Gli ultimi giorni ci hanno portato il solito carico di ombre. Innanzitutto, si capisce, i dati sempre più sconsolanti  sull’economia, i prezzi, l’occupazione, che chiedono una pronta e vigorosa azione sul piano interno e soprattutto europeo, perché la tanto reclamata “crescita” non sia soltanto un mantra agitato a destra e a manca da chi non ha la più pallida di idea di come realizzarla (leggi Di Pietro, Vendola e simili) ma come ha suggerito Mario Draghi (a proposito, che nausea dell’arroganza di Sarkozy che ha dichiarato orgogliosamente che “lui non prende ordini dalla BCE”). Poi c’è la solita ondata di dichiarazioni stentoree e parole in libertà. C’è gente che non sa stare zitta quando dovrebbe. Lasciamo stare i vari Gasparri e Cicchitto, che per anni hanno coperto e giustificato tutte le magagne del Capo, andando in televisione a difenderlo con un’incredibile faccia di bronzo (o, in buon romanesco, “faccia di tolla”) e continuano imperterriti a occupare gli schermi, pontificando sussiegosi su tutto e su tutti.

La settimana scorsa ci si è messo anche Giuliano Ferrara, che in precedenza aveva mostrato qualche conato di buon senso. Nel suo programma “Radio Londra” di venerdì scorso (a proposito, che cosa lugubre!) ha sostenuto, con finta pacatezza, ragionevolezza apparente e  persino con un certo, ingannevole, garbo, una tesi  da “Voce del Padrone” che è più o meno questa: nel processo Ruby, Berlusconi non sarà condannato, no, non per la prescrizione, com’è abitudine del Cavaliere, ma perché i reati contestati non sussistono: non c’è stato sesso con Ruby e quindi non c’è corruzione di minorenne (forse la nozione di sesso che ha Ferrara è un po’ restrittiva, come lo fu a suo tempo quella pretestata dal Presidente Clinton nel caso Lewinsky, ma prendiamola per buona); non c’è stata concussione perché l’allora Presidente del Consiglio, parlando col Questore di Milano, non ha dato ordini, né proferito minacce e lusinghe, o  esercitato indebite pressioni, ma si è limitato ad una segnalazione amichevole e in tono cortese (inventandosi la panzana della parentela con Mubarak, che a pensarci è quasi goliardica, ma su questo Ferrara fa silenzio). Tutto il parlare che se ne fa, la pubblicazione delle intercettazioni, i particolari piccanti o scabrosi di cui si diletta la grande stampa (e persino qualche programma televisivo) sarebbero dunque  una forma di pruriginoso voyeurismo, da condannare con la maggior forza, ed un pessimo servizio reso al Paese e alla sua immagine nel mondo.

