Incredibile ma vero, da inizio aprile la tassazione che grava sulle imprese USA è la più alta fra i Paesi del G7: l’insieme delle sette nazioni più industrializzate del mondo fra cui si annoverano anche Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e – udite, udite – Italia.

Le principali testate giornalistiche d’oltreoceano hanno annunciato il sorpasso sul Giappone titolando: «Non è un pesce d’aprile». La riduzione dell’aliquota nipponica, prevista già nel 2011 e rinviata a causa del terremoto, ha infatti preso il via proprio il primo aprile di quest’anno: oggi le imprese del Sol Levante pagano un’imposta del 38% rispetto a quella precedente del 40,69%. Un dato che attesta il primato poco invidiabile degli Stati Uniti, dove l’imposta complessiva è al 40%.

Ciononostante il sogno americano continua a sopravvivere. Ma come? Il modello è bilanciato da un sistema di incentivazione su base federale e statale che garantisce l’attrattività degli investimenti. Crediti d’imposta e finanziamenti agevolati premiano chi dà slancio alla crescita contribuendo al rilancio del Paese. Un insieme di stimoli all’attività imprenditoriale che innescano una sana concorrenza tra gli Stati federali ad accaparrarsi l’investimento e garantiscono in questo modo ampi margini di contrattazione alle aziende che puntano a insediarsi sul territorio.

Ma il vero miracolo a stelle e strisce sta in un’amministrazione pubblica efficiente e accessibile, dove le regole sono chiare e comprensibili. Fantascienza? Nient’affatto.

Si tratta piuttosto di un modello che potrebbe fare scuola anche da noi. Peraltro, il report periodico sul corporate tax rate stilato da Kpmg (una delle più importanti società di consulenza al mondo) certifica che l’aliquota impositiva sulle imprese italiane si attesta “solo” al 31,4%, con buona pace di chi insiste demagogicamente a denunciare l’asfissia del fisco italiano.

Come dimostra l’esperienza statunitense, ciò che fa davvero la differenza è quel filo sottile che lega in un circolo virtuoso incentivi, ricerca, innovazione e crescita.

© Rivoluzione Liberale

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