Primo Maggio, su coraggio. Il virus dell’austerità ha contagiato perfino un totem come il palco di piazza San Giovanni. E’ la crisi, bellezza. Scaletta ridimensionata, artisti costi quel che costi, qualche baruffa tra Comune e sindacati per dividersi le spese. Tutto rientrato. I problemi non sono questi, stanno a Monti.

Vecchi riti italioti, il concertone, gli striscioni di denuncia, qualche capello tinto, le tre sigle sindacali che campeggiano accanto alle casse che ‘pompano’, i titoloni dell’Unità rosso fuoco, la diretta tv, cantare a squarciagola e pogare tutti per lavorare un giorno nella Repubblica fondata sul lavoro.

La ripetitività di certi gesti non stupisce, semmai a colpire sono i tempi che corrono e che non cambiano, insieme alle incertezze di sempre: disoccupazione, morti bianche, suicidi, fallimenti, l’impotenza pagata a caro prezzo. Che ci sia un senso di latente sfiducia collettiva è assodato, manca una carezza, un buffetto nazionale, un’amichevole pacca sulla spalla a suggerirci che qualcosa cambierà. In meglio. Non è facile lavorarci su, l’ottimismo va conquistato. Fiducia nello Stato? Si può avere rispetto, un rapporto fideistico cittadino-Governo è ancora di là da venire. Non poniamo limiti alla Provvidenza, ma se il tessuto sociale è smagliato l’opera di ricucitura non inizia con l’oratoria ma con la firma dei contratti.

Il lavoro allora oggi diventa non soltanto il fondamento della Repubblica, ma il fondamentale pilastro sul quale deve poggiarsi una palazzina di fiducia ancora rimasta ‘scheletro’. Le terapie esplosive e rigoriste inoculate nel malato-Italia non bastano più. Il paradigma deve essere l’occupazione, più ancora della crescita e della revisione di spesa (che continuano a scrivere in inglese non si sa perché. Cocciuti esterofili anche quando non serve).

La bussola dell’Italia rimanga dunque la Costituzione, un serbatoio di valori e contenuti che facciano da propellente ai nostri obiettivi. L’ago magnetico, il nostro Nord deve rimanere il lavoro, al centro e non ai margini del programma di qualsivoglia Governo. Difendere il lavoro non vuol dire arroccarsi dietro logiche corporativistiche, ma puntare sulle caratteristiche che fortificano una società e il lavoro in particolare: innovazione, competitività, merito. Si ha paura di perderlo, il lavoro, ma peggio sarebbe sapere di non poterlo avere mai.

© Rivoluzione Liberale

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