Ora, può darsi che sul piano strettamente giuridico Ferrara abbia ragione, ma questo  lasciamolo decidere alla Giustizia che, almeno nella fase giudicante, è di solito imparziale, e non anticipiamo condanne, ma neppure assoluzioni frettolose. Riconosco  che lo spazio dedicato da certi giornali, effettivamente con un certo gusto pruriginoso, a tutta la spazzatura che viene fuori dalle intercettazioni (pensando forse di  assecondare  i bassi istinti e le curiosità dei loro lettori) anche a me dà profondamente fastidio e la voglia di gridare: signori di Repubblica, signori del Corriere, occupatevi di cose più serie ed evitateci questa dose quotidiana di sozzerie, che rendono la lettura dei vostri fogli inadatta ai minorenni. In più, da queste colonne abbiamo già espresso chiaramente tutto  il male che pensiamo, non delle intercettazioni in quanto strumento di indagine, ma dei  loro eccessi e soprattutto della loro indiscriminata diffusione a mezzo stampa, che viola principi elementari di segreto processuale e riservatezza della vita privata. Andiamo anche oltre: può suscitare sospetto lo zelo con cui la Procura di Milano ha impegnato tempo e risorse eccezionali  per qualcosa che, alla prova dei fatti, potrebbe non essere neppure reato. D’accordo, d’accordo. Ma dubbi, senso di nausea ed altro spetta sentirli ed esprimerli alla gente comune, a quella che ha  o non ha votato Berlusconi e che è costretta a leggere i giornali e a pagare le spese di una Giustizia esageratamente attiva  in casi del genere. Non spetta, invece, a chi a Berlusconi ha retto la coda per anni e vorrebbe continuare a reggergliela, riparandosi dietro agli aspetti legali della vicenda e  dimenticando completamente quelli morali, che in questo caso sono grossi come una casa e danno dell’ex-Presidente e del mondo di call-girls, mezzane e papponi che lo circondava e di cui si compiaceva (ne ha mandato persino alcuni esemplari  in consigli regionali, provinciali e comunali, se non addirittura in Parlamento), un’immagine di uno squallore che fa piangere. Ferrara è persona intelligente e non incolta, e giornalista di buon mestiere, e il suo passato comunista (così come le sue crociate cattoliche) dovrebbero ispirargli senso morale; inoltre, qualche volta mostra  una certa velleità di indipendenza e persino di ossequiosa critica al Cavaliere; per favore, in nome dell’intelligenza, non ci venga a raccontare che il danno all’immagine del Paese lo fanno i giudici che investigano, magari con zelo eccessivo, e i giornali che diffondono lo scandalo e non chi lo scandalo lo ha provocato. Anch’io credo che i giornali farebbero bene a relegare la vicenda Ruby alle ultime pagine, e magari a non occuparsene proprio, ma è un trucco troppo scoperto stornare la colpa del discredito di cui siamo stati gratificati in ogni parte del mondo (e che Monti, con la sua serietà, sta poco a poco cancellando) da  Berlusconi, dalla sua irresponsabilità, dei suoi appetiti senili e magari infermi (Veronica Lario dixit e, diciamo la parola grossa, dalla sua allegra immoralità, addossandola a chi è colpevole o di investigare, o di non stendere un velo di pietoso silenzio, come una volta (ma ora non più) si faceva coi fatti delle famiglie reali.

Il giochino che consiste nel gettare la colpa degli scandali su chi se ne occupa e non chi li provoca,  non è, consoliamoci, solo una caratteristica italiana. Dominique Strauss-Kahn, dopo un certo silenzio, ha dato voce alla scontata, trita tattica: contro di me c’è stato un complotto, presumibilmente dei servizi secreti di Sarkozy (facile accusarlo, ora che il Presidente francese sta per uscire di scena); dimenticando allegramente che, se anche in effetti gli fosse stata tesa una trappola  (e chi mai può escluderlo?)  essa non può cancellare l’insieme dei suoi comportamenti, denunziati da tante parti e, credo, più che provati, che vanno dall’aggressione sessuale  allo sfruttamento della prostituzione, comportamenti indegni di un uomo pubblico, che ha avuto grandi responsabilità e aspirava ad averne anche di maggiori. Ma non capirà mai, gente del genere, che il meglio che può fare è stare zitta, farsi dimenticare, lasciare che il tempo stemperi le loro vergogne dalla memoria collettiva? Non capirà che, come ha ricordato il Presidente della CEI,  vita pubblica e vita privata devono essere rette dalla stessa etica?

La settimana ci ha dato anche i soliti esempi di volgarità. Stefano Cece, su queste colonne, li ha riportati con puntigliosa precisione, facendoci vedere fino a che punto il costume , la correttezza e il semplice buon gusto, si siano andati perdendo, in un  Paese che pure ha avuto statisti della sobrietà di Einaudi, De Gasperi, Sforza, Pella, Malagodi, Martino, Moro, Ciampi, Napolitano e tanti altri. Dal suo elenco mancava però  l’ultimo fiorellino di Bossi,  che in un pubblico comizio, a un gruppo di contestatori (pienamente legittimi, mi pare) ha risposto, con supremo buon gusto e forte spirito democratico; “Fatevi sotto, che vi farò sentire il mio destro” (in buon romanesco: “vi prendo a cazzotti”). Elegante, no?

