Spesso dimenticato dalla cronaca nel suo coinvolgimento nella Primavera araba, il Barhein ha deciso di tornare alla ribalta stabilendo di far partire, il 22 aprile scorso, il Gran Premio di F1, malgrado le manifestazioni che si succedono, ogni giorno, nel Paese.

L’obiettivo dei dirigenti del Barhein era quello di provare che la situazione era tornata alla normalità in questo arcipelago di 700mila abitanti. ‘Confortata’ dalle assicurazioni ufficiali, la Federazione Internazionale dell’Automobile (FIA) ha confermato la sua presenza, perché “tutte le misure di sicurezza necessarie” erano state prese. Il grande circo della Formula 1 e i suoi milioni di dollari dovevano essere dunque impegnati a Manama in quanto, secondo il potente padrone della F1, Bernie Ecclestone, la sua organizzazione “non interviene nella vita politica dei Paesi dove va. I manifestanti continueranno a chiedere riforme, ma cosa ha a che fare tutto ciò con la F1?”, ha chiesto. Il proprietario del circuito di Manama, lo sceicco el-Khalifa, si è ovviamente rallegrato per “questa buona decisione”, ma così non è stato per il collettivo della Rivoluzione del 14 febbraio e per il principale movimento dell’opposizione el-Wefaq. Abbiamo tutti visto la loro reazione ai margini della campana di vetro creata intorno al circuito.

Era la prima volta dall’inizio della Primavera araba che un grande spettacolo internazionale, trasmesso in diretta da più di 180 televisioni di tutto il mondo, veniva organizzato in un Paese alle prese con rivolte popolari ancora in atto. Il circuito di Sakhir si trova al sud di Manama, in prossimità dei villaggi sciiti anima delle manifestazioni anti-governative. Lo scorso anno, il Gran Premio era stato annullato dalle autorità mentre era in vigore lo stato d’urgenza, l’Arabia Saudita inviava un migliaio di soldati per salvare il regime e le forze di sicurezza assalivano Piazza della Perla a Manama, per cacciare i manifestanti che vi avevano stabilito il loro quartier generale. Da un anno a questa parte, una quarantina di persone sono state uccise.

Il Barhein è governato dalla dinastia sunnita della famiglia al-Khakifa dal 1783, ma la maggioranza della popolazione è sciita. Questa chiede la riforma della monarchia, che il Primo Ministro al-Khalifa (al governo da quaranta anni) se ne vada così come la fine delle discriminazioni sistematiche alle quali è sottoposta nel pubblico impiego e negli incarichi ufficiali. Le rivendicazioni e il malcontento sono rimasti a lungo ignorati, ma con il vento della Primavera araba, diverse manifestazioni di sciiti sono scoppiate poco più di un anno fa e represse brutalmente. Poco è cambiato, se non qualche piccola ‘concessione’ che non ha però messo in discussione i privilegi della dinastia al potere e soprattutto non hanno risolto i problemi di fondo, interessandosi solamente alla dimensione confessionale del conflitto. Sembrerebbe che il malcontento generale abbia superato la ‘semplice’ questione tra sciiti e sunniti. La disoccupazione colpisce senza alcuna discriminazione tutti i giovani che arrivano sul mercato del lavoro. Si dice che l’argomento confessionale sia stato strumentalizzato più del dovuto.

Senza alcun dubbio la repressione è forte e gli atti di violenza da parte delle forze dell’ordine indiscutibili. Il dibattito che c’è stato intorno alla questione del Gran Premio, che l’opposizione sciita ha utilizzato per farsi ‘sentire’ ha riacceso le tensioni. Il governo del Barhein è, tra l’altro, sottoposto a forti pressioni internazionali per due casi umanitari. Un militante sciita, Hadi al-Khawaja, condannato a vita per le manifestazioni del 2011, sta facendo lo sciopero della fame (e da alcuni giorni della sete) da due mesi. Un altro detenuto, Hassan Mashaimaa, anche lui sciita e condannato a vita per aver preso parte alle proteste del febbraio 2011, è malato di cancro, ma secondo l’opposizione, non viene curato.

La crisi che attraversa il piccolo regno di 700 chilometri quadrati, viene sì da squilibri socio-politici ignorati troppo a lungo, ma ha preso una piega particolare perché il Barhein si sente minacciato pesantemente dall’ingerenza iraniana (l’Iran è principalmente sciita), grande avversario storico della dinastia regnante. La famiglia sunnita al-Khalifa ha, in effetti, cacciato i Persi per prendere possesso dell’arcipelago nel 1783, e questo spiega in parte la diffidenza che porta nei confronti degli sciiti del Barhein, dei quali qualcuno ha antiche origini iraniane. Non molto tempo fa, nel 2009, le difficili relazioni tra Manama e Teheran hanno subito una crisi quando un alto dirigente iraniano ha definito il Barhein “quattordicesima provincia iraniana”.

Vedendo la piccola monarchia minacciata, gli Stati arabi del Golfo, tutti sunniti e già coinvolti in una lunga rivalità con l’Iran, si sono precipitati a inviare truppe (ancora sul posto) e soffocare così il processo di contestazione che rischiava di spargersi a macchia d’olio nel Golfo. Questi Stati (Arabia Saudita, Barhein, Emirati, Kwait, Oman, Qatar) hanno creato nel 1981, qualche mese dopo l’inizio della guerra Iran-Iraq, un organismo regionale, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) con lo scopo di stabilizzare questa regione petrolifera strategica, politicamente e militarmente agitata. Il Consiglio aveva come obiettivo primario quello di far fronte a qualsiasi minaccia proveniente dall’Iran o dall’Iraq,. Obiettivo di grande attualità visto il permanere della crisi latente con l’Iran e della creazione di un potere sciita in Iraq. L’Arabia Saudita è particolarmente vigile a causa dei suoi due milioni di sciiti che vivono nella provincia orientale di Hassa dove è concentrata tutta la ricchezza petrolifera.

La crisi del Barhein non rimane dunque circoscritta alla frontiera di questo piccolo Paese, ma s’infiltra in tutti i Paesi della regione, Iran incluso, e coinvolge molti attori mantenendo sullo sfondo la rivalità tra sciiti e sunniti. Altri protagonisti di primo piano in Barhein sono gli Stati Uniti che hanno posto nell’arcipelago il quartier generale della Va flotta, la cui zona di ‘competenza’ si estende lungo le coste di una ventina di Paesi, dal Golfo al Mar Rosso fino all’oceano Indiano.

Tenendo conto delle implicazioni locali, regionali e internazionali, i manifestanti del Barhein devono purtroppo competere con dei vicini troppo potenti e troppo interessati a dimostrare che, in fondo, in Barhein tutto è tornato alla normalità. L’Iran sembrerebbe essere, in questo caso, il capro espiatorio di un malessere più generalizzato. Se la rivolta prende piede nella Monarchia, tutto il rigido, fragile e superato sistema politico dei Paesi del Golfo rischia di crollare. Per quanto tempo si potrà conciliare un sistema politico medievale con una realtà economica modernissima? Per ora the show must go on e un Gran Premio val bene una messa.

© Rivoluzione Liberale

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