente i suoi poteri alla luce del sole in ultima analisi, mentre se segreterie possono essere molto più opache, e di fatto lo sono state in passato.
    Infine, mi permetta di rilevare che alcuni passaggi del Suo scritto mi hanno personalmente urtato: la ostile freddezza con cui si cita Indro Montanelli è poco degna di un liberale italiano, mentre ridurre l’elencazione di “candidati forti” ad una serie di dittatori è un artificio retorico di bassa qualità: possiamo forse dimenticarci infatti di Adenauer, Churchill, Thatcher, Kohl, ma anche, perchè no, De Gasperi?
    Con ossequio,
    Daniele Ferrario

    • Gli esempi proposti da Ferrario dimostrano esattamente l’opposto dlle sue tesi. Churcill, Thatcher, Kohl ecc. erano certo candidati forti, ma non “uomini forti” con il potere in mano, anzi erano tutti sottoposti alle regole democratiche ed al bilanciamento di poteri che già ai loro tempi esistevano nei loro Paesi. Non per nulla Churchill nonostante essere uscito vincitore dalla II° Guerra Mondiale subì la sconfitta elettorale- La Thatcher passò la mano dopo due mandati,10 anni nei quali certo cambià la faccia della Gran Bretagna, ma finito il secondo mandato uscì definitivamente di scena. Negli Stati Uniti nessuno si preoccupa troppo di un Presidente troppo forte, benchè i suoi poteri siano vastissimi, perchè gli elettrori sono in grado di giudicarlo già dopo 2 anni con le elezioni di medio termine e comunque al massimo dopo 8 anni di governo torna a vita privata. La risposta all’antipolitica non è l’uomo forte, lo è stato in passato, Hitler e Mussolini erano entrambi risposte di questo tipo, ma certo non da rimpiangere o prendere a esempio. L’unica risposta all’antipolitica che può dare qualche frutto positivo è la Buona Politica, una politica dove i leader di partito che sono sulla scena da 20 anni finalmente passano la mano ad altri e si ritirano a vita privata, magari pure in qualche isola dei Caraibi se possono permetterselo.

  3. Devo dire che sono completamente d’accordo con l’analisi dell’on. De Luca (inclusa la valutazione che, finalmente, qualcuno osa dare sugli idoli Montanelli e Scalfari: meno d’accordo su Mariotto Segni, che a suo tempo interpretò un malessere reale nell’opinione pubblica, anche se poi non seppe canalizzarla adeguatamente). Panebianco sta, in questi ultimi tempi, lanciando idee davvero strane, che non credo siano condivise dal Direttore De Bortoli, che é persona intelligente e assennata. Io stesso, in un articolo di qualche tempo fa, avevo contestato la sua posizione aspramente favorevole a un bipolarismo che ha dato prove così squallide. Quanto alle obiezioni di Daniele Ferrario, vorrei dirgli una cosa sola: i problemi sempre piú complessi che affronta una societá moderna non possono essere piu´affrontati e meno che mai risolti con ricette “di destra” o “di sinistra” che hanno fatto visibilmente il loro tempo e prodotto guasti difficili da sanare. L’esempio della Francia sarkoziana mi sembra evidente e francamente dubito che l’esperienza Hollande porterá giorni radiosi. Ho ricordato anche due esperienze contrarie: quella della Grecia e della Spagna, rette da sistemi rigidamente bipolari, e quella della Svizzera, retta dal consenso dei maggiori partiti. Quale Le sembra piú riuscita, caro Ferrario? E guardiamo alla Germania, l’esempio migliore di come un Paese con un sistema elettorale non bipolare posse avere costante successo e assicurare governi autorevoli e forti. Certo, occorre cambiare parecchie cose e l’on. De Luca le ha puntualmente ricordate. Serve una legge elettorale che porti alla riduzione dei partiti presenti in Parlamento a non piú di quattro o cinque, con una chiara identitá, capace di rappresentare gli interessi rispettivi di parti della popolazione, perché possano far sentire la propria voce nella dialettica quotidiana di cui dovrebbe nutrirsi la vera politica. Servono riforme costituzionali che consentano governi stabili e autorevoli (ma non, per favore, il leader carismatico invocato da Panebianco: e non si inganni, caro Ferrario: se le riforme fossero state fatte e il governo avesse acquisito autoritá dominante sul Parlamento, se lo immagina Lei i danni anche peggiori che avrebbe fatto Berlusconi?). Tutto questo é possibile come, ancora una volta, la Germania dimostra. Ma proprio per realizzarle, e per determinare le linee di fondo della politica del Paese, che deono essere stabili e coerenti e non cambiare a ogni legislatura, lserve un consenso che travalichi le tradizionali barriere destra-sinistra e sappia trovare la giusta sintesi tra esigenze contrapposte. In altre parole, ci piaccia o no, una grande democrazia europea quale l’Italia, colla sua storia incancellabile, le sue particolarità culturali e anche i suoi difetti, richiede di essere governata al centro e con un largo concorso di forze. Dopotutto, la tanto malfamata Prima Repubblica, pur tra errori e carenze – com’è nelle cose umane – ci ha portato dal disastro della guerra (voluta dall’Uomo della Provvidenza) e del dopoguerra a diventare in trent’anni una delle maggiori potenze economiche del mondo e una societá certamente tutrice della democrazia e dei diritti individuali. E infine, l’esperienza Monti dimostra proprio come, in ultima analisi, servano partiti forti, e capaci di cooperare per il bene comune, superando gli steccati bipolari, che a Panebianco piacciono tanto. Ma certo non ci servono né caudillos di tipo sudamericano, né l’antipolitica gridata dei Grillo o Di Pietro di turno.

  4. Quella di De Luca mi pare un’analisi ben condotta, che condivido in larga parte, anche se non è priva di punti deboli, come del resto tutte le esperienze fatte e le ipotesi sul tappeto. Trattandosi di problematiche assai complesse, è già un buon servizio sviluppare analisi e formulare proposte di questo tipo, che aiutino a scegliere, spiegabilmente bene e presto… mentre la barca naviga e si avvicina una tempesta. Dio (e chi ha potere di farlo) ce la mandino buona.

  5. Cari amici

    Lungi da me (e, per quanto ho potuto intendere dalla lettura del suo fondo, ben lungi anche da Panebianco), la nostalgia dell’uomo forte, che può essere propria solo di persone molto ingenue o molto incolte.
    Ciò che mancano non sono certo gli uomini forti, ma le istituzioni forti, che permettono da un lato lo spiegarsi concreto del potere decisionale del governo e dall’altro il suo effettivo controllo.
    La lista di statisti che ho proposto di getto voleva proprio testimoniare che premier di caratura e poteri decisionali concreti possono benissimo convivere con sistemi democratici. Ma i poteri effettivi ci devono essere, anche per consentire all’elettore di giudicare l’operato concreto dei governanti al termine del mandato senza doversi sorbire le tristi difese nello stile “avrei voluto, ma il ministro/gli alleati dell’estrema/il vice/il potere di veto dei sindacati… me l’hanno impedito”. Thatcher non avrebbe potuto rivoltare il Regno Unito come un calzino se non fosse stata sostenuta da una maggioranza stabile come quelle prodotte dal sistema elettorale inglese, nè alcun cancelliere tedesco avrebbe potuto esercitare un’azione incisiva e potente come quella di Adenauer se non fosse stato protetto, tra l’altro, dalla clausola di sfiducia costruttiva.
    Naturalmente, tra i poteri di controllo e bilanciamento posti a contraltare, è necessario prevedere in primo luogo una normativa stringente che impedisca all’interesse privato di dominare le scelte politiche, in modo da non trovarci con un redivivo Berlusconi.
    Il sistema parlamentare accompagnato da una legge elettorale proporzionale ha portato gli elettori italiani ad essere nella condizione per oltre quarant’anni di non sapere chi avrebbe governato (almeno nominalmente…) il Paese nemmeno il giorno seguente alle elezioni, perché il voto doveva subire l'”interpretazione” datane dalle segreterie di partito e dai relativi centri d’interesse e di potere: non è questo che desidero per il futuro del mio Paese.
    Il partito dovrebbe essere centro di confronto di idee e concezioni politiche, non già di gestione concreta del potere, come mi sembra finirebbe fatalmente per essere di nuovo nella visione del Segretario. I partiti non sono organi costituzionali in senso stretto, sono “solo” i levatori della democrazia, non i relativi gestori.
    Nè mi sembra che l’esistenza dell’esperienza svizzera valga a dimostrare altro che il fatto che un popolo che è abituato da secoli alla democrazia (spesso diretta, per di più) ed al senso di responsabilità individuale dato dal protestantesimo calvinista si sa governare bene indipendentemente dal genere di sistema democratico adottato.
    Cordialmente

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