I grossi sacrifici annunciati ai contribuenti sono arrivati con puntualità svizzera. I tagli alla spesa promessi, invece, risentono dei classici ritardi all’italiana. Il problema sembra essere la resistenza della burocrazia, intesa etimologicamente come potere degli uffici, al vento del cambiamento, oltre alla difficoltà di connessione fra i tecnici e gli amministrativi dell’elefantiaca struttura che chiamiamo Pubblica Amministrazione.

Resistenze, ostruzionismo e ritardi stavano trasformando la spending review (processo di revisione della spesa pubblica diretto a migliorare l’efficienza e l’efficacia della macchina statale) in una chimera, un sogno vano, un’illusione. Così Mario Monti ha rotto gli indugi e ha conferito con un decreto legge ampi poteri al supercommissario Enrico Bondi. Il manager aretino che ha rimesso in ordine i conti di Montedison e Parmalat guadagnandosi l’appellativo di Risanatore: un Mister Wolf di ‘tarantiniana’ memoria, uno che risolve problemi.

La sua missione è chiara, razionalizzare la spesa per gli acquisti operando tagli per 4,2 miliardi di euro e scongiurare l’ipotesi di dover aumentare l’Iva di altri due punti nell’arco del 2012 deprimendo ancora più l’economia e le speranze di ripresa. Per farlo potrà convincere (o costringere) i dirigenti ministeriali a cancellare le procedure d’acquisto considerate uno spreco di risorse pubbliche. In un anno, Bondi, dovrà attuare le decisioni del governo e ridefinire il livello della spesa per l’acquisto di beni e servizi e, entro due settimane, dovrà fornire il programma degli interventi e segnalare al Consiglio dei Ministri le “attività suscettibili di soppressione”.

La Direttiva Monti prevede il “ridimensionamento della struttura dirigenziale”, la “concentrazione dei servizi con la razionalizzazione del personale”, la “revisione delle procedure d’acquisto con la loro centralizzazione”, il “compattamento degli uffici e dell’amministrazione”, la “riduzione delle locazioni alle esigenze effettive”. E ancora, l’eliminazione delle spese di rappresentanza e per convegni e “l’impugnazione delle sentenze di primo grado che riconoscono progressioni economiche ai dipendenti pubblici”.

Queste sono le armi scelte per andare all’attacco della spesa pubblica che nel medio periodo – stando alle parole pronunciate dal premier durante la conferenza stampa al termine del CdM dello scorso 30 aprile – ammonta a 295 miliardi di euro, mentre sul breve periodo la cifra si riduce a ottanta miliardi. Sembra che finalmente sia scoccata l’ora contro gli sprechi e la spesa pubblica folle e incontrollata.

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