Però consoliamoci, non tutte sono cattive notizie: confesso che quando ho letto che Berlusconi ha dichiarato che lui “non pensa al Quirinale” mi sono venute le lacrime agli occhi per la commozione. Ma come,mi sono detto, uno statista insigne che tutto il mondo ci invidia, rinuncia alla più alta magistratura politica, lui che, se solo volesse andarci, passerebbe – come dicono i francesi – “come una lettera alla posta”? Perché non vi è dubbio: quando si tratterà della successione di Giorgio Napolitano, in Parlamento si leverà  un grido solo e chissà, forse persino Di Pietro sarà travolto dall’ondata di entusiasmo generale: Berlusconi sul Colle!  E nel Paese? Ma si formerebbero cortei di centinaia di migliaia, di milioni di persone, capeggiati da Nicole Minetti e Ruby Rubacuori, per reclamare – al grido di “Papi, Papi” – che l’Uomo amato, stimato, ammirato in Italia e nel mondo, salga finalmente al soglio che merita. Commozione, ho detto, ma anche delusione. Berlusconi non ci doveva privare di una così cara speranza. Perché, confessiamolo,  sarebbe ora di adeguare all’andazzo generale anche  il Quirinale, abitato (dopo Giovanni Leone ) da inquilini troppo seri,  troppo ingessati, troppo perbene.

Torniamo seri:  finalmente il Governo Monti ha infilato la strada che in tanti gli chiedevamo di imboccare, quella della riduzione della spesa pubblica, attraverso uno strumento che a me sembra più idoneo, la spending review, affidandone la realizzazione a persone serie e di provata capacità. Bondi  ha già salvato varie aziende in dissesto, chissà che non riesca davvero a fare quello su cui da queste colonne insistiamo sin dall’inizio: una radicale revisione delle procedure di acquisto di beni e servizi (ho più volte ricordato, e mi scuso per la ripetizione, che Giovanni Goria, Ministro del Tesoro e Primo Ministro degli anni Ottanta, era sicuro che cambiando queste procedure, rendendole più snelle, aperte e competitive, si potesse risparmiare fino al 10% della spesa del Provveditorato dello Stato e dei Lavori Pubblici, il che vuol dire attorno a 30 miliardi di euro l’anno). Giuliano Amato, per parte sua, è stato un Presidente del Consiglio e un Ministro del Tesoro di provata capacità (il primo, in realtà, che negli anni Novanta ha fermato l’Italia sull’orlo del default, come ha ricordato in un suo libro Pietro Barucci). Ha certamente l’esperienza, la saggezza e l’ingegno atti ad individuare il modo per tagliare i costi della politica, specie per quanto riguarda il finanziamento dei partiti. In più, non ha debiti a pagare o aspettative da coltivare, perché è fuori dalla politica attiva (finché Napolitano non lo fa senatore a vita, come meriterebbe) ed è quindi politicamente e intellettualmente libero. Se ha un difetto, è che è persona garbata e tendenzialmente accomodante. Speriamo che stavolta tiri fuori la grinta – il pelo sullo stomaco – che, in qualche  circostanza, gli sono  mancati. E quanto al prof. Giavazzi, ha scritto tanto di economia sul Corriere, che è venuto il momento di tradurre le sue lezioni in pratica. Bene, dunque, Monti, ma talloniamolo in tutte le sedi idonee e in tutti i modi possibili, perché l’indirizzo finalmente intrapreso si sviluppi con la dovuta ampiezza, non limitandosi a semplici ritocchi utili a “far cassa” e, soprattutto, non si areni sugli scogli dei veti contrapposti e non vada ad aggiungersi al nostro infinito “libro dei sogni”.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI