L’interessante fondo di Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera, a proposito del doppio ruolo di Comunione e liberazione, nel campo della fede ed in quello della politica, solleva una questione cruciale che caratterizza da sempre la presenza cattolica in Italia. Accanto, anzi, in virtù della forza che le deriva dal suo ruolo spirituale, la Chiesa ha sempre esercitato un immenso potere politico e materiale.

Come le termiti, i cristiani hanno divorato l’impero romano, di fatto prendendone il posto, anzi hanno tentato un dominio ancora più vasto su tutta la cristianità, finendo col pretendere una supremazia nei confronti delle monarchie nazionali e persino dell’Imperatore. Tutto questo ha scontato, nel tempo, una serie di scismi: prima la Chiesa d’oriente, poi quella anglicana ed, infine, la grave lacerazione e la conseguente separazione, derivata dalla Riforma di Lutero, Calvino e Zuiglio.

Da sempre, a differenza delle altre religioni che hanno cercato di determinare una influenza, anche notevole, ma, in genere, si sono astenute dall’assunzione diretta di responsabilità di governo, la Chiesa cattolica ha cercato, di impadronirsi del potere temporale. Tale vocazione, nei tempi più recenti, sta emergendo pericolosamente anche in alcuni Paesi, dove domina il fondamentalismo islamico.

Ha ragione Della Loggia nel sottolineare gli aspetti di separatezza, da sempre coltivati dal mondo cattolico verso lo Stato italiano, guardato con ostilità sin dalla sua fondazione, perché ha segnato la fine del potere papale su una parte di territorio, e, insieme, di egemonismo, che si è andato estrinsecando attraverso il progressivo esercizio di un reale potere politico. Il cattolicesimo ha quindi coniugato l’orgogliosa rivendicazione di una presunta superiorità spirituale ed il desiderio di una concreta rivalsa, per riprendersi un ruolo temporale, di cui si è sentita ingiustamente privata.

Comunione e liberazione non è altro che uno dei tanti tronconi in cui si è articolata, nei secoli, la comunità cattolica, alimentata dalla altezza dei valori della fede, ma contemporaneamente vocata a consolidare il proprio potere materiale, una sorta di Stato nello Stato. L’Opus Dei, come in genere tutte le associazioni cattoliche e gli stessi Ordini religiosi, hanno avuto sempre questa duplice caratteristica, che ha finito col giustificare grandi nefandezze, in nome della superiore missione spirituale.

Le guerre di religione, le Crociate, l’inquisizione, la Controriforma, sono state tutte espressioni della tendenza del Cattolicesimo ad imporsi come religione universale attraverso il potere intimidatorio, la forza, la priorità della propria missione politica, accanto a quella meramente spirituale.

La Chiesa ha dimostrato la sua ostilità allo Stato italiano laico, sin dalla sua costituzione, fino a quando non ha tentato di impadronirsene con la fondazione di un partito politico dei cattolici, che, al suo esordio, si è assunto gran parte della responsabilità per la nascita del regime fascista, a causa della cieca ostilità verso Giolitti e la classe dirigente liberale. Dopo, ad eccezione di De Gasperi, cattolico che si era formato nella cultura austro ungarica e nello stesso Parlamento di Vienna,  tutti, o quasi, i capi democristiani del dopo guerra sono stati ostili verso le idee liberali, mostrando diffidenza nei confronti di queste ed, invece, condiscendenza, spesso persino convergenza, con quelle comuniste.

Non si rinviene infatti alcuna differenza tra la vocazione padronale rispetto alle strutture pubbliche di CL e quella del PCI e del suo movimento cooperativo. L’intrusione nell’economia emiliana, romagnola, toscana e umbra, attraverso la fitta rete cooperativistica, che controlla ogni cosa, ha le medesime caratteristiche della infiltrazione nel tessuto economico, particolarmente in Lombardia, ma non soltanto, realizzata dal movimento, che si ispira a don Giussani.

Il potere politico ed ancor più quello economico sovente sporcano. Ecco perché, secondo la concezione liberale, la migliore garanzia per la stessa libertà della Chiesa, consisterebbe, per chi ha il privilegio della fede, nella separazione netta tra i problemi dell’anima e quelli dello Stato o dell’Economia. Anche se la vocazione al potere ed al suo relativo esercizio nella Curia romana sono durati ben venti secoli, tuttavia la modernità, grazie alla diffusione della cultura e dell’informazione, non lo consentirà oltre. Gli affari di CL (non dei singoli appartenenti alla setta, come si è cercato di far credere) vengono prima o poi alla luce, né più e né meno come quelli di Consorte e del suo mondo di riferimento, o di Lusi e dei suoi, o di Belsito e della Lega. La vocazione all’esercizio di un potere egemonico è nel DNA del cattolicesimo italiano, che lo ha contagiato a tutti, dal momento che la Chiesa ha dettato l’etica pubblica di questo Paese, fondata sul potere, sulla forza delle sette e delle consorterie, sulla bugia, sulla assenza del sentimento civico nazionale, sul disprezzo verso chi la pensa diversamente, sulla scarsa vocazione verso la libertà.

Tutto questo, nel momento della grande crisi, deve fare i conti con il progresso, che comunque incalza e restringe gli spazi del settarismo bigotto, rendendo i cittadini più responsabilmente consapevoli, di fatto più laici. Il mondo clericale è oggi minoritario e si deve confrontare con un pluralismo identitario ed un cosmopolitismo culturale senza precedenti, ai quali non può più, come prima, imporre la propria magniloquente egemonia, fondata sulla paura. La conoscenza, allargando gli orizzonti, costringerà il cattolicesimo militante, che pure annovera ancora una robusta e radicata presenza, a misurarsi con le altre culture.

Sbaglia, per tale ragione, chi ritiene di poter ricostituire un partito politico dei cattolici in quanto tali, come è stato possibile per un lunghissimo periodo. Oggi essi, già in grande parte divisi in politica, sono destinati ad una ancor maggiore frammentazione, per diventare la componente sociale del movimento laburista italiano, o quella integralista del partito conservatore, o, infine, quella riformatrice cattolica nel più vasto movimento liberale. Altrimenti saranno condannati ad una marginalità, sempre più compromessa con la illegalità e la corruzione, arroccati nella  supponente arroganza di essere i detentori dell’unica verità; tesi che la civiltà contemporanea rifiuta nettamente.

Di fronte al disastro assoluto di una oscura fase della nostra storia in cui la barbarie del potere ha finito con l’accecare gli uomini e col corrompere le idee, ciascuno dalla propria parte, dovrà attendere alla costruzione di soggetti politici completamente nuovi, avviando una nuova fase costituente della Repubblica.

Per parte nostra, recuperando la lezione di De Gasperi ed Einaudi, abbiamo il compito di mettere insieme un grande soggetto liberaldemocratico e riformatore, dove possano convivere liberali, sia cattolici che laici, cavourianamente convinti della assoluta necessità di tenere ben separato l’impegno spirituale, intimo e privato, da quello pubblico di cittadini responsabili.

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Pienamente d’accordo. Più che mai deve valere oggi il principio cavouriano e liberale di “libera Chiesa in libero Stato”. Dove la Chiesa deve essere libera di svolgere la sua missione con mezzi spirituali e non politici, senza poter imporre allo Stato la sua morale, e lo Stato non può condizionarne l’operato né porre coercitivamente limiti alla coscienza dei cattolici. Una svolta c’è stata, in Italia, con la legge sul divorzio e con il successivo referendum, ma da allora non è cessata la resistenza di retroguardia di una Chiesa fin troppo conservatrice di visioni non più in sintonia con lo sviluppo della civiltà, anche attraverso l’opera di papi che, al di là del loro carisma e appello mediatico, sono stati profondamente conservatori, se non reazionari, come Giovanni Paolo II e attualmente Benedetto XVI. Che i cattolici presenti in tante formazioni politiche difendano il ruolo della Chiesa, per esempio nell’educazione, e le loro convinzioni in materia etica, mi pare legittimo, ma non che riescano a imporle alla maggioranza laica del Paese. E quanto al partito cattolico, appartiene al passato, non solo per la forza delle vicende e una scelta di autodistruzione, ma per il volere stesso del Papato, che ha preferito i cattolici presenti un po’ dappertutto. De Luca ha ragione nell’indicare che i cattolici sono minoritari ma anche nel ricnoscere che sono robustamente presenti nel Paese: si tratta di cercare convergenze tra cattolici-liberali (ce ne sono più di quanti si pensi) e liberali-laici, con rispetto reciproco: non è facile, specie sui temi dell’etica, ma é possibile e, ovviamente, indispensabile.

  2. E’ da apprezzare questa analisi del potere in Italia fatta da un intellettuale di fede liberale impegnato a seguire e a indicarci la lezione e le esperienze di De Gasperi e di Einaudi. Sta di fatto che i due statisti presi a modello da de Luca sono stati protagonisti della ricostruzione etica e politica dell’Italia distrutta dalla tragica avventura del fascismo. Ora, in presenza della necessità di ricostruire il tessuto morale e civile del Paese distrutto dall’egemonia del berlusconismo che ha infettato anche molti suoi competitori protagonisti del bipolarismo all’italiana, la mobilitazione delle sincere coscienze di ispirazione cattolica e liberale possono ritrovare il modo di impegnarsi sotto la stessa bandiera dell’etica pubblica.

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