All’alba di una campagna elettorale americana che si annuncia già piuttosto agitata e mentre il Partito comunista cerca di arginare ogni giorno i problemi di una successione che si annuncia ‘complicata’, Pechino ha subìto l’ultima umiliazione: l’evasione di un celebre dissidente, che ha trovato per qualche giorno asilo presso l’Ambasciata americana. Il tutto a pochi giorni dall’arrivo di Hillary Clinton nella capitale cinese per un summit strategico. Un rompicapo che potrebbe pesare ulteriormente nelle relazioni già tese tra le due parti, forse uno dei test più importanti degli ultimi anni per i rapporti cino-americani.

Soprannominato l”avvocato dai piedi scalzi’, Chen Guangcheng è diventato famoso per essersi battuto contro la pratica abusiva della sterilizzazione di migliaia di donne e per gli aborti tardivi e forzati. Celebre avvocato di quarant’anni, cieco, era ‘sequestrato’ dalle autorità a casa sua a Dongshiu, piccolo villaggio dello Shandong, da più di due anni. La sua evasione non è stata certo facile, visto che decine di uomini erano stati assoldati dalle autorità per sorvegliarlo giorno e notte. Il villaggio stesso era stato trasformato in vera e propria prigione: videocamere di sorveglianza, apparecchi per le interferenze dei cellulari, filo spinato. Figlio di una coppia di contadini, Chen è stato colpito da cecità quando era ancora bambino, in seguito a una malattia mal curata. È da autodidatta che ha appreso le basi del diritto, su volumi scritti in braille. Scioccato per gli aborti e le sterilizzazioni forzate imposte dalle autorità incaricate di applicare la ‘politica del figlio unico’, l”avvocato dai piedi scalzi’ ha intentato una class action contro i responsabili della città di Linyi. Nel 2006 è stato condannato, per un motivo pretestuoso, a quattro anni di prigione. Il processo durerà mezz’ora. L’anno dopo, gli è stato conferito dalle Filippine il Premio Magsaysay – una specie di Nobel asiatico – per la sua “irresistibile passione per la giustizia e l’applicazione del Diritto in Cina”. Le autorità cinesi reagirono male. La moglie di Chen venne arrestata all’aeroporto di Pechino e messa ai ‘domiciliari’ a Dongshiu. Tre anni dopo, nel settembre del 2010, venne raggiunta nella ‘casa prigione’ da suo marito, ‘liberato’ dopo l’espiazione della propria condanna.

L’evasione di Chen ha suscitato serie tensioni tra USA e Cina. Il caso ha certamente avvelenato la delicata due-giorni d’incontri strategici ed economici che si svolge ogni anno a Pechino tra i due ‘giganti’. Una grande confusione regna per giorni sulla localizzazione del militante per i Diritti umani. Né Washington né Pechino riconoscono ufficialmente che si trovi presso la missione diplomatica americana, come affermano invece i suoi amici e complici. Chen Guangcheng diventa subito una spina nel fianco delle autorità, locali e no. Si attivano le mediazioni diplomatiche a più alto livello. Dopo sei giorni passati all’Ambasciata americana, il dissidente finisce per lasciare il suo rifugio. È il 2 maggio. Sembrerebbe che un accordo sia stato trovato tra le autorità americane e cinesi. Un funzionario statunitense precisa che Chen sarebbe stato trasferito in ospedale e riunito alla famiglia. Non conferma però che Chen sia stato ‘ospite’ nella missione diplomatica. Chen dichiarerà più tardi che è stato “incitato a lasciare i luoghi e che gli era stato promesso il pieno supporto dei diplomatici americani”. Una volta in ospedale però, si è ritrovato solo con sua moglie e suo figlio. In un primo momento, malgrado l’alta tensione, Chen non chiede asilo politico. Vuole rimanere in Cina a patto che gli venga assicurato un “trattamento normale” e la possibilità di “studiare all’università”. Ma Cheng cambia idea. L”avvocato dai piedi scalzi’ non si sente tutelato, non si fida e vuole partire per gli Stati Uniti.

La confusione continua a regnare intorno all’affaire Chen e mostra sempre più lo stato di tensione che vige tra Washington e Pechino. L’affronto è duro per il regime cinese già alle prese con il caso Bo Xilai, l’anziano segretario di Partito della megalopoli di Chongqing il cui capo di gabinetto aveva ugualmente trovato asilo, anche se per poche ore, presso il consolato americano. E’ stato messo in rete un video, nel quale il dissidente si rivolgeva alle autorità chiedendo che la corruzione fosse punita “conformemente alla legge”. La storia di Chen può essere vista sotto la prospettiva della reazione di Pechino all’eterno scontro tra riformisti e conservatori. Chen Guangcheng non è un dissidente anticomunista. Il suo caso pone la questione di sapere se esiste un vero Stato di Diritto in Cina. E’ una lotta tra coloro che vogliono applicare le regole e quelli che si accontentano delle tradizioni feudali della Cina, dove le autorità locali possono sfidare le leggi del Paese con l’autorizzazione tacita delle autorità centrali. Ovviamente nessun dibattito è in corso in rete. Il sito di China Media project, che analizza i media e i social network cinesi, non ha trovato nessuna copertura per Chen Guangcheng. La macchina della censura gira a pieno regime. Non dimentichiamo che sono ancora numerosissimi gli oppositori sottomessi all’implacabile controllo di Pechino.

Le relazioni cino-americane non sono buone in questo momento. Certamente il dialogo va avanti, ma i contenziosi sono numerosi e importanti, soprattutto a livello economico. In più, è un anno importante per gli USA, con le elezioni presidenziali dietro l’angolo. Inoltre, gli Stati Uniti hanno riaffermato la loro alleanza strategica con Vietnam e Filippine, in particolare per quanto riguarda la sicurezza e la libera navigazione, minacciata dalle attività della marina cinese nel Mar della Cina del Sud o di fronte al Giappone. La Cina considera gli USA come una potenza che va allontanata, se non esclusa, dall’Asia, ma non ha i mezzi per imporre un tale stravolgimento.

A prescindere da come finirà questa storia, se Chen andrà o meno a ‘studiare’ negli USA, rimane la domanda: come ha fatto un cieco iper-controllato a fuggire? Qualcuno non esclude un ‘accordo’ cino-americano. Probabilmente la partenza dell’avvocato autodidatta solleverà le autorità locali da una ‘ingombrante’ responsabilità e, al tempo stesso, gli Stati Uniti consolideranno la loro immagine di paladini dei Diritti Umani, arginando il ‘fiasco’ diplomatico che sembra aver rappresentato questa rocambolesca fuga. Quello che è certo è che i problemi, in Cina, rimangono tutti.

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